Come sedurre un’etichetta discografica

Che tu sia un cantante solista con un progetto acustico o un metallaro con un album indemoniato, il quesito è sempre lo stesso: come trovo un’etichetta che creda me?

Ogni giorno, nel mondo, un gruppo musicale esulta per aver finito di registrare il suo primo EP, mentre un altro gruppo si deprime per l’apparente decisione del mondo discografico di chiudergli tutte le porte in faccia senza nemmeno una mail di notifica.

Già, perché ormai è difficile pure farsi rispondere a una mail. Uno passa anni a studiare uno strumento, a selezionare gli elementi con cui costruire un progetto, a discutere su accordi, battute, parti vocali, a creare musica inedita e a cercare date nei locali fin quando, alla fine, nessuno ti risponde alle mail.

Ma è possibile racchiudere tutte le ambizioni di una vita in una mail?

Ultimamente ci ha chiesto un’opinione a riguardo un’artista che, sfornato il suo primo EP autoprodotto, voleva un consiglio su come presentarsi a quell’etichetta inglese tanto ambita dai musicisti del suo genere. Il nostro consiglio finale, studiata la situazione, è stato quello di recarsi alla sede della società  (a Londra) e fermare sfrontatamente un membro del team per infilargli il disco tra i denti. Di certo cosi avrebbe lasciato un segno nella sua memoria (e nella dentiera). Un metodo abbastanza old school, ma col suo fascino.

La verità è che non esiste un metodo GIUSTO per farsi notare da una realtà discografica. Sarà anche perché di realtà discografiche, oggi, ne esistono tante. Ci sono quelle storiche, le major, che stanno in cima all’Olimpo a dettare le regole del gioco e ci sono le indipendenti (di varie dimensioni) che fanno il grosso del lavoro sporco per un millesimo degli ascolti.

Per quanto riguarda gli artisti, abbiamo già parlato delle loro responsabilità nell’articolo Ecco perché non basta fare buona musica con l’intento di ragguagliarli su ciò che è necessario fare per ritagliarsi uno spazio nel mondo musicale odierno, sempre più guidato dal web marketing.

A tal proposito verrebbe da formulare una domanda/risposta al quesito iniziale in questi termini: se, voi artisti, foste i titolari di una casa discografica, cosa vorreste trovare in un emergente?

Prima di tutto il prodotto: contattare un’etichetta è un passo importante per la propria carriera quindi è meglio non giocarsela con i primi inediti ma guadagnare consapevolezza di se stessi e della propria musica prima di sottoporsi all’attenzione di qualcuno di importante. La prima impressione, è decisiva.

Diretta conseguenza di ciò, l’immagine: nessuno ormai può negare l’importanza della presentazione. Ricercare il proprio look e fare delle scelte per caratterizzare la propria presenza scenica è fondamentale. Paradossalmente la maggior parte degli artisti emergenti non prende decisioni a riguardo. Se credete ancora che i grandi del passato non curassero l’immagine, credete male.

Diretta conseguenza 2, la comunicazione: i profili social sono il biglietto da visita per eccellenza, soprattutto nel mondo dell’intrattenimento. Non basta utilizzarli come vetrina per pubblicizzare l’uscita dell’album; i fans acquistano le persone prima dei dischi.

Diretta conseguenza 3, la dinamicità: farsi notare da una bella realtà discografica è più semplice se, prima, si è già stati notati da tante altre persone. Nonostante i compensi per la musica live siano davvero ridicoli (ben accetti gli sfoghi degli artisti nei commenti), vale la pena conoscere a fondo le dinamiche della propria nicchia di mercato e  poi programmare un calendario di date e una serie di eventi ai quali esclamare “noi ci siamo”! All’inizio sarà difficile ma individuato il proprio pubblico il grosso è fatto.

Insomma, tralasciando le competenze in economia e marketing che dovrebbe avere un professionista del settore, ci sono degli elementi che, di sicuro, renderebbero un progetto molto appetibile al mondo (dell’economia) musicale.

Tornando quindi nelle vesti del discografico la scelta pare ora più semplice: investo su un artista emergente X che mi offre un EP interessante o su un artista emergente Y che mi offre un EP interessante e una fan base da 200k potenziali clienti già innamorati?

 

 

Home studio: 5 consigli per lavorare bene.

Per fare il Producer non basta usare una DAW, bisogna usare le orecchie.

Sorvolando sul fatto che, in epoche recenti, il maltrattamento della parola Producer ha raggiunto il suo apice (in pratica se nella vita hai fatto una base musicale lo sei di diritto e a pieno titolo), vogliamo dare ancora qualche dritta alle nuove leve del settore che, nel proprio home studio, desiderano produrre buona musica e, magari, competere con i colossi che vanno in tangenziale a comandare con il loro quintuplo Disco di Platino. (Eh va beh, brava la FIMI. 5 volte brava.)

In alcuni degli articoli precedenti abbiamo trattato delle DAW e dei plug-in, riscuotendo un certo successo soprattutto tra i più giovani. È vero, ormai ci sono virtual instrument che fanno miracoli e comporre la Nona sinfonia di Beethoven sembra un gioco da ragazzi, ma vale la pena ricordare, però, che durante una produzione musicale non serve a nulla uno strumento come Logic Pro se non sai gestire con consapevolezza tutto il lavoro che ci sta attorno.

Indipendentemente dal fatto tu debba lavorare con la registrazione di uno strumento reale o con la traccia MIDI di uno strumento virtuale, ci sono almeno 5 accorgimenti che spesso possono fare la differenza se si vuole raggiungere un buon risultato, soprattutto quando si è alle prime armi.

  1. Partire da buone registrazioni. Se si lavora con tracce registrate, fosse anche solo un cantato, è fondamentale che queste siano di buon livello. Purtroppo l’approccio we’ll fix that during the mix non funziona, perché non tutti i difetti di ripresa sono completamente correggibili. Un suono compromesso potrebbe risultare “ok” a fine lavoro, ma essere comunque molto lontano da quello ottenibile con una ripresa più adeguata. Provare per credere! Per approfondire questo argomento vi consigliamo di leggere il nostro articolo 5 classici errori di registrazione in home studio.
  2. Separare la fase di produzione da quella di mix. Molto spesso, durante la fase di costruzione dell’arrangiamento di un brano, si cerca di contestualizzare gli elementi che si vanno via via ad inserire, magari già applicando equalizzazione, compressione ed effetti. Nelle successive fasi del lavoro poi siamo restii a rivedere le operazioni che abbiamo effettuato e, una volta terminato l’arrangiamento, cerchiamo di sviluppare il mix basandoci su questi punti di partenza, convinti del lavoro che ormai abbiamo già svolto. Il mix, invece, è la costruzione di equilibri che tengono conto di tutti gli elementi in gioco, per cui è buona cosa fare le necessarie valutazioni una volta completata la stesura delle parti e la scelta di tutti gli strumenti, per poter assegnare ad ogni cosa il giusto spazio. In che senso “giusto spazio”? Vediamolo qui sotto…
  3. Si deve sentire tutto, ogni cosa con il giusto livello. È buona cosa partire dal rough mix, ovvero il bilanciamento tra gli elementi, fatto solamente impostando i livelli dei fader e il posizionamento dei pan. Come si fa? Mettiamo tutti i fader al minimo e cominciamo ad aprire gli elementi principali, creando una proporzione corretta di livello (volume) tra loro: cassa, rullante, basso, voce e strumento principale. Proseguiamo poi inserendo gli elementi secondari, anche utilizzando i pan per disporli in modo da sfruttare tutta l’immagine stereo. Come risultato dobbiamo ottenere un bilanciamento nel quale gli strumenti si sentono tutti (se no potevamo evitare di metterli), ma ognuno con un livello adeguato alla sua importanza per quello specifico arrangiamento. Il pad tappetoso, per esempio, avrà un livello sicuramente inferiore al lead synth. D’altronde non tutto può stare “davanti”, anche perché lo stare “davanti” (in questo caso si parla di volume) presuppone inevitabilmente l’esistenza di un “dietro” che qualcuno dovrà pur occupare.
  4. Creare i giusti incastri tra gli elementi. Fatta l’operazione precedente, se abbiamo un arrangiamento articolato, probabilmente ci ritroveremo nella situazione in cui alcuni elementi cozzano tra loro perché vorrebbero occupare lo stesso spazio a livello ritmico, di frequenza o entrambe le cose. Tipico esempio: cassa e basso, che entrambi hanno il corpo sulle frequenze più basse e spesso ritmicamente cadono contemporaneamente. Come puoi risolvere? Un modo efficace è riservare ad ognuno dei due elementi una parte esclusiva del range di frequenza in cui convivono. Possiamo ad esempio decidere di enfatizzare la cassa sotto gli 80 Hz e attenuarla al di sopra di questa frequenza, facendo l’opposto con il basso. Oppure viceversa. In questo modo il corpo di ognuno dei due strumenti può avere uno spazio dedicato, evitando così il rischio di mascheramento reciproco. Lo stesso principio si può applicare a qualsiasi coppia o gruppo di elementi che hanno lo stesso tipo di problema.
  5. Verificare il master su diversi sistemi di ascolto. Dopo aver completato la fase di mix in tutti i suoi aspetti arriva il momento di chiudere definitivamente il brano. Una delle cose più importanti nella realizzazione del master sta nell’assicurarsi che il brano possa funzionare allo stesso modo indipendentemente dal sistema utilizzato per riprodurlo. Se stiamo lavorando in home studio potremmo essere influenzati da una situazione di ascolto non sufficientemente neutra per poter avere questa garanzia. Come possiamo risolvere? Facendo un ascolto comparativo su diversi sistemi: in cuffia, in macchina, nello speaker bluetooth e sul cellulare, prendendo nota delle impressioni che abbiamo di volta in volta. Attenzione: non dobbiamo fare un mix per ognuno di questi sistemi, ma un unico mix che funzioni su tutti, tenendo conto dei difetti e peculiarità di ciascun sistema durante la nostra valutazione. Ad esempio: dallo smartphone i bassi saranno scarsi, nelle casse dell’automobile invece risulteranno più presenti. Una pratica molto utilizzata è affiancare l’ascolto del nostro nuovo brano a quello di un brano riferimento che conosciamo bene e che abbia caratteristiche simili al nostro, in modo da rendere più facile il nostro giudizio.

 

A volte risulta davvero complicato trasmettere al meglio ciò che fa la differenza tra un buon lavoro e uno scarso. Spesso è questione di strumentazione, ma ancor più spesso è questione di sensibilità e dedizione ai dettagli. Ovviamente nulla può sostituire l’esperienza sul campo, ma confidiamo che questi suggerimenti possano contribuire a fare la differenza per coloro che stanno scoprendo tutte le mille sfaccettature del mondo dell’audio pro.

 

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I 5 migliori plugin per chitarra (dalla creazione del suono al mix finale)

 

Partiamo dalla wiki-definizione: “Un plugin nell’informatica musicale è un componente aggiuntivo che, utilizzato in un programma di produzione audio – video, permette di aggiungere effetti audio o generare nuovi suoni”.

Perfetto. Ora che anche i neo-arrivati nell’ambito audio sono preparati, passiamo alla sostanza.

Partiamo dalla creazione del suono di una chitarra elettrica. Chiaramente ci rivolgiamo a tutti coloro che non sanno suonarne una reale e che, per i più svariati motivi, non hanno la possibilità di ingaggiare un turnista.

Emulare virtualmente il suono di una chitarra elettrica in modo efficace è una cosa tutt’altro che semplice. Sono infinite le sfumature della risposta al tocco di due mani (ed eventualmente un plettro) su sei corde e ci permettiamo di sottolineare che nessuna casa produttrice di software è ancora riuscita a creare qualcosa di completamente credibile. 

Tra gli instrument che, nonostante tutto, hanno raggiunto un risultato apprezzabile, vogliamo segnalare Electri6ity della Vir2.

Al suo interno offre ben 8 tipologie di chitarra (Strat, Tele, P90, Les Paul, Rickenbacker, Danelectro Lipstick, ES335 e L4) e la possibilità di controllare “live”, attraverso comandi MIDI, l’esecuzione di bending, sustain, muting, slide, legato, strum e molto altro. Include, inoltre, una sezione effetti che comprende phaser, flanger, chorus, reverb e delay, e una sezione amp simulator che offre 7 diverse tipologie di amplificatori.

Tra le opzioni presenti all’interno dell’instrument consigliamo di utilizzare i banchi in modalità DI, che restituiscono il suono dello strumento prelevato prima del passaggio all’interno dell’amplificatore. Questo permette di selezionare successivamente il simulatore dell’amplificatore più adatto al nostro gusto, con una maggiore possibilità di scelta e di intervento sulla definizione del nostro suono.

Certo, non potrà essere utilizzato per un album di chitarra solista (per il quale è necessario un esecutore esperto oltre che uno strumento reale registrato a regola d’arte), ma potrebbe essere un’opzione valida in caso si voglia inserire un riff o un arricchimento dell’arrangiamento in una produzione non incentrata sul suono “chitarresco” (passatemi il neologismo).

Molto bene. Ora che il suono della chitarra è stato creato (con uno strumento virtuale o con uno reale) è arrivato il momento di allestire la pedaliera.

Per noi la scelta ricade su Bias Pedal e Bias FX della Positive Grid. Il primo offre la possibilità di accedere a ben 64 stompbox e 10 processori rack (oltre a 32 amplificatori), mentre il secondo mette a disposizione 17 emulazioni di distorsori, overdrive, fuzz e booster, con la possibilità di customizzare approfonditamente clipping stage, output stage, power stage ed EQ.

Questa vastità di scelta e di personalizzazione non va a scapito della semplicità di utilizzo perché i due tool si integrano alla perfezione e hanno un’interfaccia molto user friendly. Interessantissima anche la funzione Tone Match di Bias Pedal, che permette di catturare il suono di qualsiasi pedale di distorsione (o traccia registrata) creandone un modello da poter utilizzare nel nostro setup.

Passando allo stadio successivo, ovvero alla simulazione dell’amplificatore, potremmo integrare il setup precedente con il buon Bias Amp 2, ma potendo scegliere liberamente preferiamo andare su AmpliTube Max della IK Multimedia. AmpliTube è uno dei più longevi amp-sim (la prima versione è del 2002) e l’esperienza della casa produttrice garantisce una pregevole qualità delle emulazioni, accompagnata da due caratteristiche per noi fondamentali: immediatezza e versatilità. In pochi click abbiamo a disposizione ben 80 diverse tipologie di amplificatori e 92 cabinet, per quali è selezionabile perfino la nostra configurazione di speaker preferita. Inoltre è possibile stabilire l’ambiente in cui effettuare la ripresa e impostare accuratamente la microfonazione (con il comodo supporto visivo della grafica 3D) attingendo da un arsenale di 19 diversi modelli di microfono. Da non trascurare il fatto che la maggior parte degli amplificatori presenti riporta il nome completo di marca e modello, per una selezione ancora più facile e veloce.

A questo punto abbiamo generato e ripreso con dei microfoni (veri o virtuali che siano) il suono effettato ed amplificato della nostra chitarra elettrica. Ora bisogna inserire questo suono nel mix del brano che stiamo producendo e quindi, molto probabilmente, avremo bisogno di processarlo con un equalizzatore.

Eh sì, perché per quanto il nostro suono possa sembrarci straordinario, abbiamo l’esigenza di farlo convivere nel modo migliore con tutti gli altri elementi dell’arrangiamento e ,quindi, qualche ritocco è spesso necessario.

Uno di più comuni interventi da fare con l’equalizzatore è l’attenuazione di componenti sonore che entrano in conflitto con quelle di altri strumenti. In soldoni: se un lead synth suona prevalentemente in un determinato range di frequenze, possiamo togliere alcuni dB della chitarra in quel range così da dare ad ogni strumento il proprio spazio privilegiato. Ovviamente queste scelte vanno fatte con molta attenzione, scegliendo solo le frequenze che è possibile sacrificare per enfatizzare con efficacia i suoni a cui vogliamo dare maggiore risalto nel mix.

Il consiglio è di utilizzare un plugin modellato su un equalizzatore analogico, il quale, per sue caratteristiche costruttive, spesso lavora in modo più “musicale” che “clinico”, evitandoci il rischio di compiere interventi sgradevoli all’ascolto, soprattutto quando applichiamo un boost.

La nostra scelta, in questo caso, ricade sul Waves Scheps 73 , modellato sull’equalizzatore console Neve 1073, il quale garantisce alta qualità ed efficacia. Così come nell’originale, il filtro passa alto, la banda bassa e la banda media hanno frequenze selezionabili a step predefiniti mentre la banda alta ha frequenza fissata a 12 kHz.

La riduzione delle variabili in gioco rende più immediata l’esecuzione degli interventi e la sua risposta rende sempre gradevole il risultato (a patto che la frequenza sia stata selezionata correttamente!).  Questo processore, inoltre, può essere “spinto” per ottenere la riproduzione (spesso ricercata) della saturazione del canale del banco analogico, per aggiungere ulteriore carattere alla nostra sonorità.

 

Infine, un aspetto da non sottovalutare quando si inserisce il suono nel mix è l’aggiunta di un riverbero per contestualizzare il suono nello spazio sonoro. In fase di registrazione è abitudine riprendere la chitarra elettrica priva di effetti di ambiente, in particolare se l’effettistica del nostro rig viene gestita e riprodotta in mono.

È bene lasciarsi la possibilità di utilizzare un riverbero stereo, per poter ricreare un ambiente più credibile e una spazializzazione più accurata, nonché di dosarlo accuratamente una volta che il suono è stato inserito nel mix con gli altri strumenti.

Per questa operazione ci affidiamo all’italianissima Overloud che offre il Breverb 2 , ottimo tool da avere nell’arsenale (non solo per la riverberazione delle chitarre). Qui possiamo attingere agli algoritmi del classico Lexicon 480L, tra i quali small hallroom per il nostro strumento spesso sono protagonisti.

 

In conclusione, dalla creazione del suono al mix finale, la tecnologia ci permette di lavorare in modo completo e professionale. Di sicuro, almeno per adesso, utilizzare strumenti virtuali  al posto che reali significa scegliere un compromesso, soprattutto per alcuni di essi che non sono ancora emulati alla perfezione.

Probabilmente in futuro le case produttrici di plugin riusciranno a colmare anche i gap rimasti ma, per quanto ci riguarda, anche nel 2118 noi sceglieremmo comunque di incidere con una buona Fender Stratocaster buttata in un Marshall Plexi microfonato come si deve!

 

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6 virtual instruments indispensabili

La musica ed il processo per la sua creazione sono in continua evoluzione e, se così non fosse, probabilmente non sarebbe tanto divertente lavorarci. Abbiamo parlato, nell’articolo precedente, del mix In The Box in quanto modalità di lavoro ormai super diffusa e interamente basata sul digitale, ed ora vogliamo portare l’attenzione sugli strumenti più utilizzati da chi la musica la crea, sempre in digitale.

I beat-maker da sempre giocano con gli strumenti virtuali e, da quando l’era digitale è diventata il presente, sono infiniti i suoni che si possono creare e riprodurre, e sono infiniti i dispositivi dedicati a questo divertente lavoro.

Dagli emulatori di chitarre a quelli delle percussioni, dai suoni di intere sezioni di archi a quelli dei flauti asiatici più ricercati, praticamente qualsiasi strumento oggi è ricreabile in una Digital Audio Workstation (come ad esempio Logic Pro, Cubase, Pro Tools etc). Grazie ad enormi librerie di suoni campionati e suonati in MIDI (Musical Instrument Digital Interface, ovvero il protocollo standard per l’interazione degli strumenti musicali elettronici) è sufficiente selezionare lo strumento che si vuole suonare e disegnare le note in una griglia.

Credeteci, è più facile farlo che spiegarlo.

Piano Roll Editor- strumento per la gestione delle note MIDI in Apple Logic Pro

Insomma, ogni rettangolino che vedete nell’immagine qui sopra corrisponde a un suono ed è caratterizzato da un’intonazione, una durata, un’intensità e un insieme di altre peculiarità. Il tutto creato in digitale, senza nemmeno sfiorare uno strumento musicale reale.

Già… affascinante.

Con un pò di consapevolezza e di know-how  è possibile creare arrangiamenti di qualsiasi tipo e per qualsiasi genere musicale.  Oltretutto ci hanno pensato le case produttrici (come Apple o Steinberg) a fornire di default un pacchetto di suoni preconfezionati inclusi nei software, così da attrezzare anche i neofiti degli strumenti per sperimentare e iniziare a creare. Ne sono un esempio i rinomati Apple Loop, ovvero pattern musicali pre-registrati, divisi per categorie (Rock, Electronic, Beats, Acoustic, Ensemble etc), che chiunque può utilizzare per aggiungere rapidamente frasi di pianoforte o synth, parti ritmiche e altri pattern musicali a un progetto.

Libreria di Apple Loop – disponibili in sia in Garage Band che in Logic Pro

Potendo esprimere un’opinione in merito, anche grazie alle ultime collaborazioni con BIGBIZ Studio in fatto di produzioni (e con loro si intende produzioni fatte a regola d’arte), uno degli strumenti virtuali indispensabili, utilizzato nella maggior parte delle produzioni moderne è il Native Instruments Kontakt della Native Instruments. Al suo interno possono essere caricate infinite librerie e noi ne abbiamo scelte 6, degne di nota per qualità dei suoni (grazie all’altissima frequenza di campionamento) e per la notevole versatilità e facilità di utilizzo:

  • Alicia’s Keys Piano (Native Instruments): che sia una produzione classica o moderna, un buon pianoforte è uno strumento a cui difficilmente si può rinunciare. Questo piano incarna un suono soul che è marchio di fabbrica dell’artista americana al quale è ispirato, i campioni che lo compongono provengono infatti dal pianoforte a coda Neo Yamaha C3 di proprietà di Alicia Keys. Se è riuscito a soddisfare i suoi standard professionali come può non essere una valida scelta anche per noi?

  • Abbey Road Drummer (Native Instruments): questa serie di librerie “ti permette di viaggiare nel tempo” (cit. N.I.), grazie a una serie completa di kit con sonorità che vanno dal 1930 ad oggi. Se programmate con attenzione, non chiedendo allo strumento eccessivi virtuosismi, possono ricreare la magia di una vera batteria registrata nello studio più famoso del mondo. Molto utili sono l’Advanced Mixer Section e la Groove Library che permettono di creare il suono più adatto ad ogni tipo progetto grazie ad una vasta gamma di effetti (dal saturatore del nastro ai riverberi) e utili preset.

 

  • Urban 808 (The Producers Choice): in produzioni che necessitano di suoni percussivi elettronici, una classica Roland 808 non può mancare. Questa libreria emula a tutti gli effetti la rinomata drum machine, sfruttando tutta la versatilità offerta dalla DAW. Partendo dai campionamenti più puliti fino ad arrivare a preset più distorti e compressi, sono disponibili suoni davvero affascinanti (e pronti all’uso!).

  • Scarbee Bass (Native Instruments): è come avere a disposizione un arsenale con tutti i più famosi bassi elettrici: Music Man, Rickenbacker, Fender Precision e Jazz Bass. È possibile scegliere come suonare (dita, plettro oppure slap), e aggiustare il suono con effetti come la saturazione del nastro, l’equalizzatore e il compressore. Si dice che lo strumento più importante in una arrangiamento sia il basso… beh qui c’è l’imbarazzo della scelta.

  • Session Strings (Native Instruments): la qualità di una intera sezione di archi pronti all’uso con una semplicità disarmante e un’estrema flessibilità. Campionati per trasmettere tutto il feeling del legno e delle corde reali dello strumento classico, ma consentendo di soddisfare le esigenze di creazione delle sonorità per le produzioni più ricercate. Riproduce magnificamente anche la transizione tra le note, aggiungendo un tocco veramente umano a qualsiasi digi-creazione.

  • Exhale (Output): un instrument molto particolare che trasforma campionamenti vocali in altri suoni ed effetti. I campioni hanno caratteristiche atmosferiche e percussive, con molti preset che suonano più come synth che come voci. Se state cercando una sonorità speciale per il vostro prossimo brano, questa potrebbe essere la soluzione che fa al caso vostro.

 

Inutile sottolineare che ogni “producer” (scusate le virgolette ma, in ambito musicale, questa termine ha preso ormai troppe sfaccettature) ha un proprio stile e quindi sarà particolarmente dedito ai suoi abituali strumenti di lavoro.
Se è, però, un pò di sana sperimentazione quella che state cercando vi consigliamo caldamente di giocare con questi virtual instruments, decisamente affascinanti e tutti da scoprire (o forse ri-scoprire)!

 

 

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