Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.

In passato ascoltare musica era un’esperienza a 360 gradi.

Sentire un brano significava recarsi in un luogo specifico, circondarsi di persone e vivere un’esperienza di ascolto, sia collettivo che personale. Che si trattasse di un pub o di una strada, era un’esperienza ricca di sfumature socio-artistico-culturali, ognuna delle quali era inseparabile da tutto il resto.

Già. Immaginate come sarebbe il mondo oggi se l’unico modo per ascoltare musica fosse recarsi ad un live!

Rockwood Music Hall – New York City

Il modo di usufruire della musica in passato ha influenzato anche lo stile di alcuni generi musicali: gli assoli jazz, per esempio, nascono proprio dalla richiesta del pubblico di continuare a ballare, e le band, che erano ben disposte ad accontentarlo, impararono ad allungare qualunque brano fosse particolarmente apprezzato. Se la musica si fosse interrotta, la gente avrebbe smesso di ballare e c’era il rischio che il locale restasse con pochi spettatori (e la band senza ingaggi!).

NB. Anche gli strumenti che componevano i gruppi venivano scelti per necessità pratiche: più il volume era elevato, più il suono riusciva a coprire il rumore delle persone che ballavano e facevano festa. Ecco quindi che, spesso, il banjo sostituì la chitarra acustica e le trombe presero un ruolo da titolari nel jazz. Di fatto la musica subì un’evoluzione dettata anche dall’esigenza pratica di farsi sentire.

Con l’avvento delle registrazioni il rapporto con la musica è cambiato. Oggi possiamo scegliere il brano da ascoltare da uno dei tanti fornitori (Spotify, iTunes, Deezer, Google Play etc) e possiamo usufruirne in qualsiasi momento, luogo, situazione. Questo, a livello sociale, ha portato ognuno di noi a crearsi una colonna sonora personalizzata per ogni attività, dal fare sport al riposare sul divano.

Abbiamo già parlato, in un articolo precedente, della propensione del nostro cervello a crearsi abitudini e del desiderio biologico di ricevere gratificazione in varie forme (dalla musica come dalle droghe, in ogni loro forma). Ecco il link: La musica è droga per il nostro cervello.

È da notare oltretutto che, al giorno d’oggi, ascoltiamo così tanta musica registrata da aver sviluppato quella che il sociologo H. Stith Bennet definisce “coscienza della registrazione“, cioè l’interiorizzazione dei suoni basata sulle registrazioni e non sulle loro reali caratteristiche insite nell’esecuzione dal vivo. Conseguenza di ciò? Quando andiamo ad un concerto siamo quasi sempre delusi di ciò che “si sentiva”. Certo, l’atmosfera del live rappresenta ancora un grosso valore aggiunto per tanti appassionati, ma inconsciamente la maggior parte di noi basa i propri standard di ascolto su ciò che sente dagli auricolari.

Cari artisti. Ormai dovete scegliere se affidarvi al playback o affrontare con coraggio le aspettative del pubblico.

Entrando più in profondità nel discorso, però, verrebbe da dire che poco importa se il prodotto (brano) che il pubblico ama così tanto è stato registrato in presa diretta (e suonato interamente dal vivo senza “taglia e cuci” del fonico) oppure prodotto, cubetto dopo cubetto, da un team di “operai” professionisti degli strumenti virtuali. L’importante è che quel brano funzioni. L’obiettivo della musica non è forse quello di trasmettere emozioni? Un “artista” deve per forza essere polistrumentista per poter condividere qualcosa con il pubblico o può semplicemente avere una voce particolare (e non particolarmente intonata) per essere espressivo e trasmettere qualcosa a chi l’ascolta?

Insomma, se il fonico registra bene, edita bene, intona bene, mixa bene e unisce quella voce (particolare) ad un gruppo di tracce midi pre-prodotte da un producer che sa fare le cose come si deve, quel brano funzionerà punto e stop. Ovviamente poi, quando ci sarà da portare quella canzone in un concerto, qualcuno dovrà pur mettere la bocca davanti al microfono e di solito lo fa chi è più attraente (a seconda dei canoni del momento storico e della fetta di mercato di riferimento). Sembra superficiale e asettico? Sì, un filo sì, ma provate a negarlo.

In fin dei conti, comunque, non possiamo stupirci troppo di tutto questo: nell’era dell’analogico i veri talenti erano i compositori e i cantanti che, senza troppi barbatrucchi, riempivano gli stadi e suonavano come dei dannati; oggi siamo nell’era del digitale, chi dovrebbe essere il vero artista se non qualcuno che fa magie con il computer?

 

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Una risposta a “Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.”

  1. Io in effetti ho sempre preferito di gran lunga la musica registrata, quella “costruita” in studio di registrazione, a quella suonata “dal vivo”…
    Quando sono in un locale dove suonano, però, soprattutto se pago la maggiorazione sull’ingresso, non sopporto chi canta canzonette accompagnandosi con basi MIDI, ma Esigo di vedere gente che suona dal vivo, indipendentemente da che genere suonano e da quali strumenti utilizzano…

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