Home studio: 5 consigli per lavorare bene.

Per fare il Producer non basta usare una DAW, bisogna usare le orecchie.

Sorvolando sul fatto che, in epoche recenti, il maltrattamento della parola Producer ha raggiunto il suo apice (in pratica se nella vita hai fatto una base musicale lo sei di diritto e a pieno titolo), vogliamo dare ancora qualche dritta alle nuove leve del settore che, nel proprio home studio, desiderano produrre buona musica e, magari, competere con i colossi che vanno in tangenziale a comandare con il loro quintuplo Disco di Platino. (Eh va beh, brava la FIMI. 5 volte brava.)

In alcuni degli articoli precedenti abbiamo trattato delle DAW e dei plug-in, riscuotendo un certo successo soprattutto tra i più giovani. È vero, ormai ci sono virtual instrument che fanno miracoli e comporre la Nona sinfonia di Beethoven sembra un gioco da ragazzi, ma vale la pena ricordare, però, che durante una produzione musicale non serve a nulla uno strumento come Logic Pro se non sai gestire con consapevolezza tutto il lavoro che ci sta attorno.

Indipendentemente dal fatto tu debba lavorare con la registrazione di uno strumento reale o con la traccia MIDI di uno strumento virtuale, ci sono almeno 5 accorgimenti che spesso possono fare la differenza se si vuole raggiungere un buon risultato, soprattutto quando si è alle prime armi.

  1. Partire da buone registrazioni. Se si lavora con tracce registrate, fosse anche solo un cantato, è fondamentale che queste siano di buon livello. Purtroppo l’approccio we’ll fix that during the mix non funziona, perché non tutti i difetti di ripresa sono completamente correggibili. Un suono compromesso potrebbe risultare “ok” a fine lavoro, ma essere comunque molto lontano da quello ottenibile con una ripresa più adeguata. Provare per credere! Per approfondire questo argomento vi consigliamo di leggere il nostro articolo 5 classici errori di registrazione in home studio.
  2. Separare la fase di produzione da quella di mix. Molto spesso, durante la fase di costruzione dell’arrangiamento di un brano, si cerca di contestualizzare gli elementi che si vanno via via ad inserire, magari già applicando equalizzazione, compressione ed effetti. Nelle successive fasi del lavoro poi siamo restii a rivedere le operazioni che abbiamo effettuato e, una volta terminato l’arrangiamento, cerchiamo di sviluppare il mix basandoci su questi punti di partenza, convinti del lavoro che ormai abbiamo già svolto. Il mix, invece, è la costruzione di equilibri che tengono conto di tutti gli elementi in gioco, per cui è buona cosa fare le necessarie valutazioni una volta completata la stesura delle parti e la scelta di tutti gli strumenti, per poter assegnare ad ogni cosa il giusto spazio. In che senso “giusto spazio”? Vediamolo qui sotto…
  3. Si deve sentire tutto, ogni cosa con il giusto livello. È buona cosa partire dal rough mix, ovvero il bilanciamento tra gli elementi, fatto solamente impostando i livelli dei fader e il posizionamento dei pan. Come si fa? Mettiamo tutti i fader al minimo e cominciamo ad aprire gli elementi principali, creando una proporzione corretta di livello (volume) tra loro: cassa, rullante, basso, voce e strumento principale. Proseguiamo poi inserendo gli elementi secondari, anche utilizzando i pan per disporli in modo da sfruttare tutta l’immagine stereo. Come risultato dobbiamo ottenere un bilanciamento nel quale gli strumenti si sentono tutti (se no potevamo evitare di metterli), ma ognuno con un livello adeguato alla sua importanza per quello specifico arrangiamento. Il pad tappetoso, per esempio, avrà un livello sicuramente inferiore al lead synth. D’altronde non tutto può stare “davanti”, anche perché lo stare “davanti” (in questo caso si parla di volume) presuppone inevitabilmente l’esistenza di un “dietro” che qualcuno dovrà pur occupare.
  4. Creare i giusti incastri tra gli elementi. Fatta l’operazione precedente, se abbiamo un arrangiamento articolato, probabilmente ci ritroveremo nella situazione in cui alcuni elementi cozzano tra loro perché vorrebbero occupare lo stesso spazio a livello ritmico, di frequenza o entrambe le cose. Tipico esempio: cassa e basso, che entrambi hanno il corpo sulle frequenze più basse e spesso ritmicamente cadono contemporaneamente. Come puoi risolvere? Un modo efficace è riservare ad ognuno dei due elementi una parte esclusiva del range di frequenza in cui convivono. Possiamo ad esempio decidere di enfatizzare la cassa sotto gli 80 Hz e attenuarla al di sopra di questa frequenza, facendo l’opposto con il basso. Oppure viceversa. In questo modo il corpo di ognuno dei due strumenti può avere uno spazio dedicato, evitando così il rischio di mascheramento reciproco. Lo stesso principio si può applicare a qualsiasi coppia o gruppo di elementi che hanno lo stesso tipo di problema.
  5. Verificare il master su diversi sistemi di ascolto. Dopo aver completato la fase di mix in tutti i suoi aspetti arriva il momento di chiudere definitivamente il brano. Una delle cose più importanti nella realizzazione del master sta nell’assicurarsi che il brano possa funzionare allo stesso modo indipendentemente dal sistema utilizzato per riprodurlo. Se stiamo lavorando in home studio potremmo essere influenzati da una situazione di ascolto non sufficientemente neutra per poter avere questa garanzia. Come possiamo risolvere? Facendo un ascolto comparativo su diversi sistemi: in cuffia, in macchina, nello speaker bluetooth e sul cellulare, prendendo nota delle impressioni che abbiamo di volta in volta. Attenzione: non dobbiamo fare un mix per ognuno di questi sistemi, ma un unico mix che funzioni su tutti, tenendo conto dei difetti e peculiarità di ciascun sistema durante la nostra valutazione. Ad esempio: dallo smartphone i bassi saranno scarsi, nelle casse dell’automobile invece risulteranno più presenti. Una pratica molto utilizzata è affiancare l’ascolto del nostro nuovo brano a quello di un brano riferimento che conosciamo bene e che abbia caratteristiche simili al nostro, in modo da rendere più facile il nostro giudizio.

 

A volte risulta davvero complicato trasmettere al meglio ciò che fa la differenza tra un buon lavoro e uno scarso. Spesso è questione di strumentazione, ma ancor più spesso è questione di sensibilità e dedizione ai dettagli. Ovviamente nulla può sostituire l’esperienza sul campo, ma confidiamo che questi suggerimenti possano contribuire a fare la differenza per coloro che stanno scoprendo tutte le mille sfaccettature del mondo dell’audio pro.

 

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I 5 migliori plugin per chitarra (dalla creazione del suono al mix finale)

 

Partiamo dalla wiki-definizione: “Un plugin nell’informatica musicale è un componente aggiuntivo che, utilizzato in un programma di produzione audio – video, permette di aggiungere effetti audio o generare nuovi suoni”.

Perfetto. Ora che anche i neo-arrivati nell’ambito audio sono preparati, passiamo alla sostanza.

Partiamo dalla creazione del suono di una chitarra elettrica. Chiaramente ci rivolgiamo a tutti coloro che non sanno suonarne una reale e che, per i più svariati motivi, non hanno la possibilità di ingaggiare un turnista.

Emulare virtualmente il suono di una chitarra elettrica in modo efficace è una cosa tutt’altro che semplice. Sono infinite le sfumature della risposta al tocco di due mani (ed eventualmente un plettro) su sei corde e ci permettiamo di sottolineare che nessuna casa produttrice di software è ancora riuscita a creare qualcosa di completamente credibile. 

Tra gli instrument che, nonostante tutto, hanno raggiunto un risultato apprezzabile, vogliamo segnalare Electri6ity della Vir2.

Al suo interno offre ben 8 tipologie di chitarra (Strat, Tele, P90, Les Paul, Rickenbacker, Danelectro Lipstick, ES335 e L4) e la possibilità di controllare “live”, attraverso comandi MIDI, l’esecuzione di bending, sustain, muting, slide, legato, strum e molto altro. Include, inoltre, una sezione effetti che comprende phaser, flanger, chorus, reverb e delay, e una sezione amp simulator che offre 7 diverse tipologie di amplificatori.

Tra le opzioni presenti all’interno dell’instrument consigliamo di utilizzare i banchi in modalità DI, che restituiscono il suono dello strumento prelevato prima del passaggio all’interno dell’amplificatore. Questo permette di selezionare successivamente il simulatore dell’amplificatore più adatto al nostro gusto, con una maggiore possibilità di scelta e di intervento sulla definizione del nostro suono.

Certo, non potrà essere utilizzato per un album di chitarra solista (per il quale è necessario un esecutore esperto oltre che uno strumento reale registrato a regola d’arte), ma potrebbe essere un’opzione valida in caso si voglia inserire un riff o un arricchimento dell’arrangiamento in una produzione non incentrata sul suono “chitarresco” (passatemi il neologismo).

Molto bene. Ora che il suono della chitarra è stato creato (con uno strumento virtuale o con uno reale) è arrivato il momento di allestire la pedaliera.

Per noi la scelta ricade su Bias Pedal e Bias FX della Positive Grid. Il primo offre la possibilità di accedere a ben 64 stompbox e 10 processori rack (oltre a 32 amplificatori), mentre il secondo mette a disposizione 17 emulazioni di distorsori, overdrive, fuzz e booster, con la possibilità di customizzare approfonditamente clipping stage, output stage, power stage ed EQ.

Questa vastità di scelta e di personalizzazione non va a scapito della semplicità di utilizzo perché i due tool si integrano alla perfezione e hanno un’interfaccia molto user friendly. Interessantissima anche la funzione Tone Match di Bias Pedal, che permette di catturare il suono di qualsiasi pedale di distorsione (o traccia registrata) creandone un modello da poter utilizzare nel nostro setup.

Passando allo stadio successivo, ovvero alla simulazione dell’amplificatore, potremmo integrare il setup precedente con il buon Bias Amp 2, ma potendo scegliere liberamente preferiamo andare su AmpliTube Max della IK Multimedia. AmpliTube è uno dei più longevi amp-sim (la prima versione è del 2002) e l’esperienza della casa produttrice garantisce una pregevole qualità delle emulazioni, accompagnata da due caratteristiche per noi fondamentali: immediatezza e versatilità. In pochi click abbiamo a disposizione ben 80 diverse tipologie di amplificatori e 92 cabinet, per quali è selezionabile perfino la nostra configurazione di speaker preferita. Inoltre è possibile stabilire l’ambiente in cui effettuare la ripresa e impostare accuratamente la microfonazione (con il comodo supporto visivo della grafica 3D) attingendo da un arsenale di 19 diversi modelli di microfono. Da non trascurare il fatto che la maggior parte degli amplificatori presenti riporta il nome completo di marca e modello, per una selezione ancora più facile e veloce.

A questo punto abbiamo generato e ripreso con dei microfoni (veri o virtuali che siano) il suono effettato ed amplificato della nostra chitarra elettrica. Ora bisogna inserire questo suono nel mix del brano che stiamo producendo e quindi, molto probabilmente, avremo bisogno di processarlo con un equalizzatore.

Eh sì, perché per quanto il nostro suono possa sembrarci straordinario, abbiamo l’esigenza di farlo convivere nel modo migliore con tutti gli altri elementi dell’arrangiamento e ,quindi, qualche ritocco è spesso necessario.

Uno di più comuni interventi da fare con l’equalizzatore è l’attenuazione di componenti sonore che entrano in conflitto con quelle di altri strumenti. In soldoni: se un lead synth suona prevalentemente in un determinato range di frequenze, possiamo togliere alcuni dB della chitarra in quel range così da dare ad ogni strumento il proprio spazio privilegiato. Ovviamente queste scelte vanno fatte con molta attenzione, scegliendo solo le frequenze che è possibile sacrificare per enfatizzare con efficacia i suoni a cui vogliamo dare maggiore risalto nel mix.

Il consiglio è di utilizzare un plugin modellato su un equalizzatore analogico, il quale, per sue caratteristiche costruttive, spesso lavora in modo più “musicale” che “clinico”, evitandoci il rischio di compiere interventi sgradevoli all’ascolto, soprattutto quando applichiamo un boost.

La nostra scelta, in questo caso, ricade sul Waves Scheps 73 , modellato sull’equalizzatore console Neve 1073, il quale garantisce alta qualità ed efficacia. Così come nell’originale, il filtro passa alto, la banda bassa e la banda media hanno frequenze selezionabili a step predefiniti mentre la banda alta ha frequenza fissata a 12 kHz.

La riduzione delle variabili in gioco rende più immediata l’esecuzione degli interventi e la sua risposta rende sempre gradevole il risultato (a patto che la frequenza sia stata selezionata correttamente!).  Questo processore, inoltre, può essere “spinto” per ottenere la riproduzione (spesso ricercata) della saturazione del canale del banco analogico, per aggiungere ulteriore carattere alla nostra sonorità.

 

Infine, un aspetto da non sottovalutare quando si inserisce il suono nel mix è l’aggiunta di un riverbero per contestualizzare il suono nello spazio sonoro. In fase di registrazione è abitudine riprendere la chitarra elettrica priva di effetti di ambiente, in particolare se l’effettistica del nostro rig viene gestita e riprodotta in mono.

È bene lasciarsi la possibilità di utilizzare un riverbero stereo, per poter ricreare un ambiente più credibile e una spazializzazione più accurata, nonché di dosarlo accuratamente una volta che il suono è stato inserito nel mix con gli altri strumenti.

Per questa operazione ci affidiamo all’italianissima Overloud che offre il Breverb 2 , ottimo tool da avere nell’arsenale (non solo per la riverberazione delle chitarre). Qui possiamo attingere agli algoritmi del classico Lexicon 480L, tra i quali small hallroom per il nostro strumento spesso sono protagonisti.

 

In conclusione, dalla creazione del suono al mix finale, la tecnologia ci permette di lavorare in modo completo e professionale. Di sicuro, almeno per adesso, utilizzare strumenti virtuali  al posto che reali significa scegliere un compromesso, soprattutto per alcuni di essi che non sono ancora emulati alla perfezione.

Probabilmente in futuro le case produttrici di plugin riusciranno a colmare anche i gap rimasti ma, per quanto ci riguarda, anche nel 2118 noi sceglieremmo comunque di incidere con una buona Fender Stratocaster buttata in un Marshall Plexi microfonato come si deve!

 

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1brano x 2mix = 2brani

 

“In occasione del ventesimo anno di pubblicazione dell’album “Nevermind”‘ dei NIRVANA, la Universal Music  presenta una re-release che conterrà materiale mai sentito prima come b-side, mix alternativi, sessioni radio, rarità in studio e registrazioni dal vivo e un intero concerto tenuto a Seattle nel 1991.”

Ecco la versione originale di “Smells like teen spirit”, ed ecco quella  alternativa !

Con questo incipit hanno aperto, ormai qualche anno fa (precisamente nel 2011), diverse riviste musicali e siti dedicati al grunge (ma non solo), palesando tra le righe qualcosa che spesso viene dato per scontato. Non sappiamo quanti di voi lettori abbiano mai ascoltato questa re-release dei Nirvana, ma vi assicuriamo che le differenze tra l’originale e il mix alternativo sono rilevanti. Da ciò abbiamo preso spunto ed abbiamo deciso di mostrare, in questo articolo, come sia possibile cambiare l’impatto di un brano adottando alcuni accorgimenti semplici, e molto efficaci, durante il mix.

Prenderemo in analisi due diversi mix del brano “Il mondo dei pensieri” dall’album Il Corponauta del gruppo prog Il Paradiso degli Orchi, realizzati da due fonici diversi (rispettivamente Giorgio Reboldi dello studio AltreFrequenze di Brescia e Roberto Vigo dello studio Zerodieci di Genova – ringraziamo entrambi per la collaborazione).

 

MIX 1

Questa versione del brano è stata mixata in modalità ibrida analogico/digitale, svolgendo parte del processamento su Pro Tools e parte con outboard e banco analogico. Per rendere più strong il brano è stato privilegiato l’impatto sonoro rispetto alla definizione dei singoli suoni. In generale si è lavorato con attenzione sui suoni distorti, valorizzandoli o addirittura distorcendo elementi che originariamente non lo erano. In questa versione sono state enfatizzate le chitarre soprattutto nella parte media, saturati la voce e il basso con un overdrive e valorizzato il solo di synth durante lo strumentale (sia nell’equalizzazione che nel livello) per la sua caratteristica di aggressività. Per ottenere la sonorità desiderata è stata inserita un’ulteriore distorsione parallela sul master per arricchirlo di armoniche.

 

MIX 2

Il mix si presenta nitido e preciso, con suoni che occupano uno spazio ben definito e la voce risulta chiara e leggermente in fuori rispetto alla componente strumentale (come spesso accade nei mix “all’italiana”). Abbiamo quindi una voce “più avanti” e arricchita da un effetto di modulazione, i piatti della batteria sono più chiari e nel timbro dei tom è stato valorizzato l’attacco. Le chitarre hanno un’enfasi maggiore sulle frequenze medio alte che ne valorizza la componente più pulita, facendole emergere maggiormente nella parte strumentale anche per un diverso bilanciamento rispetto al livello del synth.

 

Ecco quindi dimostrato come, con un po’  di attenzione, sensibilità e dedizione verso i dettagli, si possano confezionare brani vestendoli di abiti diversi, anche se provenienti tutti dallo stesso gomitolo. Ovviamente non esiste un mix giusto e uno sbagliato, le interpretazioni che vengono date dai fonici rispettano da un lato la loro stessa sensibilità verso quel brano o addirittura verso l’intero progetto e dall’altro le linee guida che la band ed il produttore artistico forniscono per esprimere al meglio ciò che quel prodotto vuole comunicare.

 

 

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Da registrazione in home studio a mix in pro studio (esempi audio)

Nelle vesti di Studio di Registrazione Professionale capita di lavorare sia su prodotti incisi nelle nostre sale di ripresa, sia su una vasta gamma di stems (o tracce) provenienti da una vasta gamma di brutti posti nel mondo. Ovviamente noi non abbiamo paura di niente.

Partendo dal presupposto che ci sono persone del tutto in grado di fornire una registrazione fatta come si deve, bisogna essere consapevoli che sono la minoranza, e da ciò la nascita di questo articolo: daremo qualche dritta utile a far un buon lavoro di registrazione at Home e anche una breve dimostrazione di come può diventare una traccia home dopo un trattamento pro in studio.

Registrazione

In una sala non professionale un grosso problema è rappresentato da componenti sonore indesiderate riprese dai microfoni, provenienti da risonanze e riflessioni del suono su superfici non ottimizzate acusticamente. Per quanto ricoperto da cartoni di uova, sarà comunque meglio che un ambiente sgradevole non “parli” nella vostra incisione.

Migliore è la qualità della ripresa e più semplice sarà fare un ottimo mix. Se volete approfondire l’argomento registrazione vi invito a leggere questo nostro articolo: 5 classici errori di registrazione in home studio .

 

Mix

  • Il basso viene molto spesso registrato direttamente dall’uscita dello strumento. Per ottenere un suono più ricco ed efficace nel mix è possibile eseguire un Reamping, ovvero inviare il segnale acquisito in precedenza ad un amplificatore per basso mediante un apposito collegamento, predisporre i microfoni e registrare il suono emesso dagli altoparlanti. Questo processo è il nostro preferito e, onestamente, conserva in sé anche un po’ di nobiltà. Esistono anche altre tecniche per ottenere lo stesso tipo di risultato, come l’utilizzo di simulatori di amplificatori oppure di distorsioni armoniche opportunamente miscelate al suono originale.

Originale:

Processato:

  • Come si sente dal primo audio qui sotto, la ripresa di prossimità, nonostante sia utilizzata come soluzione a problematiche di ambiente, può portare con se delle spiacevoli conseguenze, ovvero un’eccessiva enfatizzazione delle basse frequenze, causata da quello che viene appunto nominato effetto prossimità. Durante il mix una buona gestione del low end permette di rendere più definito il suono di ciascuno strumento, evitando il mascheramento e la concentrazione di eccessiva energia sulle basse frequenze.

Sulle nostre chitarre, dopo aver equilibrato la parte bassa, ci sembrava che il suono fosse ancora un po’ troppo scuro. Per renderlo più aperto abbiamo recuperato armoniche usando un harmonic exciter.

Se necessario, un buon denoiser aiuta sempre laddove ci siano fastidiosi rumori di fondo!

Originale:

Processato:

  • Una problematica che si può riscontrare sulla batteria è una scarsa simmetria degli overhead, ovvero i microfoni dedicati alla ripresa dei piatti e del kit nel suo insieme. Nel primo audio qui di seguito la cassa ha una posizione abbastanza centrale, mentre il rullante è decentrato verso destra. Di per sé come posizione sarebbe ragionevole, soprattutto pensando a come solitamente vengono disposti gli elementi che compongono il kit, ma in fase di ripresa dovrebbe essere compensata da un adeguato posizionamento dei microfoni per fare in modo che, sia la cassa che il rullante, possano risultare centrali così come vuole la tradizione dei mix pop e rock. In questo caso, quindi, abbiamo dovuto restringere e ricentrare l’immagine stereofonica degli overhead, nonché filtrarne la parte bassa, per fare in modo che sia cassa che rullante risultino il più possibile centrali. Questa posizione nel complesso poi verrà definita più compiutamente una volta aggiunto il suono proveniente dai microfoni dedicati alla ripresa di ciascuno di questi elementi.

Originale:

Processato:

Mix finale:

Dopo questi step intermedi nei quali vi abbiamo mostrato, o meglio fatto sentire, quali accorgimenti si possono applicare in fase di mix, vi forniamo un ascolto complessivo così da poter comprendere davvero fino a dove si può arrivare partendo da una registrazione fatta a casa. Ovviamente non vi possiamo svelare tutti i segreti, effetti e magie fatte sulle tracce, ma se volete venire a trovarci saremo ben felici di lavorare al massimo anche per il vostro disco! 😉

Originale:

Processato:

 

Grazie per aver letto il nostro articolo. Se hai domande o chiarimenti non esitare a contattarci, risponde il nostro fonico!!

 

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5 classici errori di registrazione in home studio.

Ok, ormai la musica si può fare ovunque, basta un computer e una scheda audio ed il gioco è fatto (siamo quasi stufi di sentirlo dire). Si può registrare bene, sia a casa che in esterna, comporre bene, sia con una tastiera midi che con i tasti del pc, ascoltare bene (grazie al dogma “ho speso 2500 euro di casse, ora le metto in taverna e faccio il disco d’oro”)… insomma si può fare tutto bene anche a casa, MA NON BENISSIMO! (parafrasando qualcuno che gira in radio in questo periodo).

Essì, perchè registrare non significa solo mettere un microfono davanti ad uno strumento, comporre non significa solo unire rettangolini su una griglia e per lavorare ad un certo livello non bastano delle casse expensive, serve l’ambiente adatto e una manciata di altri fattori!

Quindi, qui di seguito, cercheremo di fare chiarezza su alcuni errori che spesso vengono commessi in registrazione e lo faremo per tutti coloro che, con tanta buona volontà, hanno intenzione di incidere qualcosa a casa, magari poi commissionando ad uno studio professionale la parte di mix o di mastering (processi che risultano tanto efficaci quanto è migliore l’incisione iniziale).

 

Per una registrazione in home studio (attrezzato o meno) non si può non prestare attenzione a:

  • AMBIENTE DI RIPRESA: le caratteristiche originali del suono da riprendere sono fondamentali. Oltre al suono emesso dalla sorgente, dobbiamo considerare anche la risposta dell’ambiente in cui viene generato, il suono della stanza, il riverbero. Se l’ambiente non è stato trattato acusticamente, il suo riverbero e le sue risonanze potrebbero compromettere il suono ripreso, in modo tale da rendere molto difficile la correzione di questi difetti in fase di mix. Bisogna inoltre considerare eventuali rumori ambientali che potrebbero essere catturati insieme alla sorgente, ad esempio il rumore della ventola del computer con il quale stiamo registrando.

  • POSIZIONE DEL MICROFONO: per ridurre al minimo le problematiche appena illustrate è pratica diffusa svolgere riprese posizionando il microfono molto vicino alla sorgente. Questo può comportare alcune spiacevoli conseguenze, come un marcato effetto prossimità (ovvero un’enfatizzazione delle basse frequenze) che, ad esempio nella voce, può portare all’eccessiva presenza di energia sulle consonanti plosive (“P”,”B” etc).  Altra conseguenza può essere la ripresa di un suono non equilibrato dal punto di vista timbrico: spesso gli strumenti emettono un suono diverso in punti diversi della propria struttura, quindi il timbro potrebbe risultare non equilibrato nel caso in cui il microfono non sia posizionato con sufficiente accortezza. Ad esempio: la chitarra acustica emette in prevalenza frequenze medio-basse nella zona della cassa e frequenze medio-alte nella zona del manico, per cui bisognerà utilizzare un posizionamento del microfono che riesca a rappresentare queste caratteristiche in modo equilibrato.

  • REGISTRARE CON IL RIVERBERO: spesso capita di voler registrare lo strumento (in particolare chitarre e tastiere) utilizzando il riverbero presente nel setup utilizzato dal musicista, magari perché viene ritenuto già adeguato per essere utilizzato nel mix finale. Una delle problematiche che ne possono scaturire è la difficoltà di gestione nel mix stesso della presenza e della spazializzazione del suono in questione, soprattutto se il riverbero applicato risulta eccessivo. In generale è consigliabile registrare il suono senza riverbero ed in seguito ricostruirlo in fase di mix, anche, eventualmente, sulla base delle caratteristiche dell’effetto di riferimento presente nel setup di partenza del musicista.

 

  • PENSARE CHE TUTTO SI POSSA SISTEMARE DOPO: spesso si è portati a credere che qualsiasi suono possa essere modificato e migliorato in fase di mix, indipendentemente dalle sue caratteristiche iniziali. È vero, utilizzando gli strumenti adeguati si ha un discreto margine di manovra, ma per ottenere un ottimo suono finale la fase di ripresa è fondamentale. In essa bisogna innanzitutto scegliere lo strumento adeguato per la parte da registrare e verificarne la corretta accordatura. In seguito va curato con attenzione il microfonaggio per ottenere fin da subito un suono che sia il più possibile vicino a quello che vorremo utilizzare nella fase di mix. Non tutti i difetti sono completamente correggibili: forse un suono compromesso potrebbe risultare “ok” a fine lavoro, ma essere comunque molto lontano da quello ottenibile con una ripresa più adeguata.

 

  • SELEZIONE DELLE TAKE: molto importante per la buona riuscita di un prodotto è anche la selezione delle take da utilizzare. A volte si valuta esclusivamente la correttezza dal punto di vista dell’intonazione o del tempo, ma vengono tralasciati altri aspetti importanti come la dinamica, il mood della performance, la coerenza dell’esecuzione quando vengono montate take diverse. Anche semplicemente come e dove viene eseguito un taglio può determinare quanto poi “funzionerà” quella singola traccia nel mix finale.

 

 

Insomma, concludendo,  l’evoluzione del settore digitale ha permesso al settore discografico di svilupparsi in funzione della self-production. Cerchiamo di acquisire un po di sano know-how per far si che studi pro e home studio possano cooperare nel miglior modo possibile.

 

 

 

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