Lavorare con il compositore: a cosa deve essere pronto il turnista.

Quanti di voi musicisti ricordano le prime esperienze con i propri gruppi? La sala prove, le ore passate a rivedere la struttura dei brani perché qualcuno non ha avuto il tempo di guardarsele a casa per via della verifica di matematica da preparare. Che bei momenti!

In ambito professionale però, se si lavora come turnista, tutto ciò è assolutamente da evitare.

La mia carriera musicale si è svolta prevalentemente come esecutore per compositori, e questo esige un’ottima preparazione tecnica: maggiori sono le conoscenze del compositore, maggiore è lo studio richiesto. Può sembrare un’ovvietà, ma un batterista che voglia fare di questo la sua professione deve essere preparato ad ogni genere, e la sua versatilità sonora – nonché la sua capacità di adattamento – deve essere molto ampia.
Ma attenzione: il compositore nella maggior parte dei casi non è un batterista! Questo porta a una serie di problematiche che è giusto prendere in considerazione.

La prima cosa da fare è cercare di trovare un linguaggio comune, tale da poter permettere ad entrambe le parti di comunicare in maniera efficace. Quante volte ci siamo sentiti dire: “ehi, fammi un tempo tipo tum cha tum-tum cha”, oppure: ”ehi, secondo me ci starebbe un passaggio tipo tum tum tum tum e finisci sul crash”.

Ragazzi, facciamo un minuto di silenzio…

Ovviamente non è necessario che facciate un corso di rudimenti e di stili ad ogni compositore che incontrate, però cercate di capire quali sono le sue conoscenze e i suoi riferimenti e di conseguenza adattate il vostro linguaggio, altrimenti rischiate di avere inutili discussioni semplicemente per l’utilizzo di termini diversi.

Un altro problema in cui potreste imbattervi è l’impossibilità tecnica di poter eseguire alcune parti: ebbene sì signori compositori, non siete perfetti. Questa non è una scusa per non imparare parti complesse, non fate i pigri! Può capitare che ci venga richiesto di eseguire un suono che non è propriamente riconducibile ad un elemento della batteria, e qui è necessario far valere l’esperienza allo strumento per trovare una soluzione!

Qualche anno fa mi è capitato di dover registrare un brano per un artista che voleva un rullante sporco che sembrasse elettronico. Sappiamo bene che non esiste rullante acustico con comportamenti simili a quelli delle drum machine, dunque mi sono ingegnato con un trucchetto che molti grandi batteristi adottano: ho preso un piccolo splash e l’ho appoggiato sul rullante, ho aggiunto uno straccio attorno al cerchio che appoggiasse sul bordo della pelle in modo da asciugare il suono ed ho allentato la cordiera per avere più componente di rumore da elaborare in fase di mix. In questo modo sono riuscito a soddisfare pienamente la richiesta che mi era stata fatta.

C’è da dire che, al di la di richieste che aleggiano nella fantascienza, dovremmo essere noi i primi a vedere le difficoltà come una sfida per poterci migliorare e diventare ogni giorno dei professionisti sempre più competenti. Mai lasciarsi andare di fronte agli ostacoli!

Questo percorso mi ha permesso di crescere tecnicamente, avvicinandomi a generi dove solitamente la batteria non è contemplata, ottenendo risultati sorprendenti ed interessanti.
Auguro ad ogni lettore che suona o si sta avvicinando alla batteria di voler intraprendere questa strada in cui non si smette mai di imparare ed ogni lavoro è sempre qualcosa di nuovo.

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Esorcismo: demonizzare l’elettronica non ti rende un musicista più puro

Siamo oramai nel XXI secolo, eppure molti miei colleghi continuano a guardare con smorfia di disapprovazione le nuove tecnologie: utilizzo di PC, batterie elettroniche, drum machine, sampler, sequenze e via dicendo. La motivazione principale è: “si sente che sono finte”, e: “insomma, suonare con il computer non comunica nessuna emozione”. Beh, in questo articolo vorrei dimostrare che non è così, per cui consiglio ai più conservatori di armarsi di una Bibbia e suonare subito il proprio strumento (rigorosamente acustico) per scacciare ogni forma di eresia.

Per poter spiegare le mie posizioni basta prendere un qualsiasi album degli ultimi vent’anni (o forse anche più vecchi) di un qualsiasi genere musicale, metterlo nel lettore ed ascoltarlo. Ancora prima dell’artisticità e della bellezza della musica ascoltata, salterà all’orecchio la produzione dettagliata che sta dietro ogni singolo istante: dalla scelta dei suoni alla scelta dello strumento freddamente calcolata. E non solo, perché anche le melodie, i testi, i groove devono essere perfetti ed impeccabili, per cui il 70-80% del lavoro sarà controllato e corretto digitalmente dal computer. Sembra una sciocchezza, ma già solo questo comporta una massiccia contaminazione di ciò che ascoltiamo, tale da confondere (almeno al pubblico medio) ciò che è il suono reale e ciò che è un costrutto artificiale.

Avendo quindi messo in dubbio il nostro senso dell’udito o perlomeno la nostra percezione uditiva, ora entriamo nel succo del discorso. Dopo aver passato qualche anno a lavorare con attrezzatura elettronica di varia natura, vi posso dire che non voglio più tornare indietro: l’infinità di soluzioni a cui puoi accedere, nonché la quantità di combinazioni sonore limitate solo alla fantasia del momento, sono due aspetti che non si possono non desiderare. Diciamo pure che ho venduto l’anima al diavolo.

Da batterista, anche della batteria elettronica non posso che essere soddisfatto, sia per la praticità durante la fase di studio, sia per il pieno controllo dei volumi e dell’EQ di ogni singolo pad. Inoltre, non è assolutamente vero che la batteria elettronica è troppo finta rispetto alla tradizionale: dagli anni ottanta sono passati quasi quarant’anni, la sua tecnologia è migliorata in maniera esponenziale e adesso, oltre ad essere diventata una degna sostituta della sorella acustica, è riuscita ad ottenere una propria identità divenendo uno strumento a sé stante.

Visto che ho citato lo studio e la pratica vi do un consiglio: con l’ausilio di un qualsiasi software musicale, potete mettere in loop qualsiasi fonte audio, e se anziché il classico play-along prendessimo una frase estrapolata da un film o da una serie tv, o una sequenza di suoni come anche il rumore del traffico? Potremmo creare una base su cui noi batteristi potremmo esercitarci, ottenendo molte volte tempi dispari o accenti non convenzionali, in modo da poter lavorare su nuove soluzioni ritmiche. pensateci e poi diteci com’è andata.

Per darvi un’idea su come si crea un set ibrido mi permetto di descrivere il mio set-up completo: oltre alla batteria acustica (talvolta sostuita da quella elettronica) ho un MultiPad per poter azionare samples e/o sequenze; una Drum Machine per rendere più corposa la sezione ritmica, come se fosse un percussionista aggiunto; un sintetizzatore monofonico per linee di basso o per lanciare ulteriori sequenze melodiche; una molla con un microfono a contatto collegata a un multi-effetto; talvolta aggiungo altri pad singoli per avere ulteriori suoni.

Screenshot dello strumento virtuale XLN Audio Addictive Drums 2.

Non mi sento in colpa a preparare i suoni su PC, a preferire soluzioni elettroniche anziché la classica batteria, perché la Musica è anche ricerca e sperimentazione continua, ed è anche questo atteggiamento che la mantiene viva dopo millenni.

Per farvi un’idea delle potenzialità dei setup ibridi vi consiglio di ascoltare i lavori di Danny Carey sia nei Tool che negli Zaum, di Bill Bruford e Pat Mastelotto nei King Crimson, i progetti Paris Monster e Pinn Panelle, ma ovviamente di esempi ce ne sono a migliaia!

PS. Se vuoi approfondire l’argomento partecipa al workshop dedicato che si terrà presso lo studio di registrazione AltreFrequenze di Brescia!


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