Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.

In passato ascoltare musica era un’esperienza a 360 gradi.

Sentire un brano significava recarsi in un luogo specifico, circondarsi di persone e vivere un’esperienza di ascolto, sia collettivo che personale. Che si trattasse di un pub o di una strada, era un’esperienza ricca di sfumature socio-artistico-culturali, ognuna delle quali era inseparabile da tutto il resto.

Già. Immaginate come sarebbe il mondo oggi se l’unico modo per ascoltare musica fosse recarsi ad un live!

Rockwood Music Hall – New York City

Il modo di usufruire della musica in passato ha influenzato anche lo stile di alcuni generi musicali: gli assoli jazz, per esempio, nascono proprio dalla richiesta del pubblico di continuare a ballare, e le band, che erano ben disposte ad accontentarlo, impararono ad allungare qualunque brano fosse particolarmente apprezzato. Se la musica si fosse interrotta, la gente avrebbe smesso di ballare e c’era il rischio che il locale restasse con pochi spettatori (e la band senza ingaggi!).

NB. Anche gli strumenti che componevano i gruppi venivano scelti per necessità pratiche: più il volume era elevato, più il suono riusciva a coprire il rumore delle persone che ballavano e facevano festa. Ecco quindi che, spesso, il banjo sostituì la chitarra acustica e le trombe presero un ruolo da titolari nel jazz. Di fatto la musica subì un’evoluzione dettata anche dall’esigenza pratica di farsi sentire.

Con l’avvento delle registrazioni il rapporto con la musica è cambiato. Oggi possiamo scegliere il brano da ascoltare da uno dei tanti fornitori (Spotify, iTunes, Deezer, Google Play etc) e possiamo usufruirne in qualsiasi momento, luogo, situazione. Questo, a livello sociale, ha portato ognuno di noi a crearsi una colonna sonora personalizzata per ogni attività, dal fare sport al riposare sul divano.

Abbiamo già parlato, in un articolo precedente, della propensione del nostro cervello a crearsi abitudini e del desiderio biologico di ricevere gratificazione in varie forme (dalla musica come dalle droghe, in ogni loro forma). Ecco il link: La musica è droga per il nostro cervello.

È da notare oltretutto che, al giorno d’oggi, ascoltiamo così tanta musica registrata da aver sviluppato quella che il sociologo H. Stith Bennet definisce “coscienza della registrazione“, cioè l’interiorizzazione dei suoni basata sulle registrazioni e non sulle loro reali caratteristiche insite nell’esecuzione dal vivo. Conseguenza di ciò? Quando andiamo ad un concerto siamo quasi sempre delusi di ciò che “si sentiva”. Certo, l’atmosfera del live rappresenta ancora un grosso valore aggiunto per tanti appassionati, ma inconsciamente la maggior parte di noi basa i propri standard di ascolto su ciò che sente dagli auricolari.

Cari artisti. Ormai dovete scegliere se affidarvi al playback o affrontare con coraggio le aspettative del pubblico.

Entrando più in profondità nel discorso, però, verrebbe da dire che poco importa se il prodotto (brano) che il pubblico ama così tanto è stato registrato in presa diretta (e suonato interamente dal vivo senza “taglia e cuci” del fonico) oppure prodotto, cubetto dopo cubetto, da un team di “operai” professionisti degli strumenti virtuali. L’importante è che quel brano funzioni. L’obiettivo della musica non è forse quello di trasmettere emozioni? Un “artista” deve per forza essere polistrumentista per poter condividere qualcosa con il pubblico o può semplicemente avere una voce particolare (e non particolarmente intonata) per essere espressivo e trasmettere qualcosa a chi l’ascolta?

Insomma, se il fonico registra bene, edita bene, intona bene, mixa bene e unisce quella voce (particolare) ad un gruppo di tracce midi pre-prodotte da un producer che sa fare le cose come si deve, quel brano funzionerà punto e stop. Ovviamente poi, quando ci sarà da portare quella canzone in un concerto, qualcuno dovrà pur mettere la bocca davanti al microfono e di solito lo fa chi è più attraente (a seconda dei canoni del momento storico e della fetta di mercato di riferimento). Sembra superficiale e asettico? Sì, un filo sì, ma provate a negarlo.

In fin dei conti, comunque, non possiamo stupirci troppo di tutto questo: nell’era dell’analogico i veri talenti erano i compositori e i cantanti che, senza troppi barbatrucchi, riempivano gli stadi e suonavano come dei dannati; oggi siamo nell’era del digitale, chi dovrebbe essere il vero artista se non qualcuno che fa magie con il computer?

 

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Home studio: 5 consigli per lavorare bene.

Per fare il Producer non basta usare una DAW, bisogna usare le orecchie.

Sorvolando sul fatto che, in epoche recenti, il maltrattamento della parola Producer ha raggiunto il suo apice (in pratica se nella vita hai fatto una base musicale lo sei di diritto e a pieno titolo), vogliamo dare ancora qualche dritta alle nuove leve del settore che, nel proprio home studio, desiderano produrre buona musica e, magari, competere con i colossi che vanno in tangenziale a comandare con il loro quintuplo Disco di Platino. (Eh va beh, brava la FIMI. 5 volte brava.)

In alcuni degli articoli precedenti abbiamo trattato delle DAW e dei plug-in, riscuotendo un certo successo soprattutto tra i più giovani. È vero, ormai ci sono virtual instrument che fanno miracoli e comporre la Nona sinfonia di Beethoven sembra un gioco da ragazzi, ma vale la pena ricordare, però, che durante una produzione musicale non serve a nulla uno strumento come Logic Pro se non sai gestire con consapevolezza tutto il lavoro che ci sta attorno.

Indipendentemente dal fatto tu debba lavorare con la registrazione di uno strumento reale o con la traccia MIDI di uno strumento virtuale, ci sono almeno 5 accorgimenti che spesso possono fare la differenza se si vuole raggiungere un buon risultato, soprattutto quando si è alle prime armi.

  1. Partire da buone registrazioni. Se si lavora con tracce registrate, fosse anche solo un cantato, è fondamentale che queste siano di buon livello. Purtroppo l’approccio we’ll fix that during the mix non funziona, perché non tutti i difetti di ripresa sono completamente correggibili. Un suono compromesso potrebbe risultare “ok” a fine lavoro, ma essere comunque molto lontano da quello ottenibile con una ripresa più adeguata. Provare per credere! Per approfondire questo argomento vi consigliamo di leggere il nostro articolo 5 classici errori di registrazione in home studio.
  2. Separare la fase di produzione da quella di mix. Molto spesso, durante la fase di costruzione dell’arrangiamento di un brano, si cerca di contestualizzare gli elementi che si vanno via via ad inserire, magari già applicando equalizzazione, compressione ed effetti. Nelle successive fasi del lavoro poi siamo restii a rivedere le operazioni che abbiamo effettuato e, una volta terminato l’arrangiamento, cerchiamo di sviluppare il mix basandoci su questi punti di partenza, convinti del lavoro che ormai abbiamo già svolto. Il mix, invece, è la costruzione di equilibri che tengono conto di tutti gli elementi in gioco, per cui è buona cosa fare le necessarie valutazioni una volta completata la stesura delle parti e la scelta di tutti gli strumenti, per poter assegnare ad ogni cosa il giusto spazio. In che senso “giusto spazio”? Vediamolo qui sotto…
  3. Si deve sentire tutto, ogni cosa con il giusto livello. È buona cosa partire dal rough mix, ovvero il bilanciamento tra gli elementi, fatto solamente impostando i livelli dei fader e il posizionamento dei pan. Come si fa? Mettiamo tutti i fader al minimo e cominciamo ad aprire gli elementi principali, creando una proporzione corretta di livello (volume) tra loro: cassa, rullante, basso, voce e strumento principale. Proseguiamo poi inserendo gli elementi secondari, anche utilizzando i pan per disporli in modo da sfruttare tutta l’immagine stereo. Come risultato dobbiamo ottenere un bilanciamento nel quale gli strumenti si sentono tutti (se no potevamo evitare di metterli), ma ognuno con un livello adeguato alla sua importanza per quello specifico arrangiamento. Il pad tappetoso, per esempio, avrà un livello sicuramente inferiore al lead synth. D’altronde non tutto può stare “davanti”, anche perché lo stare “davanti” (in questo caso si parla di volume) presuppone inevitabilmente l’esistenza di un “dietro” che qualcuno dovrà pur occupare.
  4. Creare i giusti incastri tra gli elementi. Fatta l’operazione precedente, se abbiamo un arrangiamento articolato, probabilmente ci ritroveremo nella situazione in cui alcuni elementi cozzano tra loro perché vorrebbero occupare lo stesso spazio a livello ritmico, di frequenza o entrambe le cose. Tipico esempio: cassa e basso, che entrambi hanno il corpo sulle frequenze più basse e spesso ritmicamente cadono contemporaneamente. Come puoi risolvere? Un modo efficace è riservare ad ognuno dei due elementi una parte esclusiva del range di frequenza in cui convivono. Possiamo ad esempio decidere di enfatizzare la cassa sotto gli 80 Hz e attenuarla al di sopra di questa frequenza, facendo l’opposto con il basso. Oppure viceversa. In questo modo il corpo di ognuno dei due strumenti può avere uno spazio dedicato, evitando così il rischio di mascheramento reciproco. Lo stesso principio si può applicare a qualsiasi coppia o gruppo di elementi che hanno lo stesso tipo di problema.
  5. Verificare il master su diversi sistemi di ascolto. Dopo aver completato la fase di mix in tutti i suoi aspetti arriva il momento di chiudere definitivamente il brano. Una delle cose più importanti nella realizzazione del master sta nell’assicurarsi che il brano possa funzionare allo stesso modo indipendentemente dal sistema utilizzato per riprodurlo. Se stiamo lavorando in home studio potremmo essere influenzati da una situazione di ascolto non sufficientemente neutra per poter avere questa garanzia. Come possiamo risolvere? Facendo un ascolto comparativo su diversi sistemi: in cuffia, in macchina, nello speaker bluetooth e sul cellulare, prendendo nota delle impressioni che abbiamo di volta in volta. Attenzione: non dobbiamo fare un mix per ognuno di questi sistemi, ma un unico mix che funzioni su tutti, tenendo conto dei difetti e peculiarità di ciascun sistema durante la nostra valutazione. Ad esempio: dallo smartphone i bassi saranno scarsi, nelle casse dell’automobile invece risulteranno più presenti. Una pratica molto utilizzata è affiancare l’ascolto del nostro nuovo brano a quello di un brano riferimento che conosciamo bene e che abbia caratteristiche simili al nostro, in modo da rendere più facile il nostro giudizio.

 

A volte risulta davvero complicato trasmettere al meglio ciò che fa la differenza tra un buon lavoro e uno scarso. Spesso è questione di strumentazione, ma ancor più spesso è questione di sensibilità e dedizione ai dettagli. Ovviamente nulla può sostituire l’esperienza sul campo, ma confidiamo che questi suggerimenti possano contribuire a fare la differenza per coloro che stanno scoprendo tutte le mille sfaccettature del mondo dell’audio pro.

 

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Cosa fa il chitarrista pro in studio?

Jimi Hendrix amava sperimentare.

Già nel medioevo esistevano i chitarristi. Ebbene si, nella loro versione “primitiva” suonavano la quinterna, ovvero uno strumento a corde pizzicate. Vi sembra incredibile? Beh sappiate anche che, già al tempo, utilizzavano il plettro.

Quinterna

Dettagli medievali a parte, da sempre i chitarristi provano, per il loro strumento, qualcosa di molto simile all’amore incondizionato. Alcuni addirittura non accettano di doverlo cambiare nonostante, a causa dell’usura, sia arrivato a fine carriera.

Alcuni modelli di chitarra sono passati alla storia: nel mondo delle elettriche dominano incontrastate la Fender Stratocaster e la Gibson Les Paul. La prima è caratterizzata da un suono nitido e chiaro, oltre che dalla sua versatilità. Nelle sue diverse versioni è usata per suonare i più svariati generi, dal blues al metal, dal funky al rock e ne sono stati possessori onorari personaggi come Jimi Hendrix ed Eric Clapton. La seconda invece produce un suono più denso e pastoso, e suoi ambasciatori sono stati, tra i tanti, Jimmy Page e Slash.

Fender Stratocaster e Gibson Les Paul

Nel mondo delle acustiche invece i brand che hanno inciso maggiormente nella cultura musicale (e quindi anche nella storia dell’umanità) sono Martin con le sue dreadnought e Gibson con l’introduzione delle jumbo.

Le rinomate Martin D-18 e Gibson J-200

Non è un segreto che strumenti di alta qualità, come le chitarre sopra citate, forniscano anche un suono di alta qualità. Indipendentemente dalle preferenze “personali”, chiunque godrebbe (passatemi il termine) nel maneggiare 6 corde tese su un corpo di mogano firmato Les Paul (giusto per citarne uno eh).

Chiunque, sì, tranne gente come John Anthony Gillis (in arte Jack White, chitarrista dei The White Stripes) che nel documentario “It Might Get Loud” dichiara “I play really old guitars; plastic guitars,”.  Probabilmente preferisce una chitarra di plastica comprata in un centro commerciale ma, vista la carriera, come dargli torto? D’altronde il caro Brian May (dei Queen) suonava con una moneta da 6 pence al posto del plettro e nessuno gli ha mai detto niente… anzi.

Jack White

 

Insomma, che sia una Fender o una chitarra alla Toy Story, che si passi tramite un Marshall o un Mesa Boogie, ci sono accorgimenti che i chitarristi pro adottano sempre quando si accingono a registrare.

Eccoli nel dettaglio:

  • Scelta delle corde: la scelta delle corde è molto importante in relazione alla tipologia di suono che si vuole ottenere. Corde con diametro maggiore garantiscono più suono e maggior sustain, mantengono più stabilmente l’accordatura e, a causa della maggior tensione necessaria per accordare, producono meno vibrazioni, cosa molto importante se si usa un’action bassa (per action si intende l’altezza delle corde rispetto alla tastiera dello strumento). Le corde con diametro minore, oltre ad essere più “morbide” da suonare (soprattutto in un bending), hanno solitamente un suono più leggero e aperto. Risulta inoltre molto importante tenere in considerazione il materiale di cui sono costituite e il winding style;

 

  • Stato delle corde: in vista di una sessione di registrazione è bene verificare lo stato delle corde montate sullo strumento. Le corde vecchie hanno meno sustain e producono armoniche di livello più basso, restituendo un suono più scuro e meno articolato. Oltretutto ne risente anche la scorrevolezza al tatto. Ovviamente è alta la probabilità che esse si rompano, costringendo cosi a montarne di nuove con conseguente cambio di sonorità dello strumento (e se ciò avviene proprio nel mezzo di un’incisione non è il massimo);

  • Action:  può essere regolata variando l’altezza del ponte e la tensione della barra metallica che si trova all’interno del manico (truss rod).  Un’action più bassa agevola la suonabilità, ma le corde rischiano di sfrigolare contro i tasti se suonate forte. L’action alta, invece, aumenta la risonanza e il sustain del suono, rendendo però necessario esercitare maggiore pressione sulle corde;

 

  • L’altezza del pickup: in uno strumento elettrico abbiamo la possibilità di variale la distanza dei pickup dalle corde. Mantenendoli distanti dalle corde il livello di uscita sarà più basso, il suono più rotondo e più scuro, mentre avvicinandoli aumenterà il livello di uscita e il suono sarà più chiaro e brillante. Se la loro altezza fosse eccessiva si potrebbe arrivare a ridurre il sustain, perchè la vicinanza dei magneti alle corde tende a smorzarne la vibrazione. Altrettanto importante è la regolazione delle singole espansioni polari di ciascun pickup per bilanciare il livello di uscita relativo a ciascuna corda;

  • Scelta del plettro: anche la scelta del plettro è molto importante. Un plettro sottile e flessibile è solitamente più indicato per strumming di chitarre ritmiche, mentre uno spesso e rigido risulta essere la scelta ideale per delle frasi soliste. Da non tralasciare l’opzione pickless (anche con un’elettrica in stile Mark Knopfler);

 

  • L’accordatura: ultima, ma non per importanza, l’accordatura dello strumento. Essendo un’operazione che, per una chitarra, richiede poco tempo, è bene verificarla prima di ogni take, per non rischiare di vanificare il proprio sforzo esecutivo.

 

Insomma, indipendentemente dal “pezzo di legno” che avete tra le mani, è buona abitudine curare tutti questi aspetti prima di premere REC.

Va sottolineato, inoltre, che ogni chitarrista dovrà prestare attenzione alla catena di amplificazione ed effettistica, perché anche queste due componenti del setup contribuiscono a rendere unico il suono che si andrà ad incidere.  Dai più aggressivi overdrive per la musica rock, ai chorus per i più sentimentali, dagli amplificatori valvolari anni ’60 ai profiling amplifier più moderni, tutto va curato nei minimi dettagli per personalizzare al meglio il proprio sound.

Prima di concludere, però, ci teniamo a precisare che la licenza artistica autorizza chiunque a sperimentare, su ogni aspetto del proprio set up, il più liberamente possibile. Solo così possono nascere nuove rivoluzioni musicali e, perché no, culturali, come insegnano il wah wah di Hendrix e il tapping di Van Halen.

 

 

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Da registrazione in home studio a mix in pro studio (esempi audio)

Nelle vesti di Studio di Registrazione Professionale capita di lavorare sia su prodotti incisi nelle nostre sale di ripresa, sia su una vasta gamma di stems (o tracce) provenienti da una vasta gamma di brutti posti nel mondo. Ovviamente noi non abbiamo paura di niente.

Partendo dal presupposto che ci sono persone del tutto in grado di fornire una registrazione fatta come si deve, bisogna essere consapevoli che sono la minoranza, e da ciò la nascita di questo articolo: daremo qualche dritta utile a far un buon lavoro di registrazione at Home e anche una breve dimostrazione di come può diventare una traccia home dopo un trattamento pro in studio.

Registrazione

In una sala non professionale un grosso problema è rappresentato da componenti sonore indesiderate riprese dai microfoni, provenienti da risonanze e riflessioni del suono su superfici non ottimizzate acusticamente. Per quanto ricoperto da cartoni di uova, sarà comunque meglio che un ambiente sgradevole non “parli” nella vostra incisione.

Migliore è la qualità della ripresa e più semplice sarà fare un ottimo mix. Se volete approfondire l’argomento registrazione vi invito a leggere questo nostro articolo: 5 classici errori di registrazione in home studio .

 

Mix

  • Il basso viene molto spesso registrato direttamente dall’uscita dello strumento. Per ottenere un suono più ricco ed efficace nel mix è possibile eseguire un Reamping, ovvero inviare il segnale acquisito in precedenza ad un amplificatore per basso mediante un apposito collegamento, predisporre i microfoni e registrare il suono emesso dagli altoparlanti. Questo processo è il nostro preferito e, onestamente, conserva in sé anche un po’ di nobiltà. Esistono anche altre tecniche per ottenere lo stesso tipo di risultato, come l’utilizzo di simulatori di amplificatori oppure di distorsioni armoniche opportunamente miscelate al suono originale.

Originale:

Processato:

  • Come si sente dal primo audio qui sotto, la ripresa di prossimità, nonostante sia utilizzata come soluzione a problematiche di ambiente, può portare con se delle spiacevoli conseguenze, ovvero un’eccessiva enfatizzazione delle basse frequenze, causata da quello che viene appunto nominato effetto prossimità. Durante il mix una buona gestione del low end permette di rendere più definito il suono di ciascuno strumento, evitando il mascheramento e la concentrazione di eccessiva energia sulle basse frequenze.

Sulle nostre chitarre, dopo aver equilibrato la parte bassa, ci sembrava che il suono fosse ancora un po’ troppo scuro. Per renderlo più aperto abbiamo recuperato armoniche usando un harmonic exciter.

Se necessario, un buon denoiser aiuta sempre laddove ci siano fastidiosi rumori di fondo!

Originale:

Processato:

  • Una problematica che si può riscontrare sulla batteria è una scarsa simmetria degli overhead, ovvero i microfoni dedicati alla ripresa dei piatti e del kit nel suo insieme. Nel primo audio qui di seguito la cassa ha una posizione abbastanza centrale, mentre il rullante è decentrato verso destra. Di per sé come posizione sarebbe ragionevole, soprattutto pensando a come solitamente vengono disposti gli elementi che compongono il kit, ma in fase di ripresa dovrebbe essere compensata da un adeguato posizionamento dei microfoni per fare in modo che, sia la cassa che il rullante, possano risultare centrali così come vuole la tradizione dei mix pop e rock. In questo caso, quindi, abbiamo dovuto restringere e ricentrare l’immagine stereofonica degli overhead, nonché filtrarne la parte bassa, per fare in modo che sia cassa che rullante risultino il più possibile centrali. Questa posizione nel complesso poi verrà definita più compiutamente una volta aggiunto il suono proveniente dai microfoni dedicati alla ripresa di ciascuno di questi elementi.

Originale:

Processato:

Mix finale:

Dopo questi step intermedi nei quali vi abbiamo mostrato, o meglio fatto sentire, quali accorgimenti si possono applicare in fase di mix, vi forniamo un ascolto complessivo così da poter comprendere davvero fino a dove si può arrivare partendo da una registrazione fatta a casa. Ovviamente non vi possiamo svelare tutti i segreti, effetti e magie fatte sulle tracce, ma se volete venire a trovarci saremo ben felici di lavorare al massimo anche per il vostro disco! 😉

Originale:

Processato:

 

Grazie per aver letto il nostro articolo. Se hai domande o chiarimenti non esitare a contattarci, risponde il nostro fonico!!

 

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5 classici errori di registrazione in home studio.

Ok, ormai la musica si può fare ovunque, basta un computer e una scheda audio ed il gioco è fatto (siamo quasi stufi di sentirlo dire). Si può registrare bene, sia a casa che in esterna, comporre bene, sia con una tastiera midi che con i tasti del pc, ascoltare bene (grazie al dogma “ho speso 2500 euro di casse, ora le metto in taverna e faccio il disco d’oro”)… insomma si può fare tutto bene anche a casa, MA NON BENISSIMO! (parafrasando qualcuno che gira in radio in questo periodo).

Essì, perchè registrare non significa solo mettere un microfono davanti ad uno strumento, comporre non significa solo unire rettangolini su una griglia e per lavorare ad un certo livello non bastano delle casse expensive, serve l’ambiente adatto e una manciata di altri fattori!

Quindi, qui di seguito, cercheremo di fare chiarezza su alcuni errori che spesso vengono commessi in registrazione e lo faremo per tutti coloro che, con tanta buona volontà, hanno intenzione di incidere qualcosa a casa, magari poi commissionando ad uno studio professionale la parte di mix o di mastering (processi che risultano tanto efficaci quanto è migliore l’incisione iniziale).

 

Per una registrazione in home studio (attrezzato o meno) non si può non prestare attenzione a:

  • AMBIENTE DI RIPRESA: le caratteristiche originali del suono da riprendere sono fondamentali. Oltre al suono emesso dalla sorgente, dobbiamo considerare anche la risposta dell’ambiente in cui viene generato, il suono della stanza, il riverbero. Se l’ambiente non è stato trattato acusticamente, il suo riverbero e le sue risonanze potrebbero compromettere il suono ripreso, in modo tale da rendere molto difficile la correzione di questi difetti in fase di mix. Bisogna inoltre considerare eventuali rumori ambientali che potrebbero essere catturati insieme alla sorgente, ad esempio il rumore della ventola del computer con il quale stiamo registrando.

  • POSIZIONE DEL MICROFONO: per ridurre al minimo le problematiche appena illustrate è pratica diffusa svolgere riprese posizionando il microfono molto vicino alla sorgente. Questo può comportare alcune spiacevoli conseguenze, come un marcato effetto prossimità (ovvero un’enfatizzazione delle basse frequenze) che, ad esempio nella voce, può portare all’eccessiva presenza di energia sulle consonanti plosive (“P”,”B” etc).  Altra conseguenza può essere la ripresa di un suono non equilibrato dal punto di vista timbrico: spesso gli strumenti emettono un suono diverso in punti diversi della propria struttura, quindi il timbro potrebbe risultare non equilibrato nel caso in cui il microfono non sia posizionato con sufficiente accortezza. Ad esempio: la chitarra acustica emette in prevalenza frequenze medio-basse nella zona della cassa e frequenze medio-alte nella zona del manico, per cui bisognerà utilizzare un posizionamento del microfono che riesca a rappresentare queste caratteristiche in modo equilibrato.

  • REGISTRARE CON IL RIVERBERO: spesso capita di voler registrare lo strumento (in particolare chitarre e tastiere) utilizzando il riverbero presente nel setup utilizzato dal musicista, magari perché viene ritenuto già adeguato per essere utilizzato nel mix finale. Una delle problematiche che ne possono scaturire è la difficoltà di gestione nel mix stesso della presenza e della spazializzazione del suono in questione, soprattutto se il riverbero applicato risulta eccessivo. In generale è consigliabile registrare il suono senza riverbero ed in seguito ricostruirlo in fase di mix, anche, eventualmente, sulla base delle caratteristiche dell’effetto di riferimento presente nel setup di partenza del musicista.

 

  • PENSARE CHE TUTTO SI POSSA SISTEMARE DOPO: spesso si è portati a credere che qualsiasi suono possa essere modificato e migliorato in fase di mix, indipendentemente dalle sue caratteristiche iniziali. È vero, utilizzando gli strumenti adeguati si ha un discreto margine di manovra, ma per ottenere un ottimo suono finale la fase di ripresa è fondamentale. In essa bisogna innanzitutto scegliere lo strumento adeguato per la parte da registrare e verificarne la corretta accordatura. In seguito va curato con attenzione il microfonaggio per ottenere fin da subito un suono che sia il più possibile vicino a quello che vorremo utilizzare nella fase di mix. Non tutti i difetti sono completamente correggibili: forse un suono compromesso potrebbe risultare “ok” a fine lavoro, ma essere comunque molto lontano da quello ottenibile con una ripresa più adeguata.

 

  • SELEZIONE DELLE TAKE: molto importante per la buona riuscita di un prodotto è anche la selezione delle take da utilizzare. A volte si valuta esclusivamente la correttezza dal punto di vista dell’intonazione o del tempo, ma vengono tralasciati altri aspetti importanti come la dinamica, il mood della performance, la coerenza dell’esecuzione quando vengono montate take diverse. Anche semplicemente come e dove viene eseguito un taglio può determinare quanto poi “funzionerà” quella singola traccia nel mix finale.

 

 

Insomma, concludendo,  l’evoluzione del settore digitale ha permesso al settore discografico di svilupparsi in funzione della self-production. Cerchiamo di acquisire un po di sano know-how per far si che studi pro e home studio possano cooperare nel miglior modo possibile.

 

 

 

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