Ecco perché non basta fare buona musica

Lavorando in uno studio di registrazione ci si imbatte nei progetti musicali più diversi e, passateci il termine, anche più disparati. Non stiamo giudicando, anzi, chiunque ha il diritto di esprimere se stesso attraverso la propria musica e, a volte, non importa in che modo vuoi diffondere il tuo prodotto, per essere soddisfatto basta che tu sia fedele a te stesso.

Il discorso cambia per chi, con la musica, vuole farci carriera.

Sempre più spesso capita di sentire le storie di ragazzi giovani che dichiarano una forte passione per la musica e diversi progetti all’attivo, che vogliono registrare i loro ultimi brani per poi regalare il disco ai gestori di locali con la speranza di ottenere una data live. Non c’è nulla di male in questo, ma andiamo per step.

PS. Se vi interessa la produzione, qui parliamo del perchè i dischi non si fanno in casa.

Non tutti i background sono uguali: c’è chi arriva da una famiglia per bene, cresciuto in centro a Milano tra scuole private e la Rinascente, e chi invece arriva dalle periferie dove, più che scuole e negozi, ci sono regole non scritte e venditori senza insegna. I percorsi per arrivare al successo sono quindi tanti e molto diversi ma, per restare in cima alla classifica nazionale (o, perchè no, mondiale), le cose da fare sono sempre le stesse: avere un prodotto che funziona e fare comunicazione efficace.

Avere delle idee valide e delle capacità artistiche è fondamentale per emergere nel panorama musicale, ovviamente le orecchie vogliono la loro parte, soprattutto se si vuole durare nel tempo ed avere una carriera solida (un po’ come avere le spalle larghe per un rugbista). Vogliamo però glissare con stile sull’efficacia del prodotto perché, oltre che dalla qualità musicale, dipende anche dal mercato di riferimento, dalla forza della label alle spalle del progetto e da altri fattori meno meritocratici, come ad esempio il budget a disposizione per la promozione che… a volte basta per far circolare il brano più di quanto meriti (decisamente di più), dandogli le sembianze di qualcosa di buono.

Ma torniamo nel mondo comunicazione: non esiste artista affermato che non sia perfettamente allineato su tutti gli aspetti che lo riguardano (almeno sotto la luce dei riflettori). Ecco il motivo per cui è fondamentale prestare attenzione in primis al perché si vuol comunicare qualcosa, poi al come lo si vuole comunicare ed infine a cosa i fan potranno acquistare di te.

Questa sequenza (perché – come – cosa) non è casuale, ma rappresenta ciò che il caro Simon Sinek (autore, relatore motivazionale e consulente di marketing) ha individuato come formula per una comunicazione efficace, in grado di distinguere le persone capaci di ispirare da tutte le altre. Di certo inusuale nel panorama del classico “ho questo prodotto a questo prezzo: compralo”, questo approccio porta con se una forte connessione con i nostri sistemi neurali decisionali più profondi e, di conseguenza, un’efficacia non trascurabile.

 

Insomma bisogna considerare che se si intraprende la strada della musica con l’obiettivo di diventare famosi, si sta sbagliando qualcosa. Sono moltissimi gli wanna be, ovvero quelli che vogliono diventare come X o come Y. È parte del percorso adolescenziale, va bene, ma ad un certo punto per fare sul serio bisogna avere davvero qualcosa da dire. Le persone non comprerebbero mai il disco di uno che vuole diventare ricco o famoso. Le persone non comprano affatto i prodotti in quanto tali, comprano il “perché quei prodotti vengono realizzati. Per non distaccarci troppo dalla realtà mettiamo i puntini sulle i: oggi un bel patrimonio può spianare la strada verso il successo, è vero, ma per quanto? Per quanto tempo una persona è disposta a pagare (in vari modi) per essere sulle copertine dei giornali o primo in classifica iTunes? Per quanto tempo un’etichetta o un produttore esecutivo sono disposti a pagare per far restare il proprio artista sulla cresta dell’onda?

Beh queste, e altre, sono tutte domande che non preoccupano i veri artisti. Loro pensano una cosa, la concretizzano e la propongono. Da dove arrivano le loro idee? Dalla loro storia. Certo il pubblico viene facilmente abbindolato dai “famosi” con contratto trimestrale, d’altronde gli permettono di entrare in casa propria (tramite la tv) e tenere monologhi stando passivamente ad ascoltarli. A lungo andare, però, si stuferanno, passerà la moda, finirà il programma.

Sapete, invece, chi seguiranno con interesse? Quelli che, come loro, sono spinti dalle esperienze quotidiane, dalle emozioni vere e dalla speranza in un futuro migliore, magari. Dalla loro storia e dalle loro prospettive. Ovviamente ognuno avrà il suo personale “Why” e di conseguenza il suo personale gruppo di fedeli, ma ad essere condivisa sarà ben più che la musica.

Volete qualcosa di concreto? Eccolo: un artista deve avere una storia alle spalle, raccontata sui suoi profili social, tutti perfettamente coerenti con il perché iniziale. Ogni fotografia, video, testo sarà portatore di un messaggio ed ogni componente, dal sound, alla ricerca artistica, all’immagine saranno allineati con ciò che ha dato origine al tutto. Il modo di parlare, il modo di muoversi, gli eventi, i featuring, i colori, i materiali, tutto dev’essere coerente.

Non avrete dei fan, avrete dei fedeli.

Certo, bisogna lavorare! Va studiato il web marketing, studiata la brand identity, la strategia di comunicazione efficace, il social media management e magari un po’ di editing foto/video. Ah…  il tutto, ovviamente, dopo aver studiato musica (passatemi il termine generale, tanto avete capito).

Pensate che sia sufficiente affidarvi ad un’agenzia di comunicazione? Provare per credere. Certo, ci sono anche realtà che offrono consulenza in comunicazione, fornendo così gli strumenti per “cavarsela da soli”, ma sono gli aghi nel famoso pagliaio.  I primi a sapere cosa fare dovete essere voi, perché a meno che non abbiate attribuito qualche punto SIAE o percentuale dei diritti a qualcuno, sarete gli unici a cui importerà davvero che tutto funzioni.

Quindi smettiamola, aspiranti artisti, di credere che si cominci solo con l’EP per poi puntare al disco d’oro. La verità è che si comincia da un buon motivo, uno vero, uno che al solo pensiero ti faccia tremare la terra sotto i piedi. Definito quello, con le maniche rimboccate, la strada è tutta in discesa (o quasi).

 

5 virtual instrument MAGICI in Logic Pro

Ok, facciamo che scegliamo un software: Logic Pro X. Poi facciamo che lo usiamo per creare, dalla A alla Z, una base musicale. Infine facciamo, senza estreme pretese discografiche, che questa base debba suonare in radio.

E’ possibile? Certo, risponderete voi. Ma se vi chiedessi di fare tutto ciò senza utilizzare strumenti o virtual instruments esterni? Niente acquisti top di gamma, niente download pirata… è possibile fare un disco di qualità usando solo il software e i suoi virtual instruments?

Sì, si può.

Nell’articolo precedente abbiamo parlato dei 6 Virtual Instrument Indispensabili, e, ovviamente, erano tutti strumenti di altissima qualità, realizzati dai top brands nel panorama dei software musicali e abbordabili soprattutto da coloro che con i dischi ci lavorano (e bene) e che di conseguenza riescono a rientrare dei costi iniziali.

In questo articolo invece, anche grazie ai suggerimenti forniti da voi lettori, parleremo di quegli strumenti che possono regalare non poche soddisfazioni a chi ha appena iniziato a “lavorare” con la musica o semplicemente a chi vuole riscoprire strumenti free inclusi nel proprio software (che in questo caso vengono comunque creati da un brand di tutto rispetto: Apple).

Perché abbiamo scelto Apple Logic Pro X? Perché è uno dei software migliori sul mercato e perché in studio, per le produzioni, usiamo proprio lui.

Ecco la nostra lista dei Magic 5, scelti all’interno dei 50 GB di librerie offerte di default da Apple all’acquisto di Logic Pro X:

  • EXS24: è un campionatore che riproduce file audio (chiamati campioni) caricati al suo interno e organizzati in raccolte, denominate sampler instruments. Poiché gli strumenti di campionamento sono basati su registrazioni audio, risultano ideali per ricreare suoni di strumenti come chitarre, pianoforti e batterie. A questo si aggiunge la possibilità di operazioni di sintesi, oltre al fatto che EXS24 è compatibile con strumenti campionati provenienti da librerie esterne e, come se non bastasse, fornisce fino a 16 uscite da poter utilizzare per ottenere la maggiore flessibilità possibile per le operazioni di mix.

  • Drum Kit Designer e Drummer: il modo più semplice per utilizzare un suono di batteria acustica è lavorare con Drum Kit Designer.  E’ sufficiente aprirlo e selezionare un kit (o comporne uno personalizzato scegliendo tra diversi rullanti, casse, tom, hi-hat e piatti). Ah.. il mix dei componenti scelti viene fatto in automatico per aiutare i meno esperti. Scegliendo un Producer Kit, invecesi ha accesso al mix completo (editabile) con le tracce separate per tutti i microfoni come quando si registra in studio.
    In aggiunta, è possibile affidare tutti questi strumenti alle capaci mani del Drummer, un batterista virtuale disponibile a suonare per chiunque lo desideri. Possiamo scegliere tra diversi drummer (ognuno con il proprio stile) e dargli istruzioni sul ritmo, l’intensità e l’articolazione che vogliamo ottenere per la nostra traccia. (Ed ora aspettiamo l’aggiormanento che includa anche il caffè espresso che fuoriesce dalla porta USB).
  • Ultrabeat: è uno strumento progettato appositamente per creare suoni percussivi ma… include 25 voci, ognuna con accesso a uno step sequencer completo. Ecco perchè, in genere, è presentato come un drum synth. Possiede oltre 80 kit preimpostati che possono facilmente essere caricati dal menu Preset per essere poi adattati alle varie esigenze. Davvero notevole la gamma di timbri e stili disponibili.

  • Alchemy: è un sample-manipulation synthesizer, il che significa che i suoi suoni sono basati su più di 14 GB di campioni audio reali che il sintetizzatore può elaborare. Se stai cercando un suono in fretta, puoi selezionare una vasta gamma di preset e manipolare i controlli. Se vuoi approfondire, invece, hai a disposizione uno strumento che fa sintesi additiva, spettrale, per formanti, granulare e analogica (virtuale). È difficile trovare un altro singolo strumento che faccia altrettanto tramite un’unica interfaccia.
  • ES2: offre un approccio più tradizionale alla sintesi, è versatile ed offre la possibilità di creare qualsiasi cosa, dalle emulazioni dei classici synth agli strumenti completamente nuovi e dal suono unico.
    Dal punto di vista della programmazione mette a disposizione un potente sistema di generazione del suono, con estese funzionalità di modulazione per generare una grande varietà di suoni. Ciò lo rende un’ottima scelta per la creazione di pad, lead, bassi o ottoni sintetici.

    La programmazione di questo synth è certamente la strada da percorrere per chi vuole iniziare a distinguersi.

 

Ci teniamo a concludere sottolineando che le Digital Audio Workstation valide sono diverse e che ognuna di esse fornisce, al suo interno, strumenti in grado di offrire a chiunque la possibilità di creare la propria musica. Sta alla devozione di ogni singolo producer ampliare o meno le proprie conoscenze e le proprie librerie, per puntare a prodotti discografici di qualità sempre maggiore.

6 virtual instruments indispensabili

La musica ed il processo per la sua creazione sono in continua evoluzione e, se così non fosse, probabilmente non sarebbe tanto divertente lavorarci. Abbiamo parlato, nell’articolo precedente, del mix In The Box in quanto modalità di lavoro ormai super diffusa e interamente basata sul digitale, ed ora vogliamo portare l’attenzione sugli strumenti più utilizzati da chi la musica la crea, sempre in digitale.

I beat-maker da sempre giocano con gli strumenti virtuali e, da quando l’era digitale è diventata il presente, sono infiniti i suoni che si possono creare e riprodurre, e sono infiniti i dispositivi dedicati a questo divertente lavoro.

Dagli emulatori di chitarre a quelli delle percussioni, dai suoni di intere sezioni di archi a quelli dei flauti asiatici più ricercati, praticamente qualsiasi strumento oggi è ricreabile in una Digital Audio Workstation (come ad esempio Logic Pro, Cubase, Pro Tools etc). Grazie ad enormi librerie di suoni campionati e suonati in MIDI (Musical Instrument Digital Interface, ovvero il protocollo standard per l’interazione degli strumenti musicali elettronici) è sufficiente selezionare lo strumento che si vuole suonare e disegnare le note in una griglia.

Credeteci, è più facile farlo che spiegarlo.

Piano Roll Editor- strumento per la gestione delle note MIDI in Apple Logic Pro

Insomma, ogni rettangolino che vedete nell’immagine qui sopra corrisponde a un suono ed è caratterizzato da un’intonazione, una durata, un’intensità e un insieme di altre peculiarità. Il tutto creato in digitale, senza nemmeno sfiorare uno strumento musicale reale.

Già… affascinante.

Con un pò di consapevolezza e di know-how  è possibile creare arrangiamenti di qualsiasi tipo e per qualsiasi genere musicale.  Oltretutto ci hanno pensato le case produttrici (come Apple o Steinberg) a fornire di default un pacchetto di suoni preconfezionati inclusi nei software, così da attrezzare anche i neofiti degli strumenti per sperimentare e iniziare a creare. Ne sono un esempio i rinomati Apple Loop, ovvero pattern musicali pre-registrati, divisi per categorie (Rock, Electronic, Beats, Acoustic, Ensemble etc), che chiunque può utilizzare per aggiungere rapidamente frasi di pianoforte o synth, parti ritmiche e altri pattern musicali a un progetto.

Libreria di Apple Loop – disponibili in sia in Garage Band che in Logic Pro

Potendo esprimere un’opinione in merito, anche grazie alle ultime collaborazioni con BIGBIZ Studio in fatto di produzioni (e con loro si intende produzioni fatte a regola d’arte), uno degli strumenti virtuali indispensabili, utilizzato nella maggior parte delle produzioni moderne è il Native Instruments Kontakt della Native Instruments. Al suo interno possono essere caricate infinite librerie e noi ne abbiamo scelte 6, degne di nota per qualità dei suoni (grazie all’altissima frequenza di campionamento) e per la notevole versatilità e facilità di utilizzo:

  • Alicia’s Keys Piano (Native Instruments): che sia una produzione classica o moderna, un buon pianoforte è uno strumento a cui difficilmente si può rinunciare. Questo piano incarna un suono soul che è marchio di fabbrica dell’artista americana al quale è ispirato, i campioni che lo compongono provengono infatti dal pianoforte a coda Neo Yamaha C3 di proprietà di Alicia Keys. Se è riuscito a soddisfare i suoi standard professionali come può non essere una valida scelta anche per noi?

  • Abbey Road Drummer (Native Instruments): questa serie di librerie “ti permette di viaggiare nel tempo” (cit. N.I.), grazie a una serie completa di kit con sonorità che vanno dal 1930 ad oggi. Se programmate con attenzione, non chiedendo allo strumento eccessivi virtuosismi, possono ricreare la magia di una vera batteria registrata nello studio più famoso del mondo. Molto utili sono l’Advanced Mixer Section e la Groove Library che permettono di creare il suono più adatto ad ogni tipo progetto grazie ad una vasta gamma di effetti (dal saturatore del nastro ai riverberi) e utili preset.

 

  • Urban 808 (The Producers Choice): in produzioni che necessitano di suoni percussivi elettronici, una classica Roland 808 non può mancare. Questa libreria emula a tutti gli effetti la rinomata drum machine, sfruttando tutta la versatilità offerta dalla DAW. Partendo dai campionamenti più puliti fino ad arrivare a preset più distorti e compressi, sono disponibili suoni davvero affascinanti (e pronti all’uso!).

  • Scarbee Bass (Native Instruments): è come avere a disposizione un arsenale con tutti i più famosi bassi elettrici: Music Man, Rickenbacker, Fender Precision e Jazz Bass. È possibile scegliere come suonare (dita, plettro oppure slap), e aggiustare il suono con effetti come la saturazione del nastro, l’equalizzatore e il compressore. Si dice che lo strumento più importante in una arrangiamento sia il basso… beh qui c’è l’imbarazzo della scelta.

  • Session Strings (Native Instruments): la qualità di una intera sezione di archi pronti all’uso con una semplicità disarmante e un’estrema flessibilità. Campionati per trasmettere tutto il feeling del legno e delle corde reali dello strumento classico, ma consentendo di soddisfare le esigenze di creazione delle sonorità per le produzioni più ricercate. Riproduce magnificamente anche la transizione tra le note, aggiungendo un tocco veramente umano a qualsiasi digi-creazione.

  • Exhale (Output): un instrument molto particolare che trasforma campionamenti vocali in altri suoni ed effetti. I campioni hanno caratteristiche atmosferiche e percussive, con molti preset che suonano più come synth che come voci. Se state cercando una sonorità speciale per il vostro prossimo brano, questa potrebbe essere la soluzione che fa al caso vostro.

 

Inutile sottolineare che ogni “producer” (scusate le virgolette ma, in ambito musicale, questa termine ha preso ormai troppe sfaccettature) ha un proprio stile e quindi sarà particolarmente dedito ai suoi abituali strumenti di lavoro.
Se è, però, un pò di sana sperimentazione quella che state cercando vi consigliamo caldamente di giocare con questi virtual instruments, decisamente affascinanti e tutti da scoprire (o forse ri-scoprire)!

 

Un Disco d’Oro può essere mixato tutto In The Box?

 

Innanzitutto partiamo dalla definizione: mixare In The Box significa processare tutti i file audio in digitale tramite una Digital Audio Workstation (come ad esempio Avid Pro Tools o Apple Logic Pro), senza mai passare il segnale in uno strumento analogico. Insomma, non si usa un banco come un SSL o un Neve (valore di mercato per 48 canali circa 80k) ma semplicemente un PC (prezzo del nuovo a partire da 1k).

Postazione di produzione In The Box

Alcuni brani famosi mixati ITB? Happy di Pharrell Williams, Request Line dei Blackeyed Peas ft. Macy Gray, Alabo di Enrique Iglesias, Miss Independent di Kelly Clarkson.

Nella storia della discografia sono diversi i grandi fonici che hanno svolto lavori destinati al mainstream completamente In The Box, uno fra tutti il Sig. Andrew Scheps che, durante un intervista a Pensado’s Place (#218), dichiara di lavorare ormai 100% in questa modalità, soprattutto per la sua versatilità a fronte di modifiche post-mix finale.

[Esatto.. esiste una fine del mix, ed esiste un mix post mix finale, come se schiarire leggermente un tom portasse al Disco d’Oro.]

Quali sono i vantaggi del mix In The Box ?

1- Velocità di Recall. I clienti, come appena anticipato, richiedono spesso modifiche e revisioni successive alla chiusura del mix. Soddisfare queste richieste diventa scomodo per chi lavora in analogico: un banco tiene in memoria le impostazioni dei setup, ma ripristinarle significa muovere un potenziometro alla volta finché, con precisione, tutto è tornato nella posizione salvata in precedenza. Insomma, su un banco con 48 canali, per circa 30 potenziometri per canale… non è semplice quanto cliccare “Apri -> Recenti” in una Workstation.

Solid State Logic console a 56 canali

2- Facilità di condivisione project. Una DAW (Digital Audio Workstation) permette a diverse persone di mettere mano alla stessa sessione in diverse fasi del lavoro, agendo sugli stessi plug-in e settaggi da postazioni di lavoro sparse ovunque per il mondo. Basta inviarsi il file del progetto. Così, ad esempio, è possibile far lavorare il miglior fonico di mastering sul proprio prodotto semplicemente inviandogli una mail con allegato.

3- Costanza. Le macchine analogiche, a differenza di quelle digitali, utilizzate in momenti diversi possono rispondere in modo diverso. Scheps, parlando di un’esperienza passata, dice: “…ci siamo accorti che i mix esportati nel pomeriggio presentavano alcune differenze rispetto agli stessi mix esportati la mattina. In quella zona di Los Angeles, in determinati orari, c’era qualcosa nella rete elettrica che causava una caduta di tensione e quindi le macchine analogiche suonavano peggio”. Pensate quando può essere sconveniente mantenere il banco fermo 5 ore per aspettare l’orario giusto per esportare!

La qualità dell’analogico è unica nel suo genere? Beh, parlando con Russell Cottier, Scheps ha palesato che ormai la qualità del processamento digitale ha sostanzialmente raggiunto quella dell’analogico. Vero o falso? Difficile contraddire proprio lui, ma se avete un’opinione a riguardo siamo curiosi di leggerla nei commenti qui sotto.

Andrew Scheps al Punkerpad West Recording Studio

Bisogna comunque sottolineare che la gestione delle idee durante il mix analogico può essere trasferita sul digitale solo se si ha piena consapevolezza di ciò che portava ad essere efficace l’operazione fatta sull’analogico. Per essere più chiari: se sul banco analogico è possibile saturare leggermente un suono per renderlo più ricco spingendo il gain, lo stesso si può fare in digitale, ma solo se si conosce il procedimento in grado di replicare fedelmente il risultato. Insomma non tutte le distorsioni sono uguali, ci sono dei principi alla base che vanno rispettati, sia che si lavori su un banco che su un controller.

 

Softube Console 1 – Punto di incontro tra Workflow analogico e flessibilità digitale

Apriamo una parentesi veloce:  un tempo i fonici facevano passare i suoni all’interno di molte macchine connesse tra loro che formavano la catena di processamento (compressori, EQ etc). Il problema principale con cui dovevano interfacciarsi era il rumore di fondo (in gergo “fruscio”), presente sia nella catena di registrazione che nella riproduzione del nastro su cui si effettuava l’incisione. Ciò implicava che manipolare il timbro o la dinamica del segnale proveniente dal supporto magnetico avrebbe rischiato di accentuare maggiormente il rumore di fondo presente nel segnale stesso (insomma, per quanto tu lo possa coprire col bianchetto, un errore di scrittura su un foglio bianco si vedrà sempre, e se esageri col bianchetto finirà  per vedersi ancora di più). Nonostante la tecnologia attuale abbia ridotto notevolmente il problema, la maggior parte dei fonici, ancora oggi, ritiene che buona parte del lavoro debba essere fatto durante la registrazione, per creare e raggiungere fin da subito il suono desiderato e affrontare il processo di mix partendo già dai giusti presupposti, senza bisogno di compromessi.

Di sicuro uno dei vantaggi dell’analogico è che avendo davanti un gruppo di fader e potenziometri sempre pronti all’uso e sempre disposti nello stessa modo, il lavoro è immediato e veloce. È impossibile essere così immediati anche in digitale, ma ci sono degli escamotage che permettono di velocizzare il workflow per essere ugualmente efficienti, ad esempio: nominare e colorare le tracce, ordinarle sempre allo stesso modo per individuarle immediatamente nella sessione, preparare dei template per il routing che permettano di avere assegnato agli stessi bus sempre l’effetto o il processamento corrispondente ed infine usare gli shortcut.

Sessione di Logic Pro X

Insomma, lavorare bene (e fare il Disco d’Oro ovviamente) In The Box è possibile ed alla luce dei passi da gigante fatti dalla tecnologia negli ultimi anni possiamo dire che scegliere l’analogico piuttosto che il digitale è per lo più una scelta di stile. In entrambi i casi bisogna comunque adottare qualche accorgimento proveniente dal secolo scorso che conserva fedelmente la sua efficacia, ed avere una grande consapevolezza di ciò che si sta maneggiando.  Di sicuro un ruolo importante lo ricopre l’idea che sta alla base di ogni prodotto, unitamente alla capacità e competenza del fonico di ottenere quello che vuole con i propri strumenti, in modo da soddisfare a pieno qualsiasi esigenza artistica.

 

Ecco perché i dischi non si fanno in casa

Mauro Pagani (polistrumentista, compositore, titolare dello studio “Officine Meccaniche” di Milano), in un’intervista a Videoradio Channel, a proposito della discografia moderna dice: “se si produce merce nata per durare poco e pensata per un mercato effimero, durerà poco e non rimarrà”. Noi aggiungiamo, con rispettosa cautela, che di solito la durata è di meno di un anno.

Mauro Pagani

Con queste poche parole, un’icona della musica italiana, riassume ciò che ormai risulta palese nel panorama discografico e, senza nascondere una crescente preoccupazione, potremmo dire che noi tutti operatori del settore avvertiamo il dovere di fare qualcosa prima che sia irrimediabilmente troppo tardi. Ma cosa può essere fatto?

Le etichette (emergenti e major) oggi si prefissano l’obiettivo di lavorare SOLO con progetti che abbiamo carattere e qualità, e dopo qualche mese il primo lavoro viene concluso con un “beh dai ci sta, non è poi così male”. False promesse iniziali o semplicemente illusioni da settore in caduta libera? Non sappiamo la risposta ma di sicuro sappiamo che la maggior parte dei musicisti oggi sceglie di sviluppare i propri progetti discografici in autonomia, cercando qualcuno che gli presti lo studiolo in taverna (tutto sommato attrezzato) e qualcun altro che gli giri il contatto di quel tale che lavora in un’agenzia di comunicazione.. obiettivo: 100000 visualizzazioni su youtube che porteranno ovviamente ad almeno 10 date distribuite sul territorio nazionale. No. Prima bisogna pagare lo studio pro per farsi fare il mastering (“pagherò più per il mastering che per tutto il processo rec + mix ma almeno suonerà bene” cit.) e poi bisognerà pagare l’agenzia che presenterà il nuovo disco con 1000 mail x 1000 euro.

“Ok, ora ho un album e sono un professionista.” No, ancora.

[Che poi… c’è questo genere emergente chiamato Trap (emergente per modo di dire dato che nasce negli anni ’90 in USA) che pare essere molto apprezzato dai teenager. Va beh, non saprei come continuare questo commento… facciamo così: ascoltate un pò di roba su Spotify, guardate i numeri che fanno e vedrete che il commento vi nascerà spontaneo dal cuore. Spoiler: le voci sono la componente migliore.]

Ma tornando a noi.. in quanti sanno che ruolo ha, nel dettaglio, un arrangiatore? In quanti conoscono a fondo le responsabilità di un produttore artistico?

Noi abbiamo parlato con Franco Testa, bassista e compositore (tra i tanti ha lavorato con Celentano, Mina, De Gregori), nonché assiduo frequentatore di studi di registrazione di qualità per progetti di qualità, e non ci è voluto molto per capire che il livello sul quale si costruiva la musica fino a qualche anno fa era semplicemente un altro.

Alcuni dei lavori di Franco Testa

“Si, nella storia gli One-Hit Wonder (così nell’industria musicale viene definito un artista o un gruppo noto al grande pubblico per un solo singolo) sono esistiti, ma si tratta di fenomeni rari tanto quanto lo è una vincita alla lotteria, un colpo fortunato insomma..

Eh già, siamo d’accordo, insomma non vogliamo sparare a zero su tutti i grandi artisti che, nella loro semestrale carriera,  hanno fatto la hit trimestrale dell’estate, però insomma un pò di modestia… gli Artisti sono altri.

Tra le cose che più ci hanno colpito è stato il netto contrasto tra le 5k parole spese sulla discografia da 10k autori improvvisati ogni giorno, rispetto alle 5 parole spese da Franco: “nel processo di produzione di un brano c’è la dittatura, il produttore artistico interpreta, l’arrangiatore compone, il musicista esegue. Punto. Si va bene poi si è tutti amici quindi qualche confronto c’è, ma non si discute mai, i ruoli sono definiti molto chiaramente“.

Essì, è questo il mondo discografico pro, e per fortuna! Stavamo iniziando a pensare che non servisse più studiare armonia e composizione, pare che agli artisti di oggi le hit vengano tra una cocktail e l’altro. Notare che la a è ancora minuscola.

Franco Testa con Gino Paoli

Tornando a cose serie, abbiamo chiesto a Franco: “Cosa fa la differenza in un brano? Cosa lo rende evergreen?”, e lui risponde: “Tutto l’insieme dei suoi componenti, come in tutte le cose fatte a regola d’arte. Prendendo l’esempio di una batteria, è importante la qualità dello strumento (fusti, accordatura, pelli, piatti e bacchette), è importante come viene suonata (la mano del batterista e il buon gusto insomma) ed è importante la struttura del brano (intro, outro, strofe, ritornelli, composizione sonora e arrangiamenti). Se pecca una di queste cose, anche le altre saranno penalizzate. Certo un disco porterà sempre con sé le sonorità caratteristiche del periodo in cui è stato prodotto, ma solo curando tutto, e bene, si ottengono contenuti senza data di scadenza.”

Franco Testa al contrabbasso

Concludendo, è l’industria musicale in declino o sono gli artisti veri che mancano? Beh è vero sia che le case discografiche chiedono una certa cosa per consumarla più facilmente e velocemente, ed anche che dal punto di vista artistico siamo in un periodo culturale povero, fatto di contenuti per lo più effimeri. C’è dell’ironia certo, l’Arte è arte, come si può definirla effimera se è frutto dell’emozione umana?

 

Beh in ogni caso volevamo schiarire le idee dei più novelli nel settore, che probabilmente vedono il “successo” talmente a portata di mano (tra social, talent, youtube etc) da potersi fare delle idee sbagliate. Per fare un disco che duri nel tempo (ed evitare la svendita personale di fine carriera+depressione annessa) serve consapevolezza e la professionalità di diverse persone, ognuna con competenze specifiche ed esperienza. Sappiamo anche che da qualche parte bisognerà pur iniziare, quindi ben vengano gli artisti emergenti, ma almeno con le idee chiare.