I 5 migliori plugin per chitarra (dalla creazione del suono al mix finale)

 

Partiamo dalla wiki-definizione: “Un plugin nell’informatica musicale è un componente aggiuntivo che, utilizzato in un programma di produzione audio – video, permette di aggiungere effetti audio o generare nuovi suoni”.

Perfetto. Ora che anche i neo-arrivati nell’ambito audio sono preparati, passiamo alla sostanza.

Partiamo dalla creazione del suono di una chitarra elettrica. Chiaramente ci rivolgiamo a tutti coloro che non sanno suonarne una reale e che, per i più svariati motivi, non hanno la possibilità di ingaggiare un turnista.

Emulare virtualmente il suono di una chitarra elettrica in modo efficace è una cosa tutt’altro che semplice. Sono infinite le sfumature della risposta al tocco di due mani (ed eventualmente un plettro) su sei corde e ci permettiamo di sottolineare che nessuna casa produttrice di software è ancora riuscita a creare qualcosa di completamente credibile. 

Tra gli instrument che, nonostante tutto, hanno raggiunto un risultato apprezzabile, vogliamo segnalare Electri6ity della Vir2.

Al suo interno offre ben 8 tipologie di chitarra (Strat, Tele, P90, Les Paul, Rickenbacker, Danelectro Lipstick, ES335 e L4) e la possibilità di controllare “live”, attraverso comandi MIDI, l’esecuzione di bending, sustain, muting, slide, legato, strum e molto altro. Include, inoltre, una sezione effetti che comprende phaser, flanger, chorus, reverb e delay, e una sezione amp simulator che offre 7 diverse tipologie di amplificatori.

Tra le opzioni presenti all’interno dell’instrument consigliamo di utilizzare i banchi in modalità DI, che restituiscono il suono dello strumento prelevato prima del passaggio all’interno dell’amplificatore. Questo permette di selezionare successivamente il simulatore dell’amplificatore più adatto al nostro gusto, con una maggiore possibilità di scelta e di intervento sulla definizione del nostro suono.

Certo, non potrà essere utilizzato per un album di chitarra solista (per il quale è necessario un esecutore esperto oltre che uno strumento reale registrato a regola d’arte), ma potrebbe essere un’opzione valida in caso si voglia inserire un riff o un arricchimento dell’arrangiamento in una produzione non incentrata sul suono “chitarresco” (passatemi il neologismo).

Molto bene. Ora che il suono della chitarra è stato creato (con uno strumento virtuale o con uno reale) è arrivato il momento di allestire la pedaliera.

Per noi la scelta ricade su Bias Pedal e Bias FX della Positive Grid. Il primo offre la possibilità di accedere a ben 64 stompbox e 10 processori rack (oltre a 32 amplificatori), mentre il secondo mette a disposizione 17 emulazioni di distorsori, overdrive, fuzz e booster, con la possibilità di customizzare approfonditamente clipping stage, output stage, power stage ed EQ.

Questa vastità di scelta e di personalizzazione non va a scapito della semplicità di utilizzo perché i due tool si integrano alla perfezione e hanno un’interfaccia molto user friendly. Interessantissima anche la funzione Tone Match di Bias Pedal, che permette di catturare il suono di qualsiasi pedale di distorsione (o traccia registrata) creandone un modello da poter utilizzare nel nostro setup.

Passando allo stadio successivo, ovvero alla simulazione dell’amplificatore, potremmo integrare il setup precedente con il buon Bias Amp 2, ma potendo scegliere liberamente preferiamo andare su AmpliTube Max della IK Multimedia. AmpliTube è uno dei più longevi amp-sim (la prima versione è del 2002) e l’esperienza della casa produttrice garantisce una pregevole qualità delle emulazioni, accompagnata da due caratteristiche per noi fondamentali: immediatezza e versatilità. In pochi click abbiamo a disposizione ben 80 diverse tipologie di amplificatori e 92 cabinet, per quali è selezionabile perfino la nostra configurazione di speaker preferita. Inoltre è possibile stabilire l’ambiente in cui effettuare la ripresa e impostare accuratamente la microfonazione (con il comodo supporto visivo della grafica 3D) attingendo da un arsenale di 19 diversi modelli di microfono. Da non trascurare il fatto che la maggior parte degli amplificatori presenti riporta il nome completo di marca e modello, per una selezione ancora più facile e veloce.

A questo punto abbiamo generato e ripreso con dei microfoni (veri o virtuali che siano) il suono effettato ed amplificato della nostra chitarra elettrica. Ora bisogna inserire questo suono nel mix del brano che stiamo producendo e quindi, molto probabilmente, avremo bisogno di processarlo con un equalizzatore.

Eh sì, perché per quanto il nostro suono possa sembrarci straordinario, abbiamo l’esigenza di farlo convivere nel modo migliore con tutti gli altri elementi dell’arrangiamento e ,quindi, qualche ritocco è spesso necessario.

Uno di più comuni interventi da fare con l’equalizzatore è l’attenuazione di componenti sonore che entrano in conflitto con quelle di altri strumenti. In soldoni: se un lead synth suona prevalentemente in un determinato range di frequenze, possiamo togliere alcuni dB della chitarra in quel range così da dare ad ogni strumento il proprio spazio privilegiato. Ovviamente queste scelte vanno fatte con molta attenzione, scegliendo solo le frequenze che è possibile sacrificare per enfatizzare con efficacia i suoni a cui vogliamo dare maggiore risalto nel mix.

Il consiglio è di utilizzare un plugin modellato su un equalizzatore analogico, il quale, per sue caratteristiche costruttive, spesso lavora in modo più “musicale” che “clinico”, evitandoci il rischio di compiere interventi sgradevoli all’ascolto, soprattutto quando applichiamo un boost.

La nostra scelta, in questo caso, ricade sul Waves Scheps 73 , modellato sull’equalizzatore console Neve 1073, il quale garantisce alta qualità ed efficacia. Così come nell’originale, il filtro passa alto, la banda bassa e la banda media hanno frequenze selezionabili a step predefiniti mentre la banda alta ha frequenza fissata a 12 kHz.

La riduzione delle variabili in gioco rende più immediata l’esecuzione degli interventi e la sua risposta rende sempre gradevole il risultato (a patto che la frequenza sia stata selezionata correttamente!).  Questo processore, inoltre, può essere “spinto” per ottenere la riproduzione (spesso ricercata) della saturazione del canale del banco analogico, per aggiungere ulteriore carattere alla nostra sonorità.

 

Infine, un aspetto da non sottovalutare quando si inserisce il suono nel mix è l’aggiunta di un riverbero per contestualizzare il suono nello spazio sonoro. In fase di registrazione è abitudine riprendere la chitarra elettrica priva di effetti di ambiente, in particolare se l’effettistica del nostro rig viene gestita e riprodotta in mono.

È bene lasciarsi la possibilità di utilizzare un riverbero stereo, per poter ricreare un ambiente più credibile e una spazializzazione più accurata, nonché di dosarlo accuratamente una volta che il suono è stato inserito nel mix con gli altri strumenti.

Per questa operazione ci affidiamo all’italianissima Overloud che offre il Breverb 2 , ottimo tool da avere nell’arsenale (non solo per la riverberazione delle chitarre). Qui possiamo attingere agli algoritmi del classico Lexicon 480L, tra i quali small hallroom per il nostro strumento spesso sono protagonisti.

 

In conclusione, dalla creazione del suono al mix finale, la tecnologia ci permette di lavorare in modo completo e professionale. Di sicuro, almeno per adesso, utilizzare strumenti virtuali  al posto che reali significa scegliere un compromesso, soprattutto per alcuni di essi che non sono ancora emulati alla perfezione.

Probabilmente in futuro le case produttrici di plugin riusciranno a colmare anche i gap rimasti ma, per quanto ci riguarda, anche nel 2118 noi sceglieremmo comunque di incidere con una buona Fender Stratocaster buttata in un Marshall Plexi microfonato come si deve!

 

PS. Hai trovato interessante l’articolo? Seguici !

Cosa fa il chitarrista pro in studio?

Jimi Hendrix amava sperimentare.

Già nel medioevo esistevano i chitarristi. Ebbene si, nella loro versione “primitiva” suonavano la quinterna, ovvero uno strumento a corde pizzicate. Vi sembra incredibile? Beh sappiate anche che, già al tempo, utilizzavano il plettro.

Quinterna

Dettagli medievali a parte, da sempre i chitarristi provano, per il loro strumento, qualcosa di molto simile all’amore incondizionato. Alcuni addirittura non accettano di doverlo cambiare nonostante, a causa dell’usura, sia arrivato a fine carriera.

Alcuni modelli di chitarra sono passati alla storia: nel mondo delle elettriche dominano incontrastate la Fender Stratocaster e la Gibson Les Paul. La prima è caratterizzata da un suono nitido e chiaro, oltre che dalla sua versatilità. Nelle sue diverse versioni è usata per suonare i più svariati generi, dal blues al metal, dal funky al rock e ne sono stati possessori onorari personaggi come Jimi Hendrix ed Eric Clapton. La seconda invece produce un suono più denso e pastoso, e suoi ambasciatori sono stati, tra i tanti, Jimmy Page e Slash.

Fender Stratocaster e Gibson Les Paul

Nel mondo delle acustiche invece i brand che hanno inciso maggiormente nella cultura musicale (e quindi anche nella storia dell’umanità) sono Martin con le sue dreadnought e Gibson con l’introduzione delle jumbo.

Le rinomate Martin D-18 e Gibson J-200

Non è un segreto che strumenti di alta qualità, come le chitarre sopra citate, forniscano anche un suono di alta qualità. Indipendentemente dalle preferenze “personali”, chiunque godrebbe (passatemi il termine) nel maneggiare 6 corde tese su un corpo di mogano firmato Les Paul (giusto per citarne uno eh).

Chiunque, sì, tranne gente come John Anthony Gillis (in arte Jack White, chitarrista dei The White Stripes) che nel documentario “It Might Get Loud” dichiara “I play really old guitars; plastic guitars,”.  Probabilmente preferisce una chitarra di plastica comprata in un centro commerciale ma, vista la carriera, come dargli torto? D’altronde il caro Brian May (dei Queen) suonava con una moneta da 6 pence al posto del plettro e nessuno gli ha mai detto niente… anzi.

Jack White

 

Insomma, che sia una Fender o una chitarra alla Toy Story, che si passi tramite un Marshall o un Mesa Boogie, ci sono accorgimenti che i chitarristi pro adottano sempre quando si accingono a registrare.

Eccoli nel dettaglio:

  • Scelta delle corde: la scelta delle corde è molto importante in relazione alla tipologia di suono che si vuole ottenere. Corde con diametro maggiore garantiscono più suono e maggior sustain, mantengono più stabilmente l’accordatura e, a causa della maggior tensione necessaria per accordare, producono meno vibrazioni, cosa molto importante se si usa un’action bassa (per action si intende l’altezza delle corde rispetto alla tastiera dello strumento). Le corde con diametro minore, oltre ad essere più “morbide” da suonare (soprattutto in un bending), hanno solitamente un suono più leggero e aperto. Risulta inoltre molto importante tenere in considerazione il materiale di cui sono costituite e il winding style;

 

  • Stato delle corde: in vista di una sessione di registrazione è bene verificare lo stato delle corde montate sullo strumento. Le corde vecchie hanno meno sustain e producono armoniche di livello più basso, restituendo un suono più scuro e meno articolato. Oltretutto ne risente anche la scorrevolezza al tatto. Ovviamente è alta la probabilità che esse si rompano, costringendo cosi a montarne di nuove con conseguente cambio di sonorità dello strumento (e se ciò avviene proprio nel mezzo di un’incisione non è il massimo);

  • Action:  può essere regolata variando l’altezza del ponte e la tensione della barra metallica che si trova all’interno del manico (truss rod).  Un’action più bassa agevola la suonabilità, ma le corde rischiano di sfrigolare contro i tasti se suonate forte. L’action alta, invece, aumenta la risonanza e il sustain del suono, rendendo però necessario esercitare maggiore pressione sulle corde;

 

  • L’altezza del pickup: in uno strumento elettrico abbiamo la possibilità di variale la distanza dei pickup dalle corde. Mantenendoli distanti dalle corde il livello di uscita sarà più basso, il suono più rotondo e più scuro, mentre avvicinandoli aumenterà il livello di uscita e il suono sarà più chiaro e brillante. Se la loro altezza fosse eccessiva si potrebbe arrivare a ridurre il sustain, perchè la vicinanza dei magneti alle corde tende a smorzarne la vibrazione. Altrettanto importante è la regolazione delle singole espansioni polari di ciascun pickup per bilanciare il livello di uscita relativo a ciascuna corda;

  • Scelta del plettro: anche la scelta del plettro è molto importante. Un plettro sottile e flessibile è solitamente più indicato per strumming di chitarre ritmiche, mentre uno spesso e rigido risulta essere la scelta ideale per delle frasi soliste. Da non tralasciare l’opzione pickless (anche con un’elettrica in stile Mark Knopfler);

 

  • L’accordatura: ultima, ma non per importanza, l’accordatura dello strumento. Essendo un’operazione che, per una chitarra, richiede poco tempo, è bene verificarla prima di ogni take, per non rischiare di vanificare il proprio sforzo esecutivo.

 

Insomma, indipendentemente dal “pezzo di legno” che avete tra le mani, è buona abitudine curare tutti questi aspetti prima di premere REC.

Va sottolineato, inoltre, che ogni chitarrista dovrà prestare attenzione alla catena di amplificazione ed effettistica, perché anche queste due componenti del setup contribuiscono a rendere unico il suono che si andrà ad incidere.  Dai più aggressivi overdrive per la musica rock, ai chorus per i più sentimentali, dagli amplificatori valvolari anni ’60 ai profiling amplifier più moderni, tutto va curato nei minimi dettagli per personalizzare al meglio il proprio sound.

Prima di concludere, però, ci teniamo a precisare che la licenza artistica autorizza chiunque a sperimentare, su ogni aspetto del proprio set up, il più liberamente possibile. Solo così possono nascere nuove rivoluzioni musicali e, perché no, culturali, come insegnano il wah wah di Hendrix e il tapping di Van Halen.

 

 

PS. Hai trovato interessante l’articolo? Seguici !

Ecco perché non basta fare buona musica

Lavorando in uno studio di registrazione ci si imbatte nei progetti musicali più diversi e, passateci il termine, anche più disparati. Non stiamo giudicando, anzi, chiunque ha il diritto di esprimere se stesso attraverso la propria musica e, a volte, non importa in che modo vuoi diffondere il tuo prodotto, per essere soddisfatto basta che tu sia fedele a te stesso.

Il discorso cambia per chi, con la musica, vuole farci carriera.

Sempre più spesso capita di sentire le storie di ragazzi giovani che dichiarano una forte passione per la musica e diversi progetti all’attivo, che vogliono registrare i loro ultimi brani per poi regalare il disco ai gestori di locali con la speranza di ottenere una data live. Non c’è nulla di male in questo, ma andiamo per step.

PS. Se vi interessa la produzione, qui parliamo del perchè i dischi non si fanno in casa.

Non tutti i background sono uguali: c’è chi arriva da una famiglia per bene, cresciuto in centro a Milano tra scuole private e la Rinascente, e chi invece arriva dalle periferie dove, più che scuole e negozi, ci sono regole non scritte e venditori senza insegna. I percorsi per arrivare al successo sono quindi tanti e molto diversi ma, per restare in cima alla classifica nazionale (o, perchè no, mondiale), le cose da fare sono sempre le stesse: avere un prodotto che funziona e fare comunicazione efficace.

Avere delle idee valide e delle capacità artistiche è fondamentale per emergere nel panorama musicale, ovviamente le orecchie vogliono la loro parte, soprattutto se si vuole durare nel tempo ed avere una carriera solida (un po’ come avere le spalle larghe per un rugbista). Vogliamo però glissare con stile sull’efficacia del prodotto perché, oltre che dalla qualità musicale, dipende anche dal mercato di riferimento, dalla forza della label alle spalle del progetto e da altri fattori meno meritocratici, come ad esempio il budget a disposizione per la promozione che… a volte basta per far circolare il brano più di quanto meriti (decisamente di più), dandogli le sembianze di qualcosa di buono.

Ma torniamo nel mondo comunicazione: non esiste artista affermato che non sia perfettamente allineato su tutti gli aspetti che lo riguardano (almeno sotto la luce dei riflettori). Ecco il motivo per cui è fondamentale prestare attenzione in primis al perché si vuol comunicare qualcosa, poi al come lo si vuole comunicare ed infine a cosa i fan potranno acquistare di te.

Questa sequenza (perché – come – cosa) non è casuale, ma rappresenta ciò che il caro Simon Sinek (autore, relatore motivazionale e consulente di marketing) ha individuato come formula per una comunicazione efficace, in grado di distinguere le persone capaci di ispirare da tutte le altre. Di certo inusuale nel panorama del classico “ho questo prodotto a questo prezzo: compralo”, questo approccio porta con se una forte connessione con i nostri sistemi neurali decisionali più profondi e, di conseguenza, un’efficacia non trascurabile.

 

Insomma bisogna considerare che se si intraprende la strada della musica con l’obiettivo di diventare famosi, si sta sbagliando qualcosa. Sono moltissimi gli wanna be, ovvero quelli che vogliono diventare come X o come Y. È parte del percorso adolescenziale, va bene, ma ad un certo punto per fare sul serio bisogna avere davvero qualcosa da dire. Le persone non comprerebbero mai il disco di uno che vuole diventare ricco o famoso. Le persone non comprano affatto i prodotti in quanto tali, comprano il “perché quei prodotti vengono realizzati. Per non distaccarci troppo dalla realtà mettiamo i puntini sulle i: oggi un bel patrimonio può spianare la strada verso il successo, è vero, ma per quanto? Per quanto tempo una persona è disposta a pagare (in vari modi) per essere sulle copertine dei giornali o primo in classifica iTunes? Per quanto tempo un’etichetta o un produttore esecutivo sono disposti a pagare per far restare il proprio artista sulla cresta dell’onda?

Beh queste, e altre, sono tutte domande che non preoccupano i veri artisti. Loro pensano una cosa, la concretizzano e la propongono. Da dove arrivano le loro idee? Dalla loro storia. Certo il pubblico viene facilmente abbindolato dai “famosi” con contratto trimestrale, d’altronde gli permettono di entrare in casa propria (tramite la tv) e tenere monologhi stando passivamente ad ascoltarli. A lungo andare, però, si stuferanno, passerà la moda, finirà il programma.

Sapete, invece, chi seguiranno con interesse? Quelli che, come loro, sono spinti dalle esperienze quotidiane, dalle emozioni vere e dalla speranza in un futuro migliore, magari. Dalla loro storia e dalle loro prospettive. Ovviamente ognuno avrà il suo personale “Why” e di conseguenza il suo personale gruppo di fedeli, ma ad essere condivisa sarà ben più che la musica.

Volete qualcosa di concreto? Eccolo: un artista deve avere una storia alle spalle, raccontata sui suoi profili social, tutti perfettamente coerenti con il perché iniziale. Ogni fotografia, video, testo sarà portatore di un messaggio ed ogni componente, dal sound, alla ricerca artistica, all’immagine saranno allineati con ciò che ha dato origine al tutto. Il modo di parlare, il modo di muoversi, gli eventi, i featuring, i colori, i materiali, tutto dev’essere coerente.

Non avrete dei fan, avrete dei fedeli.

Certo, bisogna lavorare! Va studiato il web marketing, studiata la brand identity, la strategia di comunicazione efficace, il social media management e magari un po’ di editing foto/video. Ah…  il tutto, ovviamente, dopo aver studiato musica (passatemi il termine generale, tanto avete capito).

Pensate che sia sufficiente affidarvi ad un’agenzia di comunicazione? Provare per credere. Certo, ci sono anche realtà che offrono consulenza in comunicazione, fornendo così gli strumenti per “cavarsela da soli”, ma sono gli aghi nel famoso pagliaio.  I primi a sapere cosa fare dovete essere voi, perché a meno che non abbiate attribuito qualche punto SIAE o percentuale dei diritti a qualcuno, sarete gli unici a cui importerà davvero che tutto funzioni.

Quindi smettiamola, aspiranti artisti, di credere che si cominci solo con l’EP per poi puntare al disco d’oro. La verità è che si comincia da un buon motivo, uno vero, uno che al solo pensiero ti faccia tremare la terra sotto i piedi. Definito quello, con le maniche rimboccate, la strada è tutta in discesa (o quasi).

 

 

PS. Hai trovato interessante l’articolo? Seguici !

5 virtual instrument MAGICI in Logic Pro

Ok, facciamo che scegliamo un software: Logic Pro X. Poi facciamo che lo usiamo per creare, dalla A alla Z, una base musicale. Infine facciamo, senza estreme pretese discografiche, che questa base debba suonare in radio.

E’ possibile? Certo, risponderete voi. Ma se vi chiedessi di fare tutto ciò senza utilizzare strumenti o virtual instruments esterni? Niente acquisti top di gamma, niente download pirata… è possibile fare un disco di qualità usando solo il software e i suoi virtual instruments?

Sì, si può.

Nell’articolo precedente abbiamo parlato dei 6 Virtual Instrument Indispensabili, e, ovviamente, erano tutti strumenti di altissima qualità, realizzati dai top brands nel panorama dei software musicali e abbordabili soprattutto da coloro che con i dischi ci lavorano (e bene) e che di conseguenza riescono a rientrare dei costi iniziali.

In questo articolo invece, anche grazie ai suggerimenti forniti da voi lettori, parleremo di quegli strumenti che possono regalare non poche soddisfazioni a chi ha appena iniziato a “lavorare” con la musica o semplicemente a chi vuole riscoprire strumenti free inclusi nel proprio software (che in questo caso vengono comunque creati da un brand di tutto rispetto: Apple).

Perché abbiamo scelto Apple Logic Pro X? Perché è uno dei software migliori sul mercato e perché in studio, per le produzioni, usiamo proprio lui.

Ecco la nostra lista dei Magic 5, scelti all’interno dei 50 GB di librerie offerte di default da Apple all’acquisto di Logic Pro X:

  • EXS24: è un campionatore che riproduce file audio (chiamati campioni) caricati al suo interno e organizzati in raccolte, denominate sampler instruments. Poiché gli strumenti di campionamento sono basati su registrazioni audio, risultano ideali per ricreare suoni di strumenti come chitarre, pianoforti e batterie. A questo si aggiunge la possibilità di operazioni di sintesi, oltre al fatto che EXS24 è compatibile con strumenti campionati provenienti da librerie esterne e, come se non bastasse, fornisce fino a 16 uscite da poter utilizzare per ottenere la maggiore flessibilità possibile per le operazioni di mix.

  • Drum Kit Designer e Drummer: il modo più semplice per utilizzare un suono di batteria acustica è lavorare con Drum Kit Designer.  E’ sufficiente aprirlo e selezionare un kit (o comporne uno personalizzato scegliendo tra diversi rullanti, casse, tom, hi-hat e piatti). Ah.. il mix dei componenti scelti viene fatto in automatico per aiutare i meno esperti. Scegliendo un Producer Kit, invecesi ha accesso al mix completo (editabile) con le tracce separate per tutti i microfoni come quando si registra in studio.
    In aggiunta, è possibile affidare tutti questi strumenti alle capaci mani del Drummer, un batterista virtuale disponibile a suonare per chiunque lo desideri. Possiamo scegliere tra diversi drummer (ognuno con il proprio stile) e dargli istruzioni sul ritmo, l’intensità e l’articolazione che vogliamo ottenere per la nostra traccia. (Ed ora aspettiamo l’aggiormanento che includa anche il caffè espresso che fuoriesce dalla porta USB).
  • Ultrabeat: è uno strumento progettato appositamente per creare suoni percussivi ma… include 25 voci, ognuna con accesso a uno step sequencer completo. Ecco perchè, in genere, è presentato come un drum synth. Possiede oltre 80 kit preimpostati che possono facilmente essere caricati dal menu Preset per essere poi adattati alle varie esigenze. Davvero notevole la gamma di timbri e stili disponibili.

  • Alchemy: è un sample-manipulation synthesizer, il che significa che i suoi suoni sono basati su più di 14 GB di campioni audio reali che il sintetizzatore può elaborare. Se stai cercando un suono in fretta, puoi selezionare una vasta gamma di preset e manipolare i controlli. Se vuoi approfondire, invece, hai a disposizione uno strumento che fa sintesi additiva, spettrale, per formanti, granulare e analogica (virtuale). È difficile trovare un altro singolo strumento che faccia altrettanto tramite un’unica interfaccia.
  • ES2: offre un approccio più tradizionale alla sintesi, è versatile ed offre la possibilità di creare qualsiasi cosa, dalle emulazioni dei classici synth agli strumenti completamente nuovi e dal suono unico.
    Dal punto di vista della programmazione mette a disposizione un potente sistema di generazione del suono, con estese funzionalità di modulazione per generare una grande varietà di suoni. Ciò lo rende un’ottima scelta per la creazione di pad, lead, bassi o ottoni sintetici.

    La programmazione di questo synth è certamente la strada da percorrere per chi vuole iniziare a distinguersi.

 

Ci teniamo a concludere sottolineando che le Digital Audio Workstation valide sono diverse e che ognuna di esse fornisce, al suo interno, strumenti in grado di offrire a chiunque la possibilità di creare la propria musica. Sta alla devozione di ogni singolo producer ampliare o meno le proprie conoscenze e le proprie librerie, per puntare a prodotti discografici di qualità sempre maggiore.

 

 

PS. Hai trovato interessante l’articolo? Seguici !

6 virtual instruments indispensabili

La musica ed il processo per la sua creazione sono in continua evoluzione e, se così non fosse, probabilmente non sarebbe tanto divertente lavorarci. Abbiamo parlato, nell’articolo precedente, del mix In The Box in quanto modalità di lavoro ormai super diffusa e interamente basata sul digitale, ed ora vogliamo portare l’attenzione sugli strumenti più utilizzati da chi la musica la crea, sempre in digitale.

I beat-maker da sempre giocano con gli strumenti virtuali e, da quando l’era digitale è diventata il presente, sono infiniti i suoni che si possono creare e riprodurre, e sono infiniti i dispositivi dedicati a questo divertente lavoro.

Dagli emulatori di chitarre a quelli delle percussioni, dai suoni di intere sezioni di archi a quelli dei flauti asiatici più ricercati, praticamente qualsiasi strumento oggi è ricreabile in una Digital Audio Workstation (come ad esempio Logic Pro, Cubase, Pro Tools etc). Grazie ad enormi librerie di suoni campionati e suonati in MIDI (Musical Instrument Digital Interface, ovvero il protocollo standard per l’interazione degli strumenti musicali elettronici) è sufficiente selezionare lo strumento che si vuole suonare e disegnare le note in una griglia.

Credeteci, è più facile farlo che spiegarlo.

Piano Roll Editor- strumento per la gestione delle note MIDI in Apple Logic Pro

Insomma, ogni rettangolino che vedete nell’immagine qui sopra corrisponde a un suono ed è caratterizzato da un’intonazione, una durata, un’intensità e un insieme di altre peculiarità. Il tutto creato in digitale, senza nemmeno sfiorare uno strumento musicale reale.

Già… affascinante.

Con un pò di consapevolezza e di know-how  è possibile creare arrangiamenti di qualsiasi tipo e per qualsiasi genere musicale.  Oltretutto ci hanno pensato le case produttrici (come Apple o Steinberg) a fornire di default un pacchetto di suoni preconfezionati inclusi nei software, così da attrezzare anche i neofiti degli strumenti per sperimentare e iniziare a creare. Ne sono un esempio i rinomati Apple Loop, ovvero pattern musicali pre-registrati, divisi per categorie (Rock, Electronic, Beats, Acoustic, Ensemble etc), che chiunque può utilizzare per aggiungere rapidamente frasi di pianoforte o synth, parti ritmiche e altri pattern musicali a un progetto.

Libreria di Apple Loop – disponibili in sia in Garage Band che in Logic Pro

Potendo esprimere un’opinione in merito, anche grazie alle ultime collaborazioni con BIGBIZ Studio in fatto di produzioni (e con loro si intende produzioni fatte a regola d’arte), uno degli strumenti virtuali indispensabili, utilizzato nella maggior parte delle produzioni moderne è il Native Instruments Kontakt della Native Instruments. Al suo interno possono essere caricate infinite librerie e noi ne abbiamo scelte 6, degne di nota per qualità dei suoni (grazie all’altissima frequenza di campionamento) e per la notevole versatilità e facilità di utilizzo:

  • Alicia’s Keys Piano (Native Instruments): che sia una produzione classica o moderna, un buon pianoforte è uno strumento a cui difficilmente si può rinunciare. Questo piano incarna un suono soul che è marchio di fabbrica dell’artista americana al quale è ispirato, i campioni che lo compongono provengono infatti dal pianoforte a coda Neo Yamaha C3 di proprietà di Alicia Keys. Se è riuscito a soddisfare i suoi standard professionali come può non essere una valida scelta anche per noi?

  • Abbey Road Drummer (Native Instruments): questa serie di librerie “ti permette di viaggiare nel tempo” (cit. N.I.), grazie a una serie completa di kit con sonorità che vanno dal 1930 ad oggi. Se programmate con attenzione, non chiedendo allo strumento eccessivi virtuosismi, possono ricreare la magia di una vera batteria registrata nello studio più famoso del mondo. Molto utili sono l’Advanced Mixer Section e la Groove Library che permettono di creare il suono più adatto ad ogni tipo progetto grazie ad una vasta gamma di effetti (dal saturatore del nastro ai riverberi) e utili preset.

 

  • Urban 808 (The Producers Choice): in produzioni che necessitano di suoni percussivi elettronici, una classica Roland 808 non può mancare. Questa libreria emula a tutti gli effetti la rinomata drum machine, sfruttando tutta la versatilità offerta dalla DAW. Partendo dai campionamenti più puliti fino ad arrivare a preset più distorti e compressi, sono disponibili suoni davvero affascinanti (e pronti all’uso!).

  • Scarbee Bass (Native Instruments): è come avere a disposizione un arsenale con tutti i più famosi bassi elettrici: Music Man, Rickenbacker, Fender Precision e Jazz Bass. È possibile scegliere come suonare (dita, plettro oppure slap), e aggiustare il suono con effetti come la saturazione del nastro, l’equalizzatore e il compressore. Si dice che lo strumento più importante in una arrangiamento sia il basso… beh qui c’è l’imbarazzo della scelta.

  • Session Strings (Native Instruments): la qualità di una intera sezione di archi pronti all’uso con una semplicità disarmante e un’estrema flessibilità. Campionati per trasmettere tutto il feeling del legno e delle corde reali dello strumento classico, ma consentendo di soddisfare le esigenze di creazione delle sonorità per le produzioni più ricercate. Riproduce magnificamente anche la transizione tra le note, aggiungendo un tocco veramente umano a qualsiasi digi-creazione.

  • Exhale (Output): un instrument molto particolare che trasforma campionamenti vocali in altri suoni ed effetti. I campioni hanno caratteristiche atmosferiche e percussive, con molti preset che suonano più come synth che come voci. Se state cercando una sonorità speciale per il vostro prossimo brano, questa potrebbe essere la soluzione che fa al caso vostro.

 

Inutile sottolineare che ogni “producer” (scusate le virgolette ma, in ambito musicale, questa termine ha preso ormai troppe sfaccettature) ha un proprio stile e quindi sarà particolarmente dedito ai suoi abituali strumenti di lavoro.
Se è, però, un pò di sana sperimentazione quella che state cercando vi consigliamo caldamente di giocare con questi virtual instruments, decisamente affascinanti e tutti da scoprire (o forse ri-scoprire)!

 

 

PS. Hai trovato interessante l’articolo? Seguici !