Ecco perché non basta fare buona musica

Lavorando in uno studio di registrazione ci si imbatte nei progetti musicali più diversi e, passateci il termine, anche più disparati. Non stiamo giudicando, anzi, chiunque ha il diritto di esprimere se stesso attraverso la propria musica e, a volte, non importa in che modo vuoi diffondere il tuo prodotto, per essere soddisfatto basta che tu sia fedele a te stesso.

Il discorso cambia per chi, con la musica, vuole farci carriera.

Sempre più spesso capita di sentire le storie di ragazzi giovani che dichiarano una forte passione per la musica e diversi progetti all’attivo, che vogliono registrare i loro ultimi brani per poi regalare il disco ai gestori di locali con la speranza di ottenere una data live. Non c’è nulla di male in questo, ma andiamo per step.

PS. Se vi interessa la produzione, qui parliamo del perchè i dischi non si fanno in casa.

Non tutti i background sono uguali: c’è chi arriva da una famiglia per bene, cresciuto in centro a Milano tra scuole private e la Rinascente, e chi invece arriva dalle periferie dove, più che scuole e negozi, ci sono regole non scritte e venditori senza insegna. I percorsi per arrivare al successo sono quindi tanti e molto diversi ma, per restare in cima alla classifica nazionale (o, perchè no, mondiale), le cose da fare sono sempre le stesse: avere un prodotto che funziona e fare comunicazione efficace.

Avere delle idee valide e delle capacità artistiche è fondamentale per emergere nel panorama musicale, ovviamente le orecchie vogliono la loro parte, soprattutto se si vuole durare nel tempo ed avere una carriera solida (un po’ come avere le spalle larghe per un rugbista). Vogliamo però glissare con stile sull’efficacia del prodotto perché, oltre che dalla qualità musicale, dipende anche dal mercato di riferimento, dalla forza della label alle spalle del progetto e da altri fattori meno meritocratici, come ad esempio il budget a disposizione per la promozione che… a volte basta per far circolare il brano più di quanto meriti (decisamente di più), dandogli le sembianze di qualcosa di buono.

Ma torniamo nel mondo comunicazione: non esiste artista affermato che non sia perfettamente allineato su tutti gli aspetti che lo riguardano (almeno sotto la luce dei riflettori). Ecco il motivo per cui è fondamentale prestare attenzione in primis al perché si vuol comunicare qualcosa, poi al come lo si vuole comunicare ed infine a cosa i fan potranno acquistare di te.

Questa sequenza (perché – come – cosa) non è casuale, ma rappresenta ciò che il caro Simon Sinek (autore, relatore motivazionale e consulente di marketing) ha individuato come formula per una comunicazione efficace, in grado di distinguere le persone capaci di ispirare da tutte le altre. Di certo inusuale nel panorama del classico “ho questo prodotto a questo prezzo: compralo”, questo approccio porta con se una forte connessione con i nostri sistemi neurali decisionali più profondi e, di conseguenza, un’efficacia non trascurabile.

 

Insomma bisogna considerare che se si intraprende la strada della musica con l’obiettivo di diventare famosi, si sta sbagliando qualcosa. Sono moltissimi gli wanna be, ovvero quelli che vogliono diventare come X o come Y. È parte del percorso adolescenziale, va bene, ma ad un certo punto per fare sul serio bisogna avere davvero qualcosa da dire. Le persone non comprerebbero mai il disco di uno che vuole diventare ricco o famoso. Le persone non comprano affatto i prodotti in quanto tali, comprano il “perché quei prodotti vengono realizzati. Per non distaccarci troppo dalla realtà mettiamo i puntini sulle i: oggi un bel patrimonio può spianare la strada verso il successo, è vero, ma per quanto? Per quanto tempo una persona è disposta a pagare (in vari modi) per essere sulle copertine dei giornali o primo in classifica iTunes? Per quanto tempo un’etichetta o un produttore esecutivo sono disposti a pagare per far restare il proprio artista sulla cresta dell’onda?

Beh queste, e altre, sono tutte domande che non preoccupano i veri artisti. Loro pensano una cosa, la concretizzano e la propongono. Da dove arrivano le loro idee? Dalla loro storia. Certo il pubblico viene facilmente abbindolato dai “famosi” con contratto trimestrale, d’altronde gli permettono di entrare in casa propria (tramite la tv) e tenere monologhi stando passivamente ad ascoltarli. A lungo andare, però, si stuferanno, passerà la moda, finirà il programma.

Sapete, invece, chi seguiranno con interesse? Quelli che, come loro, sono spinti dalle esperienze quotidiane, dalle emozioni vere e dalla speranza in un futuro migliore, magari. Dalla loro storia e dalle loro prospettive. Ovviamente ognuno avrà il suo personale “Why” e di conseguenza il suo personale gruppo di fedeli, ma ad essere condivisa sarà ben più che la musica.

Volete qualcosa di concreto? Eccolo: un artista deve avere una storia alle spalle, raccontata sui suoi profili social, tutti perfettamente coerenti con il perché iniziale. Ogni fotografia, video, testo sarà portatore di un messaggio ed ogni componente, dal sound, alla ricerca artistica, all’immagine saranno allineati con ciò che ha dato origine al tutto. Il modo di parlare, il modo di muoversi, gli eventi, i featuring, i colori, i materiali, tutto dev’essere coerente.

Non avrete dei fan, avrete dei fedeli.

Certo, bisogna lavorare! Va studiato il web marketing, studiata la brand identity, la strategia di comunicazione efficace, il social media management e magari un po’ di editing foto/video. Ah…  il tutto, ovviamente, dopo aver studiato musica (passatemi il termine generale, tanto avete capito).

Pensate che sia sufficiente affidarvi ad un’agenzia di comunicazione? Provare per credere. Certo, ci sono anche realtà che offrono consulenza in comunicazione, fornendo così gli strumenti per “cavarsela da soli”, ma sono gli aghi nel famoso pagliaio.  I primi a sapere cosa fare dovete essere voi, perché a meno che non abbiate attribuito qualche punto SIAE o percentuale dei diritti a qualcuno, sarete gli unici a cui importerà davvero che tutto funzioni.

Quindi smettiamola, aspiranti artisti, di credere che si cominci solo con l’EP per poi puntare al disco d’oro. La verità è che si comincia da un buon motivo, uno vero, uno che al solo pensiero ti faccia tremare la terra sotto i piedi. Definito quello, con le maniche rimboccate, la strada è tutta in discesa (o quasi).

 

Ecco perché i dischi non si fanno in casa

Mauro Pagani (polistrumentista, compositore, titolare dello studio “Officine Meccaniche” di Milano), in un’intervista a Videoradio Channel, a proposito della discografia moderna dice: “se si produce merce nata per durare poco e pensata per un mercato effimero, durerà poco e non rimarrà”. Noi aggiungiamo, con rispettosa cautela, che di solito la durata è di meno di un anno.

Mauro Pagani

Con queste poche parole, un’icona della musica italiana, riassume ciò che ormai risulta palese nel panorama discografico e, senza nascondere una crescente preoccupazione, potremmo dire che noi tutti operatori del settore avvertiamo il dovere di fare qualcosa prima che sia irrimediabilmente troppo tardi. Ma cosa può essere fatto?

Le etichette (emergenti e major) oggi si prefissano l’obiettivo di lavorare SOLO con progetti che abbiamo carattere e qualità, e dopo qualche mese il primo lavoro viene concluso con un “beh dai ci sta, non è poi così male”. False promesse iniziali o semplicemente illusioni da settore in caduta libera? Non sappiamo la risposta ma di sicuro sappiamo che la maggior parte dei musicisti oggi sceglie di sviluppare i propri progetti discografici in autonomia, cercando qualcuno che gli presti lo studiolo in taverna (tutto sommato attrezzato) e qualcun altro che gli giri il contatto di quel tale che lavora in un’agenzia di comunicazione.. obiettivo: 100000 visualizzazioni su youtube che porteranno ovviamente ad almeno 10 date distribuite sul territorio nazionale. No. Prima bisogna pagare lo studio pro per farsi fare il mastering (“pagherò più per il mastering che per tutto il processo rec + mix ma almeno suonerà bene” cit.) e poi bisognerà pagare l’agenzia che presenterà il nuovo disco con 1000 mail x 1000 euro.

“Ok, ora ho un album e sono un professionista.” No, ancora.

[Che poi… c’è questo genere emergente chiamato Trap (emergente per modo di dire dato che nasce negli anni ’90 in USA) che pare essere molto apprezzato dai teenager. Va beh, non saprei come continuare questo commento… facciamo così: ascoltate un pò di roba su Spotify, guardate i numeri che fanno e vedrete che il commento vi nascerà spontaneo dal cuore. Spoiler: le voci sono la componente migliore.]

Ma tornando a noi.. in quanti sanno che ruolo ha, nel dettaglio, un arrangiatore? In quanti conoscono a fondo le responsabilità di un produttore artistico?

Noi abbiamo parlato con Franco Testa, bassista e compositore (tra i tanti ha lavorato con Celentano, Mina, De Gregori), nonché assiduo frequentatore di studi di registrazione di qualità per progetti di qualità, e non ci è voluto molto per capire che il livello sul quale si costruiva la musica fino a qualche anno fa era semplicemente un altro.

Alcuni dei lavori di Franco Testa

“Si, nella storia gli One-Hit Wonder (così nell’industria musicale viene definito un artista o un gruppo noto al grande pubblico per un solo singolo) sono esistiti, ma si tratta di fenomeni rari tanto quanto lo è una vincita alla lotteria, un colpo fortunato insomma..

Eh già, siamo d’accordo, insomma non vogliamo sparare a zero su tutti i grandi artisti che, nella loro semestrale carriera,  hanno fatto la hit trimestrale dell’estate, però insomma un pò di modestia… gli Artisti sono altri.

Tra le cose che più ci hanno colpito è stato il netto contrasto tra le 5k parole spese sulla discografia da 10k autori improvvisati ogni giorno, rispetto alle 5 parole spese da Franco: “nel processo di produzione di un brano c’è la dittatura, il produttore artistico interpreta, l’arrangiatore compone, il musicista esegue. Punto. Si va bene poi si è tutti amici quindi qualche confronto c’è, ma non si discute mai, i ruoli sono definiti molto chiaramente“.

Essì, è questo il mondo discografico pro, e per fortuna! Stavamo iniziando a pensare che non servisse più studiare armonia e composizione, pare che agli artisti di oggi le hit vengano tra una cocktail e l’altro. Notare che la a è ancora minuscola.

Franco Testa con Gino Paoli

Tornando a cose serie, abbiamo chiesto a Franco: “Cosa fa la differenza in un brano? Cosa lo rende evergreen?”, e lui risponde: “Tutto l’insieme dei suoi componenti, come in tutte le cose fatte a regola d’arte. Prendendo l’esempio di una batteria, è importante la qualità dello strumento (fusti, accordatura, pelli, piatti e bacchette), è importante come viene suonata (la mano del batterista e il buon gusto insomma) ed è importante la struttura del brano (intro, outro, strofe, ritornelli, composizione sonora e arrangiamenti). Se pecca una di queste cose, anche le altre saranno penalizzate. Certo un disco porterà sempre con sé le sonorità caratteristiche del periodo in cui è stato prodotto, ma solo curando tutto, e bene, si ottengono contenuti senza data di scadenza.”

Franco Testa al contrabbasso

Concludendo, è l’industria musicale in declino o sono gli artisti veri che mancano? Beh è vero sia che le case discografiche chiedono una certa cosa per consumarla più facilmente e velocemente, ed anche che dal punto di vista artistico siamo in un periodo culturale povero, fatto di contenuti per lo più effimeri. C’è dell’ironia certo, l’Arte è arte, come si può definirla effimera se è frutto dell’emozione umana?

 

Beh in ogni caso volevamo schiarire le idee dei più novelli nel settore, che probabilmente vedono il “successo” talmente a portata di mano (tra social, talent, youtube etc) da potersi fare delle idee sbagliate. Per fare un disco che duri nel tempo (ed evitare la svendita personale di fine carriera+depressione annessa) serve consapevolezza e la professionalità di diverse persone, ognuna con competenze specifiche ed esperienza. Sappiamo anche che da qualche parte bisognerà pur iniziare, quindi ben vengano gli artisti emergenti, ma almeno con le idee chiare.