Umano, TROPPO umano. 
L’ELETTRONICA ci rende conduttori o condotti?

La letteratura e la cinematografia fantascientifiche ci portano a riflettere sul ruolo della tecnologia nelle nostre vite. Mondi distopici in cui le macchine prendono il sopravvento, atmosfere post-apocalittiche che dipingono un mondo in lotta con le intelligenze artificiali; sono poche le rappresentazioni di una pacifica convivenza in cui creatori e creature cooperano.

La Musica dimostra il contrario.
L’uomo coopera con le macchine, interagisce e crea con loro. Se volessimo delineare una sorta di discendenza dell’Arte avremmo la chiara percezione del fatto che l’uomo non crea solo opere, ma plasma il suo futuro, crea ciò che lo aiuta a creare. La trovo un’immagine sublime in grado di rappresentare il cuore profondo dell’Arte, un perpetuum mobile autonomo, che come la scienza – secondo le linee dei saperi cumulativi – si espande in continuazione come l’universo in un incessante effetto domino di flusso creativo.

Quindi l’elettronica ci fa conduttori o ci rende condotti? Né l’uno, né l’altro. Nell’atto creativo l’elettronica ha la nostra stessa responsabilità e ci è fedele compagna, perché ogni oggetto elettronico ha in se lo scopo primario per la sua costruzione: ampliare le nostre possibilità tecniche, espressive e percettive. Esempi di questa meravigliosa simbiosi si ritrovano in numerosi casi storici in cui i compositori o i musicisti si affidano completamente alle macchine per la creazione o ne adottano i linguaggi.

In un mio recente elaborato per il Conservatorio mi è capitato proprio di indagare su queste figure. Il compositore greco Iannis Xenakis elabora la musica algoritmica, un particolare caso di musica aleatoria in cui il compositore non crea l’opera, ma definisce con un algoritmo il meccanismo con cui un calcolatore realizzerà la composizione. Gyorgy Ligeti, Krzysztof Penderecki, e ancora Xenakis utilizzano la scrittura a fasce sonore che imita i sistemi di sintesi granulare.

La corrente minimalista sorta negli ambienti dell’arte contemporanea negli anni ’60 aveva lo scopo dichiarato di avvicinare gli ascoltatori agli ambienti delle avanguardie, ma di fatto andava ad imitare i sistemi di duplicazione dei sequencer inventati in quegli stessi anni.

Questa sorta di mutua esplorazione in cui i musicisti ed i compositori adottano la prospettiva delle macchine, e le macchine assistono la creazione artistica ha raggiungo i risultati più alti nelle moderne produzioni e con le novità strumentali.
Lavorare con i computer e con le DAW, con il protocollo MIDI e le nuove superfici di controllo ha snellito il lavoro – anche in termini di pesi ed ingombri. Usare una Seaboard o un Haken Continuum oggi permette di controllare un’infinità di parametri con un solo tocco, e più la tecnologia avanza in direzione dei controlli ergonomici ed organici più si avvicina agli strumenti reali.

Mi capita spesso di parlare con musicisti classici che si oppongono all’elettronica, e messi di fronte all’evidenza tutti restano spiazzati.
L’esempio che faccio è questo: un sintetizzatore è uno strumento come tutti gli altri, ma a differenza del controllo multiasse-ipersensibile-ergonomico che è l’arco per il violino, o il fiato per legni ed ance, ha un sacco di pomelli che ricreano le stesse variazioni timbriche.

Rick Wakeman con il suo castello di tastiere che dialoga con l’orchestra nella sua opera “Journey to the center od the Earth”

Il punto è che non ci dovrebbe essere una lotta al progresso; è facile diventare “schiavi” dell’elettronica in musica quanto di qualsiasi processo creativo a cui si decide di sottostare senza prospettiva, senso estetico ed autocritica.

Prendere ogni mezzo a disposizione per creare è quanto di più naturale ci sia, è vivere pienamente il proprio tempo senza anacronismi, plasmare nella più totale libertà.


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