I 5 migliori plugin per chitarra (dalla creazione del suono al mix finale)

 

Partiamo dalla wiki-definizione: “Un plugin nell’informatica musicale è un componente aggiuntivo che, utilizzato in un programma di produzione audio – video, permette di aggiungere effetti audio o generare nuovi suoni”.

Perfetto. Ora che anche i neo-arrivati nell’ambito audio sono preparati, passiamo alla sostanza.

Partiamo dalla creazione del suono di una chitarra elettrica. Chiaramente ci rivolgiamo a tutti coloro che non sanno suonarne una reale e che, per i più svariati motivi, non hanno la possibilità di ingaggiare un turnista.

Emulare virtualmente il suono di una chitarra elettrica in modo efficace è una cosa tutt’altro che semplice. Sono infinite le sfumature della risposta al tocco di due mani (ed eventualmente un plettro) su sei corde e ci permettiamo di sottolineare che nessuna casa produttrice di software è ancora riuscita a creare qualcosa di completamente credibile. 

Tra gli instrument che, nonostante tutto, hanno raggiunto un risultato apprezzabile, vogliamo segnalare Electri6ity della Vir2.

Al suo interno offre ben 8 tipologie di chitarra (Strat, Tele, P90, Les Paul, Rickenbacker, Danelectro Lipstick, ES335 e L4) e la possibilità di controllare “live”, attraverso comandi MIDI, l’esecuzione di bending, sustain, muting, slide, legato, strum e molto altro. Include, inoltre, una sezione effetti che comprende phaser, flanger, chorus, reverb e delay, e una sezione amp simulator che offre 7 diverse tipologie di amplificatori.

Tra le opzioni presenti all’interno dell’instrument consigliamo di utilizzare i banchi in modalità DI, che restituiscono il suono dello strumento prelevato prima del passaggio all’interno dell’amplificatore. Questo permette di selezionare successivamente il simulatore dell’amplificatore più adatto al nostro gusto, con una maggiore possibilità di scelta e di intervento sulla definizione del nostro suono.

Certo, non potrà essere utilizzato per un album di chitarra solista (per il quale è necessario un esecutore esperto oltre che uno strumento reale registrato a regola d’arte), ma potrebbe essere un’opzione valida in caso si voglia inserire un riff o un arricchimento dell’arrangiamento in una produzione non incentrata sul suono “chitarresco” (passatemi il neologismo).

Molto bene. Ora che il suono della chitarra è stato creato (con uno strumento virtuale o con uno reale) è arrivato il momento di allestire la pedaliera.

Per noi la scelta ricade su Bias Pedal e Bias FX della Positive Grid. Il primo offre la possibilità di accedere a ben 64 stompbox e 10 processori rack (oltre a 32 amplificatori), mentre il secondo mette a disposizione 17 emulazioni di distorsori, overdrive, fuzz e booster, con la possibilità di customizzare approfonditamente clipping stage, output stage, power stage ed EQ.

Questa vastità di scelta e di personalizzazione non va a scapito della semplicità di utilizzo perché i due tool si integrano alla perfezione e hanno un’interfaccia molto user friendly. Interessantissima anche la funzione Tone Match di Bias Pedal, che permette di catturare il suono di qualsiasi pedale di distorsione (o traccia registrata) creandone un modello da poter utilizzare nel nostro setup.

Passando allo stadio successivo, ovvero alla simulazione dell’amplificatore, potremmo integrare il setup precedente con il buon Bias Amp 2, ma potendo scegliere liberamente preferiamo andare su AmpliTube Max della IK Multimedia. AmpliTube è uno dei più longevi amp-sim (la prima versione è del 2002) e l’esperienza della casa produttrice garantisce una pregevole qualità delle emulazioni, accompagnata da due caratteristiche per noi fondamentali: immediatezza e versatilità. In pochi click abbiamo a disposizione ben 80 diverse tipologie di amplificatori e 92 cabinet, per quali è selezionabile perfino la nostra configurazione di speaker preferita. Inoltre è possibile stabilire l’ambiente in cui effettuare la ripresa e impostare accuratamente la microfonazione (con il comodo supporto visivo della grafica 3D) attingendo da un arsenale di 19 diversi modelli di microfono. Da non trascurare il fatto che la maggior parte degli amplificatori presenti riporta il nome completo di marca e modello, per una selezione ancora più facile e veloce.

A questo punto abbiamo generato e ripreso con dei microfoni (veri o virtuali che siano) il suono effettato ed amplificato della nostra chitarra elettrica. Ora bisogna inserire questo suono nel mix del brano che stiamo producendo e quindi, molto probabilmente, avremo bisogno di processarlo con un equalizzatore.

Eh sì, perché per quanto il nostro suono possa sembrarci straordinario, abbiamo l’esigenza di farlo convivere nel modo migliore con tutti gli altri elementi dell’arrangiamento e ,quindi, qualche ritocco è spesso necessario.

Uno di più comuni interventi da fare con l’equalizzatore è l’attenuazione di componenti sonore che entrano in conflitto con quelle di altri strumenti. In soldoni: se un lead synth suona prevalentemente in un determinato range di frequenze, possiamo togliere alcuni dB della chitarra in quel range così da dare ad ogni strumento il proprio spazio privilegiato. Ovviamente queste scelte vanno fatte con molta attenzione, scegliendo solo le frequenze che è possibile sacrificare per enfatizzare con efficacia i suoni a cui vogliamo dare maggiore risalto nel mix.

Il consiglio è di utilizzare un plugin modellato su un equalizzatore analogico, il quale, per sue caratteristiche costruttive, spesso lavora in modo più “musicale” che “clinico”, evitandoci il rischio di compiere interventi sgradevoli all’ascolto, soprattutto quando applichiamo un boost.

La nostra scelta, in questo caso, ricade sul Waves Scheps 73 , modellato sull’equalizzatore console Neve 1073, il quale garantisce alta qualità ed efficacia. Così come nell’originale, il filtro passa alto, la banda bassa e la banda media hanno frequenze selezionabili a step predefiniti mentre la banda alta ha frequenza fissata a 12 kHz.

La riduzione delle variabili in gioco rende più immediata l’esecuzione degli interventi e la sua risposta rende sempre gradevole il risultato (a patto che la frequenza sia stata selezionata correttamente!).  Questo processore, inoltre, può essere “spinto” per ottenere la riproduzione (spesso ricercata) della saturazione del canale del banco analogico, per aggiungere ulteriore carattere alla nostra sonorità.

 

Infine, un aspetto da non sottovalutare quando si inserisce il suono nel mix è l’aggiunta di un riverbero per contestualizzare il suono nello spazio sonoro. In fase di registrazione è abitudine riprendere la chitarra elettrica priva di effetti di ambiente, in particolare se l’effettistica del nostro rig viene gestita e riprodotta in mono.

È bene lasciarsi la possibilità di utilizzare un riverbero stereo, per poter ricreare un ambiente più credibile e una spazializzazione più accurata, nonché di dosarlo accuratamente una volta che il suono è stato inserito nel mix con gli altri strumenti.

Per questa operazione ci affidiamo all’italianissima Overloud che offre il Breverb 2 , ottimo tool da avere nell’arsenale (non solo per la riverberazione delle chitarre). Qui possiamo attingere agli algoritmi del classico Lexicon 480L, tra i quali small hallroom per il nostro strumento spesso sono protagonisti.

 

In conclusione, dalla creazione del suono al mix finale, la tecnologia ci permette di lavorare in modo completo e professionale. Di sicuro, almeno per adesso, utilizzare strumenti virtuali  al posto che reali significa scegliere un compromesso, soprattutto per alcuni di essi che non sono ancora emulati alla perfezione.

Probabilmente in futuro le case produttrici di plugin riusciranno a colmare anche i gap rimasti ma, per quanto ci riguarda, anche nel 2118 noi sceglieremmo comunque di incidere con una buona Fender Stratocaster buttata in un Marshall Plexi microfonato come si deve!

 

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Cosa fa il chitarrista pro in studio?

Jimi Hendrix amava sperimentare.

Già nel medioevo esistevano i chitarristi. Ebbene si, nella loro versione “primitiva” suonavano la quinterna, ovvero uno strumento a corde pizzicate. Vi sembra incredibile? Beh sappiate anche che, già al tempo, utilizzavano il plettro.

Quinterna

Dettagli medievali a parte, da sempre i chitarristi provano, per il loro strumento, qualcosa di molto simile all’amore incondizionato. Alcuni addirittura non accettano di doverlo cambiare nonostante, a causa dell’usura, sia arrivato a fine carriera.

Alcuni modelli di chitarra sono passati alla storia: nel mondo delle elettriche dominano incontrastate la Fender Stratocaster e la Gibson Les Paul. La prima è caratterizzata da un suono nitido e chiaro, oltre che dalla sua versatilità. Nelle sue diverse versioni è usata per suonare i più svariati generi, dal blues al metal, dal funky al rock e ne sono stati possessori onorari personaggi come Jimi Hendrix ed Eric Clapton. La seconda invece produce un suono più denso e pastoso, e suoi ambasciatori sono stati, tra i tanti, Jimmy Page e Slash.

Fender Stratocaster e Gibson Les Paul

Nel mondo delle acustiche invece i brand che hanno inciso maggiormente nella cultura musicale (e quindi anche nella storia dell’umanità) sono Martin con le sue dreadnought e Gibson con l’introduzione delle jumbo.

Le rinomate Martin D-18 e Gibson J-200

Non è un segreto che strumenti di alta qualità, come le chitarre sopra citate, forniscano anche un suono di alta qualità. Indipendentemente dalle preferenze “personali”, chiunque godrebbe (passatemi il termine) nel maneggiare 6 corde tese su un corpo di mogano firmato Les Paul (giusto per citarne uno eh).

Chiunque, sì, tranne gente come John Anthony Gillis (in arte Jack White, chitarrista dei The White Stripes) che nel documentario “It Might Get Loud” dichiara “I play really old guitars; plastic guitars,”.  Probabilmente preferisce una chitarra di plastica comprata in un centro commerciale ma, vista la carriera, come dargli torto? D’altronde il caro Brian May (dei Queen) suonava con una moneta da 6 pence al posto del plettro e nessuno gli ha mai detto niente… anzi.

Jack White

 

Insomma, che sia una Fender o una chitarra alla Toy Story, che si passi tramite un Marshall o un Mesa Boogie, ci sono accorgimenti che i chitarristi pro adottano sempre quando si accingono a registrare.

Eccoli nel dettaglio:

  • Scelta delle corde: la scelta delle corde è molto importante in relazione alla tipologia di suono che si vuole ottenere. Corde con diametro maggiore garantiscono più suono e maggior sustain, mantengono più stabilmente l’accordatura e, a causa della maggior tensione necessaria per accordare, producono meno vibrazioni, cosa molto importante se si usa un’action bassa (per action si intende l’altezza delle corde rispetto alla tastiera dello strumento). Le corde con diametro minore, oltre ad essere più “morbide” da suonare (soprattutto in un bending), hanno solitamente un suono più leggero e aperto. Risulta inoltre molto importante tenere in considerazione il materiale di cui sono costituite e il winding style;

 

  • Stato delle corde: in vista di una sessione di registrazione è bene verificare lo stato delle corde montate sullo strumento. Le corde vecchie hanno meno sustain e producono armoniche di livello più basso, restituendo un suono più scuro e meno articolato. Oltretutto ne risente anche la scorrevolezza al tatto. Ovviamente è alta la probabilità che esse si rompano, costringendo cosi a montarne di nuove con conseguente cambio di sonorità dello strumento (e se ciò avviene proprio nel mezzo di un’incisione non è il massimo);

  • Action:  può essere regolata variando l’altezza del ponte e la tensione della barra metallica che si trova all’interno del manico (truss rod).  Un’action più bassa agevola la suonabilità, ma le corde rischiano di sfrigolare contro i tasti se suonate forte. L’action alta, invece, aumenta la risonanza e il sustain del suono, rendendo però necessario esercitare maggiore pressione sulle corde;

 

  • L’altezza del pickup: in uno strumento elettrico abbiamo la possibilità di variale la distanza dei pickup dalle corde. Mantenendoli distanti dalle corde il livello di uscita sarà più basso, il suono più rotondo e più scuro, mentre avvicinandoli aumenterà il livello di uscita e il suono sarà più chiaro e brillante. Se la loro altezza fosse eccessiva si potrebbe arrivare a ridurre il sustain, perchè la vicinanza dei magneti alle corde tende a smorzarne la vibrazione. Altrettanto importante è la regolazione delle singole espansioni polari di ciascun pickup per bilanciare il livello di uscita relativo a ciascuna corda;

  • Scelta del plettro: anche la scelta del plettro è molto importante. Un plettro sottile e flessibile è solitamente più indicato per strumming di chitarre ritmiche, mentre uno spesso e rigido risulta essere la scelta ideale per delle frasi soliste. Da non tralasciare l’opzione pickless (anche con un’elettrica in stile Mark Knopfler);

 

  • L’accordatura: ultima, ma non per importanza, l’accordatura dello strumento. Essendo un’operazione che, per una chitarra, richiede poco tempo, è bene verificarla prima di ogni take, per non rischiare di vanificare il proprio sforzo esecutivo.

 

Insomma, indipendentemente dal “pezzo di legno” che avete tra le mani, è buona abitudine curare tutti questi aspetti prima di premere REC.

Va sottolineato, inoltre, che ogni chitarrista dovrà prestare attenzione alla catena di amplificazione ed effettistica, perché anche queste due componenti del setup contribuiscono a rendere unico il suono che si andrà ad incidere.  Dai più aggressivi overdrive per la musica rock, ai chorus per i più sentimentali, dagli amplificatori valvolari anni ’60 ai profiling amplifier più moderni, tutto va curato nei minimi dettagli per personalizzare al meglio il proprio sound.

Prima di concludere, però, ci teniamo a precisare che la licenza artistica autorizza chiunque a sperimentare, su ogni aspetto del proprio set up, il più liberamente possibile. Solo così possono nascere nuove rivoluzioni musicali e, perché no, culturali, come insegnano il wah wah di Hendrix e il tapping di Van Halen.

 

 

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Da registrazione in home studio a mix in pro studio (esempi audio)

Nelle vesti di Studio di Registrazione Professionale capita di lavorare sia su prodotti incisi nelle nostre sale di ripresa, sia su una vasta gamma di stems (o tracce) provenienti da una vasta gamma di brutti posti nel mondo. Ovviamente noi non abbiamo paura di niente.

Partendo dal presupposto che ci sono persone del tutto in grado di fornire una registrazione fatta come si deve, bisogna essere consapevoli che sono la minoranza, e da ciò la nascita di questo articolo: daremo qualche dritta utile a far un buon lavoro di registrazione at Home e anche una breve dimostrazione di come può diventare una traccia home dopo un trattamento pro in studio.

Registrazione

In una sala non professionale un grosso problema è rappresentato da componenti sonore indesiderate riprese dai microfoni, provenienti da risonanze e riflessioni del suono su superfici non ottimizzate acusticamente. Per quanto ricoperto da cartoni di uova, sarà comunque meglio che un ambiente sgradevole non “parli” nella vostra incisione.

Migliore è la qualità della ripresa e più semplice sarà fare un ottimo mix. Se volete approfondire l’argomento registrazione vi invito a leggere questo nostro articolo: 5 classici errori di registrazione in home studio .

 

Mix

  • Il basso viene molto spesso registrato direttamente dall’uscita dello strumento. Per ottenere un suono più ricco ed efficace nel mix è possibile eseguire un Reamping, ovvero inviare il segnale acquisito in precedenza ad un amplificatore per basso mediante un apposito collegamento, predisporre i microfoni e registrare il suono emesso dagli altoparlanti. Questo processo è il nostro preferito e, onestamente, conserva in sé anche un po’ di nobiltà. Esistono anche altre tecniche per ottenere lo stesso tipo di risultato, come l’utilizzo di simulatori di amplificatori oppure di distorsioni armoniche opportunamente miscelate al suono originale.

Originale:

Processato:

  • Come si sente dal primo audio qui sotto, la ripresa di prossimità, nonostante sia utilizzata come soluzione a problematiche di ambiente, può portare con se delle spiacevoli conseguenze, ovvero un’eccessiva enfatizzazione delle basse frequenze, causata da quello che viene appunto nominato effetto prossimità. Durante il mix una buona gestione del low end permette di rendere più definito il suono di ciascuno strumento, evitando il mascheramento e la concentrazione di eccessiva energia sulle basse frequenze.

Sulle nostre chitarre, dopo aver equilibrato la parte bassa, ci sembrava che il suono fosse ancora un po’ troppo scuro. Per renderlo più aperto abbiamo recuperato armoniche usando un harmonic exciter.

Se necessario, un buon denoiser aiuta sempre laddove ci siano fastidiosi rumori di fondo!

Originale:

Processato:

  • Una problematica che si può riscontrare sulla batteria è una scarsa simmetria degli overhead, ovvero i microfoni dedicati alla ripresa dei piatti e del kit nel suo insieme. Nel primo audio qui di seguito la cassa ha una posizione abbastanza centrale, mentre il rullante è decentrato verso destra. Di per sé come posizione sarebbe ragionevole, soprattutto pensando a come solitamente vengono disposti gli elementi che compongono il kit, ma in fase di ripresa dovrebbe essere compensata da un adeguato posizionamento dei microfoni per fare in modo che, sia la cassa che il rullante, possano risultare centrali così come vuole la tradizione dei mix pop e rock. In questo caso, quindi, abbiamo dovuto restringere e ricentrare l’immagine stereofonica degli overhead, nonché filtrarne la parte bassa, per fare in modo che sia cassa che rullante risultino il più possibile centrali. Questa posizione nel complesso poi verrà definita più compiutamente una volta aggiunto il suono proveniente dai microfoni dedicati alla ripresa di ciascuno di questi elementi.

Originale:

Processato:

Mix finale:

Dopo questi step intermedi nei quali vi abbiamo mostrato, o meglio fatto sentire, quali accorgimenti si possono applicare in fase di mix, vi forniamo un ascolto complessivo così da poter comprendere davvero fino a dove si può arrivare partendo da una registrazione fatta a casa. Ovviamente non vi possiamo svelare tutti i segreti, effetti e magie fatte sulle tracce, ma se volete venire a trovarci saremo ben felici di lavorare al massimo anche per il vostro disco! 😉

Originale:

Processato:

 

Grazie per aver letto il nostro articolo. Se hai domande o chiarimenti non esitare a contattarci, risponde il nostro fonico!!

 

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5 classici errori di registrazione in home studio.

Ok, ormai la musica si può fare ovunque, basta un computer e una scheda audio ed il gioco è fatto (siamo quasi stufi di sentirlo dire). Si può registrare bene, sia a casa che in esterna, comporre bene, sia con una tastiera midi che con i tasti del pc, ascoltare bene (grazie al dogma “ho speso 2500 euro di casse, ora le metto in taverna e faccio il disco d’oro”)… insomma si può fare tutto bene anche a casa, MA NON BENISSIMO! (parafrasando qualcuno che gira in radio in questo periodo).

Essì, perchè registrare non significa solo mettere un microfono davanti ad uno strumento, comporre non significa solo unire rettangolini su una griglia e per lavorare ad un certo livello non bastano delle casse expensive, serve l’ambiente adatto e una manciata di altri fattori!

Quindi, qui di seguito, cercheremo di fare chiarezza su alcuni errori che spesso vengono commessi in registrazione e lo faremo per tutti coloro che, con tanta buona volontà, hanno intenzione di incidere qualcosa a casa, magari poi commissionando ad uno studio professionale la parte di mix o di mastering (processi che risultano tanto efficaci quanto è migliore l’incisione iniziale).

 

Per una registrazione in home studio (attrezzato o meno) non si può non prestare attenzione a:

  • AMBIENTE DI RIPRESA: le caratteristiche originali del suono da riprendere sono fondamentali. Oltre al suono emesso dalla sorgente, dobbiamo considerare anche la risposta dell’ambiente in cui viene generato, il suono della stanza, il riverbero. Se l’ambiente non è stato trattato acusticamente, il suo riverbero e le sue risonanze potrebbero compromettere il suono ripreso, in modo tale da rendere molto difficile la correzione di questi difetti in fase di mix. Bisogna inoltre considerare eventuali rumori ambientali che potrebbero essere catturati insieme alla sorgente, ad esempio il rumore della ventola del computer con il quale stiamo registrando.

  • POSIZIONE DEL MICROFONO: per ridurre al minimo le problematiche appena illustrate è pratica diffusa svolgere riprese posizionando il microfono molto vicino alla sorgente. Questo può comportare alcune spiacevoli conseguenze, come un marcato effetto prossimità (ovvero un’enfatizzazione delle basse frequenze) che, ad esempio nella voce, può portare all’eccessiva presenza di energia sulle consonanti plosive (“P”,”B” etc).  Altra conseguenza può essere la ripresa di un suono non equilibrato dal punto di vista timbrico: spesso gli strumenti emettono un suono diverso in punti diversi della propria struttura, quindi il timbro potrebbe risultare non equilibrato nel caso in cui il microfono non sia posizionato con sufficiente accortezza. Ad esempio: la chitarra acustica emette in prevalenza frequenze medio-basse nella zona della cassa e frequenze medio-alte nella zona del manico, per cui bisognerà utilizzare un posizionamento del microfono che riesca a rappresentare queste caratteristiche in modo equilibrato.

  • REGISTRARE CON IL RIVERBERO: spesso capita di voler registrare lo strumento (in particolare chitarre e tastiere) utilizzando il riverbero presente nel setup utilizzato dal musicista, magari perché viene ritenuto già adeguato per essere utilizzato nel mix finale. Una delle problematiche che ne possono scaturire è la difficoltà di gestione nel mix stesso della presenza e della spazializzazione del suono in questione, soprattutto se il riverbero applicato risulta eccessivo. In generale è consigliabile registrare il suono senza riverbero ed in seguito ricostruirlo in fase di mix, anche, eventualmente, sulla base delle caratteristiche dell’effetto di riferimento presente nel setup di partenza del musicista.

 

  • PENSARE CHE TUTTO SI POSSA SISTEMARE DOPO: spesso si è portati a credere che qualsiasi suono possa essere modificato e migliorato in fase di mix, indipendentemente dalle sue caratteristiche iniziali. È vero, utilizzando gli strumenti adeguati si ha un discreto margine di manovra, ma per ottenere un ottimo suono finale la fase di ripresa è fondamentale. In essa bisogna innanzitutto scegliere lo strumento adeguato per la parte da registrare e verificarne la corretta accordatura. In seguito va curato con attenzione il microfonaggio per ottenere fin da subito un suono che sia il più possibile vicino a quello che vorremo utilizzare nella fase di mix. Non tutti i difetti sono completamente correggibili: forse un suono compromesso potrebbe risultare “ok” a fine lavoro, ma essere comunque molto lontano da quello ottenibile con una ripresa più adeguata.

 

  • SELEZIONE DELLE TAKE: molto importante per la buona riuscita di un prodotto è anche la selezione delle take da utilizzare. A volte si valuta esclusivamente la correttezza dal punto di vista dell’intonazione o del tempo, ma vengono tralasciati altri aspetti importanti come la dinamica, il mood della performance, la coerenza dell’esecuzione quando vengono montate take diverse. Anche semplicemente come e dove viene eseguito un taglio può determinare quanto poi “funzionerà” quella singola traccia nel mix finale.

 

 

Insomma, concludendo,  l’evoluzione del settore digitale ha permesso al settore discografico di svilupparsi in funzione della self-production. Cerchiamo di acquisire un po di sano know-how per far si che studi pro e home studio possano cooperare nel miglior modo possibile.

 

 

 

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Ogni grande chitarrista ha un modo particolare di fare musica, un modo particolare di suonare, di comporre e anche di registrare. O meglio, di farsi registrare!

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