Cosa fa il chitarrista pro in studio?

Jimi Hendrix amava sperimentare.

Già nel medioevo esistevano i chitarristi. Ebbene si, nella loro versione “primitiva” suonavano la quinterna, ovvero uno strumento a corde pizzicate. Vi sembra incredibile? Beh sappiate anche che, già al tempo, utilizzavano il plettro.

Quinterna

Dettagli medievali a parte, da sempre i chitarristi provano, per il loro strumento, qualcosa di molto simile all’amore incondizionato. Alcuni addirittura non accettano di doverlo cambiare nonostante, a causa dell’usura, sia arrivato a fine carriera.

Alcuni modelli di chitarra sono passati alla storia: nel mondo delle elettriche dominano incontrastate la Fender Stratocaster e la Gibson Les Paul. La prima è caratterizzata da un suono nitido e chiaro, oltre che dalla sua versatilità. Nelle sue diverse versioni è usata per suonare i più svariati generi, dal blues al metal, dal funky al rock e ne sono stati possessori onorari personaggi come Jimi Hendrix ed Eric Clapton. La seconda invece produce un suono più denso e pastoso, e suoi ambasciatori sono stati, tra i tanti, Jimmy Page e Slash.

Fender Stratocaster e Gibson Les Paul

Nel mondo delle acustiche invece i brand che hanno inciso maggiormente nella cultura musicale (e quindi anche nella storia dell’umanità) sono Martin con le sue dreadnought e Gibson con l’introduzione delle jumbo.

Le rinomate Martin D-18 e Gibson J-200

Non è un segreto che strumenti di alta qualità, come le chitarre sopra citate, forniscano anche un suono di alta qualità. Indipendentemente dalle preferenze “personali”, chiunque godrebbe (passatemi il termine) nel maneggiare 6 corde tese su un corpo di mogano firmato Les Paul (giusto per citarne uno eh).

Chiunque, sì, tranne gente come John Anthony Gillis (in arte Jack White, chitarrista dei The White Stripes) che nel documentario “It Might Get Loud” dichiara “I play really old guitars; plastic guitars,”.  Probabilmente preferisce una chitarra di plastica comprata in un centro commerciale ma, vista la carriera, come dargli torto? D’altronde il caro Brian May (dei Queen) suonava con una moneta da 6 pence al posto del plettro e nessuno gli ha mai detto niente… anzi.

Jack White

 

Insomma, che sia una Fender o una chitarra alla Toy Story, che si passi tramite un Marshall o un Mesa Boogie, ci sono accorgimenti che i chitarristi pro adottano sempre quando si accingono a registrare.

Eccoli nel dettaglio:

  • Scelta delle corde: la scelta delle corde è molto importante in relazione alla tipologia di suono che si vuole ottenere. Corde con diametro maggiore garantiscono più suono e maggior sustain, mantengono più stabilmente l’accordatura e, a causa della maggior tensione necessaria per accordare, producono meno vibrazioni, cosa molto importante se si usa un’action bassa (per action si intende l’altezza delle corde rispetto alla tastiera dello strumento). Le corde con diametro minore, oltre ad essere più “morbide” da suonare (soprattutto in un bending), hanno solitamente un suono più leggero e aperto. Risulta inoltre molto importante tenere in considerazione il materiale di cui sono costituite e il winding style;

 

  • Stato delle corde: in vista di una sessione di registrazione è bene verificare lo stato delle corde montate sullo strumento. Le corde vecchie hanno meno sustain e producono armoniche di livello più basso, restituendo un suono più scuro e meno articolato. Oltretutto ne risente anche la scorrevolezza al tatto. Ovviamente è alta la probabilità che esse si rompano, costringendo cosi a montarne di nuove con conseguente cambio di sonorità dello strumento (e se ciò avviene proprio nel mezzo di un’incisione non è il massimo);

  • Action:  può essere regolata variando l’altezza del ponte e la tensione della barra metallica che si trova all’interno del manico (truss rod).  Un’action più bassa agevola la suonabilità, ma le corde rischiano di sfrigolare contro i tasti se suonate forte. L’action alta, invece, aumenta la risonanza e il sustain del suono, rendendo però necessario esercitare maggiore pressione sulle corde;

 

  • L’altezza del pickup: in uno strumento elettrico abbiamo la possibilità di variale la distanza dei pickup dalle corde. Mantenendoli distanti dalle corde il livello di uscita sarà più basso, il suono più rotondo e più scuro, mentre avvicinandoli aumenterà il livello di uscita e il suono sarà più chiaro e brillante. Se la loro altezza fosse eccessiva si potrebbe arrivare a ridurre il sustain, perchè la vicinanza dei magneti alle corde tende a smorzarne la vibrazione. Altrettanto importante è la regolazione delle singole espansioni polari di ciascun pickup per bilanciare il livello di uscita relativo a ciascuna corda;

  • Scelta del plettro: anche la scelta del plettro è molto importante. Un plettro sottile e flessibile è solitamente più indicato per strumming di chitarre ritmiche, mentre uno spesso e rigido risulta essere la scelta ideale per delle frasi soliste. Da non tralasciare l’opzione pickless (anche con un’elettrica in stile Mark Knopfler);

 

  • L’accordatura: ultima, ma non per importanza, l’accordatura dello strumento. Essendo un’operazione che, per una chitarra, richiede poco tempo, è bene verificarla prima di ogni take, per non rischiare di vanificare il proprio sforzo esecutivo.

 

Insomma, indipendentemente dal “pezzo di legno” che avete tra le mani, è buona abitudine curare tutti questi aspetti prima di premere REC.

Va sottolineato, inoltre, che ogni chitarrista dovrà prestare attenzione alla catena di amplificazione ed effettistica, perché anche queste due componenti del setup contribuiscono a rendere unico il suono che si andrà ad incidere.  Dai più aggressivi overdrive per la musica rock, ai chorus per i più sentimentali, dagli amplificatori valvolari anni ’60 ai profiling amplifier più moderni, tutto va curato nei minimi dettagli per personalizzare al meglio il proprio sound.

Prima di concludere, però, ci teniamo a precisare che la licenza artistica autorizza chiunque a sperimentare, su ogni aspetto del proprio set up, il più liberamente possibile. Solo così possono nascere nuove rivoluzioni musicali e, perché no, culturali, come insegnano il wah wah di Hendrix e il tapping di Van Halen.

 

 

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Ecco perché non basta fare buona musica

Lavorando in uno studio di registrazione ci si imbatte nei progetti musicali più diversi e, passateci il termine, anche più disparati. Non stiamo giudicando, anzi, chiunque ha il diritto di esprimere se stesso attraverso la propria musica e, a volte, non importa in che modo vuoi diffondere il tuo prodotto, per essere soddisfatto basta che tu sia fedele a te stesso.

Il discorso cambia per chi, con la musica, vuole farci carriera.

Sempre più spesso capita di sentire le storie di ragazzi giovani che dichiarano una forte passione per la musica e diversi progetti all’attivo, che vogliono registrare i loro ultimi brani per poi regalare il disco ai gestori di locali con la speranza di ottenere una data live. Non c’è nulla di male in questo, ma andiamo per step.

PS. Se vi interessa la produzione, qui parliamo del perchè i dischi non si fanno in casa.

Non tutti i background sono uguali: c’è chi arriva da una famiglia per bene, cresciuto in centro a Milano tra scuole private e la Rinascente, e chi invece arriva dalle periferie dove, più che scuole e negozi, ci sono regole non scritte e venditori senza insegna. I percorsi per arrivare al successo sono quindi tanti e molto diversi ma, per restare in cima alla classifica nazionale (o, perchè no, mondiale), le cose da fare sono sempre le stesse: avere un prodotto che funziona e fare comunicazione efficace.

Avere delle idee valide e delle capacità artistiche è fondamentale per emergere nel panorama musicale, ovviamente le orecchie vogliono la loro parte, soprattutto se si vuole durare nel tempo ed avere una carriera solida (un po’ come avere le spalle larghe per un rugbista). Vogliamo però glissare con stile sull’efficacia del prodotto perché, oltre che dalla qualità musicale, dipende anche dal mercato di riferimento, dalla forza della label alle spalle del progetto e da altri fattori meno meritocratici, come ad esempio il budget a disposizione per la promozione che… a volte basta per far circolare il brano più di quanto meriti (decisamente di più), dandogli le sembianze di qualcosa di buono.

Ma torniamo nel mondo comunicazione: non esiste artista affermato che non sia perfettamente allineato su tutti gli aspetti che lo riguardano (almeno sotto la luce dei riflettori). Ecco il motivo per cui è fondamentale prestare attenzione in primis al perché si vuol comunicare qualcosa, poi al come lo si vuole comunicare ed infine a cosa i fan potranno acquistare di te.

Questa sequenza (perché – come – cosa) non è casuale, ma rappresenta ciò che il caro Simon Sinek (autore, relatore motivazionale e consulente di marketing) ha individuato come formula per una comunicazione efficace, in grado di distinguere le persone capaci di ispirare da tutte le altre. Di certo inusuale nel panorama del classico “ho questo prodotto a questo prezzo: compralo”, questo approccio porta con se una forte connessione con i nostri sistemi neurali decisionali più profondi e, di conseguenza, un’efficacia non trascurabile.

 

Insomma bisogna considerare che se si intraprende la strada della musica con l’obiettivo di diventare famosi, si sta sbagliando qualcosa. Sono moltissimi gli wanna be, ovvero quelli che vogliono diventare come X o come Y. È parte del percorso adolescenziale, va bene, ma ad un certo punto per fare sul serio bisogna avere davvero qualcosa da dire. Le persone non comprerebbero mai il disco di uno che vuole diventare ricco o famoso. Le persone non comprano affatto i prodotti in quanto tali, comprano il “perché quei prodotti vengono realizzati. Per non distaccarci troppo dalla realtà mettiamo i puntini sulle i: oggi un bel patrimonio può spianare la strada verso il successo, è vero, ma per quanto? Per quanto tempo una persona è disposta a pagare (in vari modi) per essere sulle copertine dei giornali o primo in classifica iTunes? Per quanto tempo un’etichetta o un produttore esecutivo sono disposti a pagare per far restare il proprio artista sulla cresta dell’onda?

Beh queste, e altre, sono tutte domande che non preoccupano i veri artisti. Loro pensano una cosa, la concretizzano e la propongono. Da dove arrivano le loro idee? Dalla loro storia. Certo il pubblico viene facilmente abbindolato dai “famosi” con contratto trimestrale, d’altronde gli permettono di entrare in casa propria (tramite la tv) e tenere monologhi stando passivamente ad ascoltarli. A lungo andare, però, si stuferanno, passerà la moda, finirà il programma.

Sapete, invece, chi seguiranno con interesse? Quelli che, come loro, sono spinti dalle esperienze quotidiane, dalle emozioni vere e dalla speranza in un futuro migliore, magari. Dalla loro storia e dalle loro prospettive. Ovviamente ognuno avrà il suo personale “Why” e di conseguenza il suo personale gruppo di fedeli, ma ad essere condivisa sarà ben più che la musica.

Volete qualcosa di concreto? Eccolo: un artista deve avere una storia alle spalle, raccontata sui suoi profili social, tutti perfettamente coerenti con il perché iniziale. Ogni fotografia, video, testo sarà portatore di un messaggio ed ogni componente, dal sound, alla ricerca artistica, all’immagine saranno allineati con ciò che ha dato origine al tutto. Il modo di parlare, il modo di muoversi, gli eventi, i featuring, i colori, i materiali, tutto dev’essere coerente.

Non avrete dei fan, avrete dei fedeli.

Certo, bisogna lavorare! Va studiato il web marketing, studiata la brand identity, la strategia di comunicazione efficace, il social media management e magari un po’ di editing foto/video. Ah…  il tutto, ovviamente, dopo aver studiato musica (passatemi il termine generale, tanto avete capito).

Pensate che sia sufficiente affidarvi ad un’agenzia di comunicazione? Provare per credere. Certo, ci sono anche realtà che offrono consulenza in comunicazione, fornendo così gli strumenti per “cavarsela da soli”, ma sono gli aghi nel famoso pagliaio.  I primi a sapere cosa fare dovete essere voi, perché a meno che non abbiate attribuito qualche punto SIAE o percentuale dei diritti a qualcuno, sarete gli unici a cui importerà davvero che tutto funzioni.

Quindi smettiamola, aspiranti artisti, di credere che si cominci solo con l’EP per poi puntare al disco d’oro. La verità è che si comincia da un buon motivo, uno vero, uno che al solo pensiero ti faccia tremare la terra sotto i piedi. Definito quello, con le maniche rimboccate, la strada è tutta in discesa (o quasi).

 

 

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