Lo show business è diverso, non sbagliato

Facendo un’indagine veloce è molto facile trovare milioni di opinioni negative riguardo lo stato attuale del mondo musicale.

Tralasciamo per un attimo le competenze artistiche e le capacità musicali: la discografia fa parte dello show business, quindi è intrattenimento, proprio come lo sono L’isola dei famosi, Le iene, i palinsesti delle radio e Spotify. Ok, qualcosina di “informazione” c’è, sparso qua e là, ma si parla di una percentuale piuttosto bassa.

Il fatto è che, per molti artisti, la musica nasce da un disagio, da una necessità, da una cosa dentro che non si può spiegare e che ha radici nel profondo dell’animo. Sentirsi affiancare alle veline nelle vesti di intrattenitori non è poi così gratificante quanto può esserlo sentirsi affiancati a Bob Dylan nelle vesti di genio musicale. Eppure, anche lui fa intrattenimento.

Ci sono delle differenze, però, tra i protagonisti del passato e quelli odierni. A livello economico si può dire che i big di una volta facevano, in proporzione, molti più soldi di quelli che vengono fatti oggi. E ne venivano spesi anche molti di più per fare un concerto o un tour. Parliamoci chiaro: nulla di più normale. Solo 70 anni fa la radio iniziava a diffondersi, e seguì a ruota la televisione. Oltretutto si usciva da un periodo difficile per la popolazione mondiale (ben 2 guerre globali in 25 anni, in un periodo in cui la gente era davvero chiamata alle armi) e la voglia di novità e di benessere era molta. La musica esisteva già, ovviamente, ma la sua diffusione in ogni casa permise agli artisti di diventare delle vere icone. D’altronde non c’erano molte alternative: o la loro musica o il calcio o la zappa/catena di montaggio.

Oggi non è più cosi. I fan possono scegliere cosa ascoltare, dove e quando. La scelta è cosi ampia che a volte è quasi una prigione e, infatti, stiamo arrivando al punto di regalare la nostra attenzione a fenomeni mediatici decisamente discutibili, giustificati dalla loro “originalità”, a scapito di chi crea contenuti davvero utili e interessanti.

Ci sono video Youtube virali come quello del ragazzo koreano che mangia (tanto, ma proprio tanto) e conta circa 6.245.144 di visualizzazioni… oppure quello del bambino che gioca con un fidget spinner (ha solo 8 anni) e che conta circa 21.643.376 di visualizzazioni. Si potrebbe andare avanti e la lista si farebbe via via più “curiosa”!

Insomma, oggi la gente cerca qualcosa che è difficile da categorizzare. Cioè, se chiedi a qualcuno quando gli interessa guardare un tipo che mangia, di sicuro risponde “perché mai dovrei guardarlo?” eppure poi i numeri cantano.

Spiegarsi il fenomeno che ha portato lo show business ad essere guidato dall’immagine (in ogni sua forma) è abbastanza semplice: il nostro cervello ragiona per immagini. Nel momento stesso in cui pensiamo a qualcosa, lo stiamo vedendo (anche solo mentalmente).

Ecco perché ha spopolato facilmente MTV. I videoclip davano un volto e una storia alle canzoni e, di conseguenza, il nostro cervello non aveva più bisogno di inventarsi nulla. Immagini pronte da associare a quella melodia, a quell’artista e a quelle emozioni. E da lì poi veniva alimentato il bisogno di appartenenza al gruppo di pari e quindi si sono alimentate le mode e di conseguenza i cloni e così via. Si è arrivati perfino ad abituarsi solo a ciò che si vede o sente in tv/radio, tanto da non riconoscere più la versione “reale” delle cose. Vedi l’articolo: Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.

Quello che la maggior parte dei player nel mondo musicale dimentica è che, in quanto settore dell’intrattenimento, anche i cantanti devono saper giocare con l’originalità. Non basta più saper cantare o suonare, ci sono troppe persone al mondo capaci di farlo. Oggi quante belle voci si possono trovare su Youtube? Cioè, non fraintendeteci, il piacere di ascoltare un bel suono (proveniente da qualsiasi strumento) resta una delle più gradevoli sensazioni conosciute all’essere umano, ma questo dipende anche (o meglio soprattutto) dalle associazioni fatte (anche inconsciamente) dal nostro cervello. Qui approfondiamo l’argomento: La musica è droga per il nostro cervello.

Quindi va bene la bella voce, ma non bastaCerto, su una popolazione di circa 7 miliardi di persone, una fan base di qualche milione non è rappresentativa dell’interesse collettivo globale, infatti gran parte delle visualizzazioni online sono date da un pubblico che va dai 7 ai 25 anni. Il fatto è che pubblicare un video su Youtube fatto col cellulare costa veramente poco e, azzeccato il contenuto, può raggiungere tante persone in pochissimo tempo. È per questo che gli artisti di oggi si impegnano cosi tanto a fare le stories su Instagram: se ognuna viene vista da 250mila persone in 24 ore (su una fan base di 3 milioni) significa che gli sponsor non tarderanno ad arrivare e che, in cambio di contenuti costanti, porteranno soldi costanti (e non pochi!).

Tutti coloro che credono ancora nello stand da 15mila euro alla Fiera dell’Artigianato (convinti sia una mossa da top player del settore) solo perché, in 10 giorni, ci passano 3 milioni di persone dovrebbero forse rivedere l’esponenzialità del loro business? Il ROI è davvero così alto? Non è che la maggior parte delle affluenze sono famiglie che la vedono come un’alternativa simpatica al parco giochi sotto casa o al giro in centro?

Insomma, tornando alla musica, c’è poco da opporsi al sistema discografico perché, volente o nolente, è guidato da meccanismi economici. Lo show business deve intrattenere e, più persone intrattiene, più sta funzionando bene, giusto?

Viene da chiedersi se valga la pena costruirsi una carriera basata sul concetto di “musica come arte” quando di veramente artistico, nello show business, ci sono solamente i nuovi modi per fare soldi.

 

 

Sei sicuro di fare musica originale?

Da sempre l’uomo cerca di distinguersi.

Che si parli di musica o di qualsiasi altro settore, ogni individuo lavora in funzione del fare la differenza. E meno male. Alcune delle persone che hanno cambiato il mondo ci sono riuscite soltanto inseguendo il proprio sogno di un futuro migliore. Certo, qualcuno è anche meno ambizioso ma, nel suo piccolo, sa di essere speciale.

Nel settore discografico sono numerose le icone che hanno fatto la storia, per un motivo o per l’altro: quando parli di Rock non puoi non citare Elvis Presley, quando parli di Reggae non puoi non citare Bob Marley e quando parli di Hip Hop non puoi non citare DJ Kool Herc.

Elvis Presley

Va sottolineato, però, che spesso il “fare la differenza” non sfocia propriamente in comportamenti originali e, infatti, uno dei problemi del mondo musicale risiede proprio qui: la maggior parte delle persone che si dedica alla musica non fa altro che prendere in mano uno strumento (già visto in mano a qualcun altro) e suonare qualcosa (che è, in qualche modo, già stato suonato da qualcun altro). Insomma, in che percentuale gli aspiranti artisti con l’atteggiamento da incompresi (e a volte nemmeno troppo aspiranti) emulano cose già fatte in passato? Si potrebbe dire che l’85% della musica che abbiamo sentito in tutta la nostra vita sia nata dall’idea di quei pochi precursori che, per il loro tempo, furono rivoluzionari?

La storia sforna un artista come Jimi Hendrix e quanti milioni di band nascono sulle sue orme? Eminem: quanti milioni di rapper sono cresciuti a sua immagine e somiglianza? Bob Marley, quanti milioni?

Non serve sottolineare che l’emulazione è parte fondamentale dell’essere umano, abbiamo perfino dei neuroni dedicati alla simulazione di ciò che vediamo, chiamati appunto neuroni specchio. Senza di quelli non sbadiglieremmo guardando qualcuno sbadigliare, non proveremmo gran parte dell’empatia e non saremmo tanto influenzati dal comportamento altrui.

Ok, è biologia, non c’è nulla di male.

Il discorso stride un po’ quando questo concetto influenza qualcosa, come la musica, che dovrebbe essere (almeno per antonomasia) l’espressione massima dell’artista e, in quanto tale, autentica, unica e inimitabile.

Non è che, forse, dovremmo iniziare a distinguere la musica in quanto espressione artistica dalla musica in quanto prodotto discografico? Insomma: se la discografia pubblicasse solo “cose” da ascoltare, ci sarebbero ugualmente cosi tanti fans appassionati di musica ed altrettanti aspiranti artisti?

La risposta la lasciamo a voi perchè, onestamente, noi non la sappiamo. Forse il cervello umano troverebbe altre fonti di ispirazione e la musica, in quanto tale, fungerebbe da piacevole sottofondo per lo joga. Oppure potrebbe essere sfruttata per aumentare la produttività nel settore siderurgico. Difficile a dirsi.

Sappiamo per certo, però, che negli anni 50 andava di moda il Rock’n’roll ed i giovani ribelli iniziarono ad emulare Presley e Berry. Poi è stato il momento della British Invasion ed i ribelli emulavano i Beatles e gli Stones. Poi è stato il momento dell’Hip Hop ed i ribelli emulavano i Run-DMC. Oggi il mainstream è Trap e di conseguenza i ribelli possono emulare i propri idoli con estrema facilità: non serve saper suonare uno strumento,  né saper fare basi musicali, né saper cantare. Anzi, se lo dichiari apertamente vieni ancora più apprezzato, perché tu puoi e gli altri no.

Esatto, quel “io posso e gli altri no” che tanto sta a cuore a noi umani. Che tanto viene ricercato dagli adolescenti (apertamente) e dagli adulti (meno apertamente). Ma a volte viene da chiedersi: la vita è tutta una gara a chi la fa più lontano? Fare qualche altra gara invece di quelle che non fanno progredire l’umanità? Insomma, riportando il focus sulla musica, la domanda sorge spontanea: quale sarà il prossimo passo? Emulare quel tipo che canta e balla, in silenzio?

Ah già, a questo punto ci siamo già arrivati. Aspettiamo che venga assegnato il Disco d’Oro per i musical.ly allora.

 

Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.

In passato ascoltare musica era un’esperienza a 360 gradi.

Sentire un brano significava recarsi in un luogo specifico, circondarsi di persone e vivere un’esperienza di ascolto, sia collettivo che personale. Che si trattasse di un pub o di una strada, era un’esperienza ricca di sfumature socio-artistico-culturali, ognuna delle quali era inseparabile da tutto il resto.

Già. Immaginate come sarebbe il mondo oggi se l’unico modo per ascoltare musica fosse recarsi ad un live!

Rockwood Music Hall – New York City

Il modo di usufruire della musica in passato ha influenzato anche lo stile di alcuni generi musicali: gli assoli jazz, per esempio, nascono proprio dalla richiesta del pubblico di continuare a ballare, e le band, che erano ben disposte ad accontentarlo, impararono ad allungare qualunque brano fosse particolarmente apprezzato. Se la musica si fosse interrotta, la gente avrebbe smesso di ballare e c’era il rischio che il locale restasse con pochi spettatori (e la band senza ingaggi!).

NB. Anche gli strumenti che componevano i gruppi venivano scelti per necessità pratiche: più il volume era elevato, più il suono riusciva a coprire il rumore delle persone che ballavano e facevano festa. Ecco quindi che, spesso, il banjo sostituì la chitarra acustica e le trombe presero un ruolo da titolari nel jazz. Di fatto la musica subì un’evoluzione dettata anche dall’esigenza pratica di farsi sentire.

Con l’avvento delle registrazioni il rapporto con la musica è cambiato. Oggi possiamo scegliere il brano da ascoltare da uno dei tanti fornitori (Spotify, iTunes, Deezer, Google Play etc) e possiamo usufruirne in qualsiasi momento, luogo, situazione. Questo, a livello sociale, ha portato ognuno di noi a crearsi una colonna sonora personalizzata per ogni attività, dal fare sport al riposare sul divano.

Abbiamo già parlato, in un articolo precedente, della propensione del nostro cervello a crearsi abitudini e del desiderio biologico di ricevere gratificazione in varie forme (dalla musica come dalle droghe, in ogni loro forma). Ecco il link: La musica è droga per il nostro cervello.

È da notare oltretutto che, al giorno d’oggi, ascoltiamo così tanta musica registrata da aver sviluppato quella che il sociologo H. Stith Bennet definisce “coscienza della registrazione“, cioè l’interiorizzazione dei suoni basata sulle registrazioni e non sulle loro reali caratteristiche insite nell’esecuzione dal vivo. Conseguenza di ciò? Quando andiamo ad un concerto siamo quasi sempre delusi di ciò che “si sentiva”. Certo, l’atmosfera del live rappresenta ancora un grosso valore aggiunto per tanti appassionati, ma inconsciamente la maggior parte di noi basa i propri standard di ascolto su ciò che sente dagli auricolari.

Cari artisti. Ormai dovete scegliere se affidarvi al playback o affrontare con coraggio le aspettative del pubblico.

Entrando più in profondità nel discorso, però, verrebbe da dire che poco importa se il prodotto (brano) che il pubblico ama così tanto è stato registrato in presa diretta (e suonato interamente dal vivo senza “taglia e cuci” del fonico) oppure prodotto, cubetto dopo cubetto, da un team di “operai” professionisti degli strumenti virtuali. L’importante è che quel brano funzioni. L’obiettivo della musica non è forse quello di trasmettere emozioni? Un “artista” deve per forza essere polistrumentista per poter condividere qualcosa con il pubblico o può semplicemente avere una voce particolare (e non particolarmente intonata) per essere espressivo e trasmettere qualcosa a chi l’ascolta?

Insomma, se il fonico registra bene, edita bene, intona bene, mixa bene e unisce quella voce (particolare) ad un gruppo di tracce midi pre-prodotte da un producer che sa fare le cose come si deve, quel brano funzionerà punto e stop. Ovviamente poi, quando ci sarà da portare quella canzone in un concerto, qualcuno dovrà pur mettere la bocca davanti al microfono e di solito lo fa chi è più attraente (a seconda dei canoni del momento storico e della fetta di mercato di riferimento). Sembra superficiale e asettico? Sì, un filo sì, ma provate a negarlo.

In fin dei conti, comunque, non possiamo stupirci troppo di tutto questo: nell’era dell’analogico i veri talenti erano i compositori e i cantanti che, senza troppi barbatrucchi, riempivano gli stadi e suonavano come dei dannati; oggi siamo nell’era del digitale, chi dovrebbe essere il vero artista se non qualcuno che fa magie con il computer?

 

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La musica è droga per il nostro cervello.

Per i neuroscienziati ormai è assodato: il cervello è pigro.

Durante le nostre giornate svolgiamo automaticamente più dell’80% delle azioni. Il cervello adora la routine, perché pensare è faticoso.

Ecco, quindi, che oltre ai tanti rituali che arricchiscono positivamente le nostre giornate, come leggere almeno 10 pagine o correre almeno 2 km, trovano spazio anche quelle abitudini sconvenienti come guardare pomeriggio 5 o la diretta dell’Isola. Ok, ora che l’abbiamo detto, torniamo subito in carreggiata.

Anche nel mondo musicale il nostro cervello cerca di crearsi delle abitudini. È innegabile, infatti, che quando un brano ci piace lo riascoltiamo innumerevoli volte. Ci sono canzoni che ascoltiamo a ripetizione in modo intensivo per una settimana, ed altre che ascoltiamo solo quando vogliamo evocare uno specifico stato d’animo (a volte anche inconsciamente). Alcuni dischi sono in grado di riportarci indietro nel tempo, altri invece riaccendono la speranza in un futuro migliore.

La musica ha anche questo potere. Proprio come alcune droghe.

Alcune delle playlist offerte da Spotify, decisamente create per evocare emozioni specifiche.

Beh, in effetti, Theodor Adorno (filosofo, musicologo e sociologo) riteneva che utilizzare la musica privatamente come colonna sonora delle proprie giornate fosse un modo di raggirare la solitudine. Il jukebox, per lui, era una promessa di gioia che, però, si rivelava una breve dose di felicità che avrebbe presto lasciato il posto al desiderio di averne ancora. Un po’, appunto, come le droghe.

Tra l’altro qui si apre automaticamente una parentesi tecnica: droghe come LSD provocano un trip  che dura dalle 6 alle 10 ore, quindi dopo l’assunzione si è apposto per un po’… le sigarette invece, considerate legali,  producono un effetto che dura pochi secondi. Non sarà che, per il nostro circuito della ATV (cioè il “circuito del piacere” del cervello), la musica corrisponda ad una sigaretta? E sarà forse per questo che, da sempre, molti artisti hanno strette “connessioni” con le droghe?

Teoria di certo interessante. Ma tornando al bisogno di routine del nostro cervello: vi siete mai chiesti come possa sentirsi un artista che, oltre al singolo che voi amate, ha scritto altre 130 canzoni che nessuno considera?

Cinicamente potremmo dire che, se soltanto un brano è diventato famoso, evidentemente era l’unico che meritava davvero. Chìssene di ciò che l’artista voleva esprimere in tutti gli altri 130.

Detto questo, una domanda sorge spontanea:  il cantautore passerà l’intera vita cercando di scrivere altri brani che facciamo un successo planetario o continuerà ad esprimere se stesso, indipendentemente dai gusti dei fan, tramite la propria musica?

Tarzan boy è nel bagaglio culturale di ognuno di noi, ma quanti di voi conoscono altri dischi dei Baltimora?

Molti artisti lamentano di essere “costretti” ad eseguire nei loro concerti sempre gli stessi brani,  quelli che notoriamente hanno avuto maggior successo. Inserendo in scaletta nuovi pezzi spesso capita che il pubblico, non riconoscendoli, ne sia poco entusiasta. Può sembrare una cosa passeggera ma se, nell’ascoltatore, si instaura la paura di recarsi ad un concerto, pagare il biglietto e poi non sentire i pezzi che ama (corrispondenti alla dose di stupefacenti sopra citata), potrebbe anche smettere di andare ai live.

Situazione spiacevole per l’artista, non credete?! D’altronde nessuno di noi andrebbe al cinema per passare metà della serata riguardando scene viste e riviste. È un’ingiustizia!

E che dire di coloro che suonano solo cover: eseguono il brano di un altro (anche in modo originale) perché con il pubblico funziona di sicuro o perché lo sentono proprio per ciò che gli trasmette? Insomma è un modo di fare arte o una necessità per poter fare gli artisti

Boyce Avenue è considerato, meritatamente, uno dei migliori cover artist.

Precisiamo: non c’è nulla di male nel suonare cover, soprattutto con un po’ di tocco personale. Di sicuro, però, ricevere feedback a domande come questa aiuta a farsi un quadro generale del panorama musicale più ampio e consapevole e, perché no, potrebbe indirizzare i protagonisti del settore a riflettere in un modo nuovo sulla loro attività.

Concludendo questo insolito viaggio nel cervello degli artisti (o almeno di alcuni di loro), non ci resta che augurarci di riuscire, un giorno, a creare una teoria unificata della musica con la quale spiegare come mai, a differenza di altre attività artistiche, in essa sia racchiuso così tanto (o poco?) potenziale emotivo da renderne necessaria la ripetizione (in ogni sua forma). Un pò come le droghe, insomma.

 

 

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