Sei sicuro di fare musica originale?

Da sempre l’uomo cerca di distinguersi.

Che si parli di musica o di qualsiasi altro settore, ogni individuo lavora in funzione del fare la differenza. E meno male. Alcune delle persone che hanno cambiato il mondo ci sono riuscite soltanto inseguendo il proprio sogno di un futuro migliore. Certo, qualcuno è anche meno ambizioso ma, nel suo piccolo, sa di essere speciale.

Nel settore discografico sono numerose le icone che hanno fatto la storia, per un motivo o per l’altro: quando parli di Rock non puoi non citare Elvis Presley, quando parli di Reggae non puoi non citare Bob Marley e quando parli di Hip Hop non puoi non citare DJ Kool Herc.

Elvis Presley

Va sottolineato, però, che spesso il “fare la differenza” non sfocia propriamente in comportamenti originali e, infatti, uno dei problemi del mondo musicale risiede proprio qui: la maggior parte delle persone che si dedica alla musica non fa altro che prendere in mano uno strumento (già visto in mano a qualcun altro) e suonare qualcosa (che è, in qualche modo, già stato suonato da qualcun altro). Insomma, in che percentuale gli aspiranti artisti con l’atteggiamento da incompresi (e a volte nemmeno troppo aspiranti) emulano cose già fatte in passato? Si potrebbe dire che l’85% della musica che abbiamo sentito in tutta la nostra vita sia nata dall’idea di quei pochi precursori che, per il loro tempo, furono rivoluzionari?

La storia sforna un artista come Jimi Hendrix e quanti milioni di band nascono sulle sue orme? Eminem: quanti milioni di rapper sono cresciuti a sua immagine e somiglianza? Bob Marley, quanti milioni?

Non serve sottolineare che l’emulazione è parte fondamentale dell’essere umano, abbiamo perfino dei neuroni dedicati alla simulazione di ciò che vediamo, chiamati appunto neuroni specchio. Senza di quelli non sbadiglieremmo guardando qualcuno sbadigliare, non proveremmo gran parte dell’empatia e non saremmo tanto influenzati dal comportamento altrui.

Ok, è biologia, non c’è nulla di male.

Il discorso stride un po’ quando questo concetto influenza qualcosa, come la musica, che dovrebbe essere (almeno per antonomasia) l’espressione massima dell’artista e, in quanto tale, autentica, unica e inimitabile.

Non è che, forse, dovremmo iniziare a distinguere la musica in quanto espressione artistica dalla musica in quanto prodotto discografico? Insomma: se la discografia pubblicasse solo “cose” da ascoltare, ci sarebbero ugualmente cosi tanti fans appassionati di musica ed altrettanti aspiranti artisti?

La risposta la lasciamo a voi perchè, onestamente, noi non la sappiamo. Forse il cervello umano troverebbe altre fonti di ispirazione e la musica, in quanto tale, fungerebbe da piacevole sottofondo per lo joga. Oppure potrebbe essere sfruttata per aumentare la produttività nel settore siderurgico. Difficile a dirsi.

Sappiamo per certo, però, che negli anni 50 andava di moda il Rock’n’roll ed i giovani ribelli iniziarono ad emulare Presley e Berry. Poi è stato il momento della British Invasion ed i ribelli emulavano i Beatles e gli Stones. Poi è stato il momento dell’Hip Hop ed i ribelli emulavano i Run-DMC. Oggi il mainstream è Trap e di conseguenza i ribelli possono emulare i propri idoli con estrema facilità: non serve saper suonare uno strumento,  né saper fare basi musicali, né saper cantare. Anzi, se lo dichiari apertamente vieni ancora più apprezzato, perché tu puoi e gli altri no.

Esatto, quel “io posso e gli altri no” che tanto sta a cuore a noi umani. Che tanto viene ricercato dagli adolescenti (apertamente) e dagli adulti (meno apertamente). Ma a volte viene da chiedersi: la vita è tutta una gara a chi la fa più lontano? Fare qualche altra gara invece di quelle che non fanno progredire l’umanità? Insomma, riportando il focus sulla musica, la domanda sorge spontanea: quale sarà il prossimo passo? Emulare quel tipo che canta e balla, in silenzio?

Ah già, a questo punto ci siamo già arrivati. Aspettiamo che venga assegnato il Disco d’Oro per i musical.ly allora.

 

Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.

In passato ascoltare musica era un’esperienza a 360 gradi.

Sentire un brano significava recarsi in un luogo specifico, circondarsi di persone e vivere un’esperienza di ascolto, sia collettivo che personale. Che si trattasse di un pub o di una strada, era un’esperienza ricca di sfumature socio-artistico-culturali, ognuna delle quali era inseparabile da tutto il resto.

Già. Immaginate come sarebbe il mondo oggi se l’unico modo per ascoltare musica fosse recarsi ad un live!

Rockwood Music Hall – New York City

Il modo di usufruire della musica in passato ha influenzato anche lo stile di alcuni generi musicali: gli assoli jazz, per esempio, nascono proprio dalla richiesta del pubblico di continuare a ballare, e le band, che erano ben disposte ad accontentarlo, impararono ad allungare qualunque brano fosse particolarmente apprezzato. Se la musica si fosse interrotta, la gente avrebbe smesso di ballare e c’era il rischio che il locale restasse con pochi spettatori (e la band senza ingaggi!).

NB. Anche gli strumenti che componevano i gruppi venivano scelti per necessità pratiche: più il volume era elevato, più il suono riusciva a coprire il rumore delle persone che ballavano e facevano festa. Ecco quindi che, spesso, il banjo sostituì la chitarra acustica e le trombe presero un ruolo da titolari nel jazz. Di fatto la musica subì un’evoluzione dettata anche dall’esigenza pratica di farsi sentire.

Con l’avvento delle registrazioni il rapporto con la musica è cambiato. Oggi possiamo scegliere il brano da ascoltare da uno dei tanti fornitori (Spotify, iTunes, Deezer, Google Play etc) e possiamo usufruirne in qualsiasi momento, luogo, situazione. Questo, a livello sociale, ha portato ognuno di noi a crearsi una colonna sonora personalizzata per ogni attività, dal fare sport al riposare sul divano.

Abbiamo già parlato, in un articolo precedente, della propensione del nostro cervello a crearsi abitudini e del desiderio biologico di ricevere gratificazione in varie forme (dalla musica come dalle droghe, in ogni loro forma). Ecco il link: La musica è droga per il nostro cervello.

È da notare oltretutto che, al giorno d’oggi, ascoltiamo così tanta musica registrata da aver sviluppato quella che il sociologo H. Stith Bennet definisce “coscienza della registrazione“, cioè l’interiorizzazione dei suoni basata sulle registrazioni e non sulle loro reali caratteristiche insite nell’esecuzione dal vivo. Conseguenza di ciò? Quando andiamo ad un concerto siamo quasi sempre delusi di ciò che “si sentiva”. Certo, l’atmosfera del live rappresenta ancora un grosso valore aggiunto per tanti appassionati, ma inconsciamente la maggior parte di noi basa i propri standard di ascolto su ciò che sente dagli auricolari.

Cari artisti. Ormai dovete scegliere se affidarvi al playback o affrontare con coraggio le aspettative del pubblico.

Entrando più in profondità nel discorso, però, verrebbe da dire che poco importa se il prodotto (brano) che il pubblico ama così tanto è stato registrato in presa diretta (e suonato interamente dal vivo senza “taglia e cuci” del fonico) oppure prodotto, cubetto dopo cubetto, da un team di “operai” professionisti degli strumenti virtuali. L’importante è che quel brano funzioni. L’obiettivo della musica non è forse quello di trasmettere emozioni? Un “artista” deve per forza essere polistrumentista per poter condividere qualcosa con il pubblico o può semplicemente avere una voce particolare (e non particolarmente intonata) per essere espressivo e trasmettere qualcosa a chi l’ascolta?

Insomma, se il fonico registra bene, edita bene, intona bene, mixa bene e unisce quella voce (particolare) ad un gruppo di tracce midi pre-prodotte da un producer che sa fare le cose come si deve, quel brano funzionerà punto e stop. Ovviamente poi, quando ci sarà da portare quella canzone in un concerto, qualcuno dovrà pur mettere la bocca davanti al microfono e di solito lo fa chi è più attraente (a seconda dei canoni del momento storico e della fetta di mercato di riferimento). Sembra superficiale e asettico? Sì, un filo sì, ma provate a negarlo.

In fin dei conti, comunque, non possiamo stupirci troppo di tutto questo: nell’era dell’analogico i veri talenti erano i compositori e i cantanti che, senza troppi barbatrucchi, riempivano gli stadi e suonavano come dei dannati; oggi siamo nell’era del digitale, chi dovrebbe essere il vero artista se non qualcuno che fa magie con il computer?

 

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La musica è droga per il nostro cervello.

Per i neuroscienziati ormai è assodato: il cervello è pigro.

Durante le nostre giornate svolgiamo automaticamente più dell’80% delle azioni. Il cervello adora la routine, perché pensare è faticoso.

Ecco, quindi, che oltre ai tanti rituali che arricchiscono positivamente le nostre giornate, come leggere almeno 10 pagine o correre almeno 2 km, trovano spazio anche quelle abitudini sconvenienti come guardare pomeriggio 5 o la diretta dell’Isola. Ok, ora che l’abbiamo detto, torniamo subito in carreggiata.

Anche nel mondo musicale il nostro cervello cerca di crearsi delle abitudini. È innegabile, infatti, che quando un brano ci piace lo riascoltiamo innumerevoli volte. Ci sono canzoni che ascoltiamo a ripetizione in modo intensivo per una settimana, ed altre che ascoltiamo solo quando vogliamo evocare uno specifico stato d’animo (a volte anche inconsciamente). Alcuni dischi sono in grado di riportarci indietro nel tempo, altri invece riaccendono la speranza in un futuro migliore.

La musica ha anche questo potere. Proprio come alcune droghe.

Alcune delle playlist offerte da Spotify, decisamente create per evocare emozioni specifiche.

Beh, in effetti, Theodor Adorno (filosofo, musicologo e sociologo) riteneva che utilizzare la musica privatamente come colonna sonora delle proprie giornate fosse un modo di raggirare la solitudine. Il jukebox, per lui, era una promessa di gioia che, però, si rivelava una breve dose di felicità che avrebbe presto lasciato il posto al desiderio di averne ancora. Un po’, appunto, come le droghe.

Tra l’altro qui si apre automaticamente una parentesi tecnica: droghe come LSD provocano un trip  che dura dalle 6 alle 10 ore, quindi dopo l’assunzione si è apposto per un po’… le sigarette invece, considerate legali,  producono un effetto che dura pochi secondi. Non sarà che, per il nostro circuito della ATV (cioè il “circuito del piacere” del cervello), la musica corrisponda ad una sigaretta? E sarà forse per questo che, da sempre, molti artisti hanno strette “connessioni” con le droghe?

Teoria di certo interessante. Ma tornando al bisogno di routine del nostro cervello: vi siete mai chiesti come possa sentirsi un artista che, oltre al singolo che voi amate, ha scritto altre 130 canzoni che nessuno considera?

Cinicamente potremmo dire che, se soltanto un brano è diventato famoso, evidentemente era l’unico che meritava davvero. Chìssene di ciò che l’artista voleva esprimere in tutti gli altri 130.

Detto questo, una domanda sorge spontanea:  il cantautore passerà l’intera vita cercando di scrivere altri brani che facciamo un successo planetario o continuerà ad esprimere se stesso, indipendentemente dai gusti dei fan, tramite la propria musica?

Tarzan boy è nel bagaglio culturale di ognuno di noi, ma quanti di voi conoscono altri dischi dei Baltimora?

Molti artisti lamentano di essere “costretti” ad eseguire nei loro concerti sempre gli stessi brani,  quelli che notoriamente hanno avuto maggior successo. Inserendo in scaletta nuovi pezzi spesso capita che il pubblico, non riconoscendoli, ne sia poco entusiasta. Può sembrare una cosa passeggera ma se, nell’ascoltatore, si instaura la paura di recarsi ad un concerto, pagare il biglietto e poi non sentire i pezzi che ama (corrispondenti alla dose di stupefacenti sopra citata), potrebbe anche smettere di andare ai live.

Situazione spiacevole per l’artista, non credete?! D’altronde nessuno di noi andrebbe al cinema per passare metà della serata riguardando scene viste e riviste. È un’ingiustizia!

E che dire di coloro che suonano solo cover: eseguono il brano di un altro (anche in modo originale) perché con il pubblico funziona di sicuro o perché lo sentono proprio per ciò che gli trasmette? Insomma è un modo di fare arte o una necessità per poter fare gli artisti

Boyce Avenue è considerato, meritatamente, uno dei migliori cover artist.

Precisiamo: non c’è nulla di male nel suonare cover, soprattutto con un po’ di tocco personale. Di sicuro, però, ricevere feedback a domande come questa aiuta a farsi un quadro generale del panorama musicale più ampio e consapevole e, perché no, potrebbe indirizzare i protagonisti del settore a riflettere in un modo nuovo sulla loro attività.

Concludendo questo insolito viaggio nel cervello degli artisti (o almeno di alcuni di loro), non ci resta che augurarci di riuscire, un giorno, a creare una teoria unificata della musica con la quale spiegare come mai, a differenza di altre attività artistiche, in essa sia racchiuso così tanto (o poco?) potenziale emotivo da renderne necessaria la ripetizione (in ogni sua forma). Un pò come le droghe, insomma.

 

 

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Ecco perché non basta fare buona musica

Lavorando in uno studio di registrazione ci si imbatte nei progetti musicali più diversi e, passateci il termine, anche più disparati. Non stiamo giudicando, anzi, chiunque ha il diritto di esprimere se stesso attraverso la propria musica e, a volte, non importa in che modo vuoi diffondere il tuo prodotto, per essere soddisfatto basta che tu sia fedele a te stesso.

Il discorso cambia per chi, con la musica, vuole farci carriera.

Sempre più spesso capita di sentire le storie di ragazzi giovani che dichiarano una forte passione per la musica e diversi progetti all’attivo, che vogliono registrare i loro ultimi brani per poi regalare il disco ai gestori di locali con la speranza di ottenere una data live. Non c’è nulla di male in questo, ma andiamo per step.

PS. Se vi interessa la produzione, qui parliamo del perchè i dischi non si fanno in casa.

Non tutti i background sono uguali: c’è chi arriva da una famiglia per bene, cresciuto in centro a Milano tra scuole private e la Rinascente, e chi invece arriva dalle periferie dove, più che scuole e negozi, ci sono regole non scritte e venditori senza insegna. I percorsi per arrivare al successo sono quindi tanti e molto diversi ma, per restare in cima alla classifica nazionale (o, perchè no, mondiale), le cose da fare sono sempre le stesse: avere un prodotto che funziona e fare comunicazione efficace.

Avere delle idee valide e delle capacità artistiche è fondamentale per emergere nel panorama musicale, ovviamente le orecchie vogliono la loro parte, soprattutto se si vuole durare nel tempo ed avere una carriera solida (un po’ come avere le spalle larghe per un rugbista). Vogliamo però glissare con stile sull’efficacia del prodotto perché, oltre che dalla qualità musicale, dipende anche dal mercato di riferimento, dalla forza della label alle spalle del progetto e da altri fattori meno meritocratici, come ad esempio il budget a disposizione per la promozione che… a volte basta per far circolare il brano più di quanto meriti (decisamente di più), dandogli le sembianze di qualcosa di buono.

Ma torniamo nel mondo comunicazione: non esiste artista affermato che non sia perfettamente allineato su tutti gli aspetti che lo riguardano (almeno sotto la luce dei riflettori). Ecco il motivo per cui è fondamentale prestare attenzione in primis al perché si vuol comunicare qualcosa, poi al come lo si vuole comunicare ed infine a cosa i fan potranno acquistare di te.

Questa sequenza (perché – come – cosa) non è casuale, ma rappresenta ciò che il caro Simon Sinek (autore, relatore motivazionale e consulente di marketing) ha individuato come formula per una comunicazione efficace, in grado di distinguere le persone capaci di ispirare da tutte le altre. Di certo inusuale nel panorama del classico “ho questo prodotto a questo prezzo: compralo”, questo approccio porta con se una forte connessione con i nostri sistemi neurali decisionali più profondi e, di conseguenza, un’efficacia non trascurabile.

 

Insomma bisogna considerare che se si intraprende la strada della musica con l’obiettivo di diventare famosi, si sta sbagliando qualcosa. Sono moltissimi gli wanna be, ovvero quelli che vogliono diventare come X o come Y. È parte del percorso adolescenziale, va bene, ma ad un certo punto per fare sul serio bisogna avere davvero qualcosa da dire. Le persone non comprerebbero mai il disco di uno che vuole diventare ricco o famoso. Le persone non comprano affatto i prodotti in quanto tali, comprano il “perché quei prodotti vengono realizzati. Per non distaccarci troppo dalla realtà mettiamo i puntini sulle i: oggi un bel patrimonio può spianare la strada verso il successo, è vero, ma per quanto? Per quanto tempo una persona è disposta a pagare (in vari modi) per essere sulle copertine dei giornali o primo in classifica iTunes? Per quanto tempo un’etichetta o un produttore esecutivo sono disposti a pagare per far restare il proprio artista sulla cresta dell’onda?

Beh queste, e altre, sono tutte domande che non preoccupano i veri artisti. Loro pensano una cosa, la concretizzano e la propongono. Da dove arrivano le loro idee? Dalla loro storia. Certo il pubblico viene facilmente abbindolato dai “famosi” con contratto trimestrale, d’altronde gli permettono di entrare in casa propria (tramite la tv) e tenere monologhi stando passivamente ad ascoltarli. A lungo andare, però, si stuferanno, passerà la moda, finirà il programma.

Sapete, invece, chi seguiranno con interesse? Quelli che, come loro, sono spinti dalle esperienze quotidiane, dalle emozioni vere e dalla speranza in un futuro migliore, magari. Dalla loro storia e dalle loro prospettive. Ovviamente ognuno avrà il suo personale “Why” e di conseguenza il suo personale gruppo di fedeli, ma ad essere condivisa sarà ben più che la musica.

Volete qualcosa di concreto? Eccolo: un artista deve avere una storia alle spalle, raccontata sui suoi profili social, tutti perfettamente coerenti con il perché iniziale. Ogni fotografia, video, testo sarà portatore di un messaggio ed ogni componente, dal sound, alla ricerca artistica, all’immagine saranno allineati con ciò che ha dato origine al tutto. Il modo di parlare, il modo di muoversi, gli eventi, i featuring, i colori, i materiali, tutto dev’essere coerente.

Non avrete dei fan, avrete dei fedeli.

Certo, bisogna lavorare! Va studiato il web marketing, studiata la brand identity, la strategia di comunicazione efficace, il social media management e magari un po’ di editing foto/video. Ah…  il tutto, ovviamente, dopo aver studiato musica (passatemi il termine generale, tanto avete capito).

Pensate che sia sufficiente affidarvi ad un’agenzia di comunicazione? Provare per credere. Certo, ci sono anche realtà che offrono consulenza in comunicazione, fornendo così gli strumenti per “cavarsela da soli”, ma sono gli aghi nel famoso pagliaio.  I primi a sapere cosa fare dovete essere voi, perché a meno che non abbiate attribuito qualche punto SIAE o percentuale dei diritti a qualcuno, sarete gli unici a cui importerà davvero che tutto funzioni.

Quindi smettiamola, aspiranti artisti, di credere che si cominci solo con l’EP per poi puntare al disco d’oro. La verità è che si comincia da un buon motivo, uno vero, uno che al solo pensiero ti faccia tremare la terra sotto i piedi. Definito quello, con le maniche rimboccate, la strada è tutta in discesa (o quasi).

 

 

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Ecco perché i dischi non si fanno in casa

Mauro Pagani (polistrumentista, compositore, titolare dello studio “Officine Meccaniche” di Milano), in un’intervista a Videoradio Channel, a proposito della discografia moderna dice: “se si produce merce nata per durare poco e pensata per un mercato effimero, durerà poco e non rimarrà”. Noi aggiungiamo, con rispettosa cautela, che di solito la durata è di meno di un anno.

Mauro Pagani

Con queste poche parole, un’icona della musica italiana, riassume ciò che ormai risulta palese nel panorama discografico e, senza nascondere una crescente preoccupazione, potremmo dire che noi tutti operatori del settore avvertiamo il dovere di fare qualcosa prima che sia irrimediabilmente troppo tardi. Ma cosa può essere fatto?

Le etichette (emergenti e major) oggi si prefissano l’obiettivo di lavorare SOLO con progetti che abbiamo carattere e qualità, e dopo qualche mese il primo lavoro viene concluso con un “beh dai ci sta, non è poi così male”. False promesse iniziali o semplicemente illusioni da settore in caduta libera? Non sappiamo la risposta ma di sicuro sappiamo che la maggior parte dei musicisti oggi sceglie di sviluppare i propri progetti discografici in autonomia, cercando qualcuno che gli presti lo studiolo in taverna (tutto sommato attrezzato) e qualcun altro che gli giri il contatto di quel tale che lavora in un’agenzia di comunicazione.. obiettivo: 100000 visualizzazioni su youtube che porteranno ovviamente ad almeno 10 date distribuite sul territorio nazionale. No. Prima bisogna pagare lo studio pro per farsi fare il mastering (“pagherò più per il mastering che per tutto il processo rec + mix ma almeno suonerà bene” cit.) e poi bisognerà pagare l’agenzia che presenterà il nuovo disco con 1000 mail x 1000 euro.

“Ok, ora ho un album e sono un professionista.” No, ancora.

[Che poi… c’è questo genere emergente chiamato Trap (emergente per modo di dire dato che nasce negli anni ’90 in USA) che pare essere molto apprezzato dai teenager. Va beh, non saprei come continuare questo commento… facciamo così: ascoltate un pò di roba su Spotify, guardate i numeri che fanno e vedrete che il commento vi nascerà spontaneo dal cuore. Spoiler: le voci sono la componente migliore.]

Ma tornando a noi.. in quanti sanno che ruolo ha, nel dettaglio, un arrangiatore? In quanti conoscono a fondo le responsabilità di un produttore artistico?

Noi abbiamo parlato con Franco Testa, bassista e compositore (tra i tanti ha lavorato con Celentano, Mina, De Gregori), nonché assiduo frequentatore di studi di registrazione di qualità per progetti di qualità, e non ci è voluto molto per capire che il livello sul quale si costruiva la musica fino a qualche anno fa era semplicemente un altro.

Alcuni dei lavori di Franco Testa

“Si, nella storia gli One-Hit Wonder (così nell’industria musicale viene definito un artista o un gruppo noto al grande pubblico per un solo singolo) sono esistiti, ma si tratta di fenomeni rari tanto quanto lo è una vincita alla lotteria, un colpo fortunato insomma..

Eh già, siamo d’accordo, insomma non vogliamo sparare a zero su tutti i grandi artisti che, nella loro semestrale carriera,  hanno fatto la hit trimestrale dell’estate, però insomma un pò di modestia… gli Artisti sono altri.

Tra le cose che più ci hanno colpito è stato il netto contrasto tra le 5k parole spese sulla discografia da 10k autori improvvisati ogni giorno, rispetto alle 5 parole spese da Franco: “nel processo di produzione di un brano c’è la dittatura, il produttore artistico interpreta, l’arrangiatore compone, il musicista esegue. Punto. Si va bene poi si è tutti amici quindi qualche confronto c’è, ma non si discute mai, i ruoli sono definiti molto chiaramente“.

Essì, è questo il mondo discografico pro, e per fortuna! Stavamo iniziando a pensare che non servisse più studiare armonia e composizione, pare che agli artisti di oggi le hit vengano tra una cocktail e l’altro. Notare che la a è ancora minuscola.

Franco Testa con Gino Paoli

Tornando a cose serie, abbiamo chiesto a Franco: “Cosa fa la differenza in un brano? Cosa lo rende evergreen?”, e lui risponde: “Tutto l’insieme dei suoi componenti, come in tutte le cose fatte a regola d’arte. Prendendo l’esempio di una batteria, è importante la qualità dello strumento (fusti, accordatura, pelli, piatti e bacchette), è importante come viene suonata (la mano del batterista e il buon gusto insomma) ed è importante la struttura del brano (intro, outro, strofe, ritornelli, composizione sonora e arrangiamenti). Se pecca una di queste cose, anche le altre saranno penalizzate. Certo un disco porterà sempre con sé le sonorità caratteristiche del periodo in cui è stato prodotto, ma solo curando tutto, e bene, si ottengono contenuti senza data di scadenza.”

Franco Testa al contrabbasso

Concludendo, è l’industria musicale in declino o sono gli artisti veri che mancano? Beh è vero sia che le case discografiche chiedono una certa cosa per consumarla più facilmente e velocemente, ed anche che dal punto di vista artistico siamo in un periodo culturale povero, fatto di contenuti per lo più effimeri. C’è dell’ironia certo, l’Arte è arte, come si può definirla effimera se è frutto dell’emozione umana?

 

Beh in ogni caso volevamo schiarire le idee dei più novelli nel settore, che probabilmente vedono il “successo” talmente a portata di mano (tra social, talent, youtube etc) da potersi fare delle idee sbagliate. Per fare un disco che duri nel tempo (ed evitare la svendita personale di fine carriera+depressione annessa) serve consapevolezza e la professionalità di diverse persone, ognuna con competenze specifiche ed esperienza. Sappiamo anche che da qualche parte bisognerà pur iniziare, quindi ben vengano gli artisti emergenti, ma almeno con le idee chiare.

 

 

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