6 virtual instruments indispensabili

La musica ed il processo per la sua creazione sono in continua evoluzione e, se così non fosse, probabilmente non sarebbe tanto divertente lavorarci. Abbiamo parlato, nell’articolo precedente, del mix In The Box in quanto modalità di lavoro ormai super diffusa e interamente basata sul digitale, ed ora vogliamo portare l’attenzione sugli strumenti più utilizzati da chi la musica la crea, sempre in digitale.

I beat-maker da sempre giocano con gli strumenti virtuali e, da quando l’era digitale è diventata il presente, sono infiniti i suoni che si possono creare e riprodurre, e sono infiniti i dispositivi dedicati a questo divertente lavoro.

Dagli emulatori di chitarre a quelli delle percussioni, dai suoni di intere sezioni di archi a quelli dei flauti asiatici più ricercati, praticamente qualsiasi strumento oggi è ricreabile in una Digital Audio Workstation (come ad esempio Logic Pro, Cubase, Pro Tools etc). Grazie ad enormi librerie di suoni campionati e suonati in MIDI (Musical Instrument Digital Interface, ovvero il protocollo standard per l’interazione degli strumenti musicali elettronici) è sufficiente selezionare lo strumento che si vuole suonare e disegnare le note in una griglia.

Credeteci, è più facile farlo che spiegarlo.

Piano Roll Editor- strumento per la gestione delle note MIDI in Apple Logic Pro

Insomma, ogni rettangolino che vedete nell’immagine qui sopra corrisponde a un suono ed è caratterizzato da un’intonazione, una durata, un’intensità e un insieme di altre peculiarità. Il tutto creato in digitale, senza nemmeno sfiorare uno strumento musicale reale.

Già… affascinante.

Con un pò di consapevolezza e di know-how  è possibile creare arrangiamenti di qualsiasi tipo e per qualsiasi genere musicale.  Oltretutto ci hanno pensato le case produttrici (come Apple o Steinberg) a fornire di default un pacchetto di suoni preconfezionati inclusi nei software, così da attrezzare anche i neofiti degli strumenti per sperimentare e iniziare a creare. Ne sono un esempio i rinomati Apple Loop, ovvero pattern musicali pre-registrati, divisi per categorie (Rock, Electronic, Beats, Acoustic, Ensemble etc), che chiunque può utilizzare per aggiungere rapidamente frasi di pianoforte o synth, parti ritmiche e altri pattern musicali a un progetto.

Libreria di Apple Loop – disponibili in sia in Garage Band che in Logic Pro

Potendo esprimere un’opinione in merito, anche grazie alle ultime collaborazioni con BIGBIZ Studio in fatto di produzioni (e con loro si intende produzioni fatte a regola d’arte), uno degli strumenti virtuali indispensabili, utilizzato nella maggior parte delle produzioni moderne è il Native Instruments Kontakt della Native Instruments. Al suo interno possono essere caricate infinite librerie e noi ne abbiamo scelte 6, degne di nota per qualità dei suoni (grazie all’altissima frequenza di campionamento) e per la notevole versatilità e facilità di utilizzo:

  • Alicia’s Keys Piano (Native Instruments): che sia una produzione classica o moderna, un buon pianoforte è uno strumento a cui difficilmente si può rinunciare. Questo piano incarna un suono soul che è marchio di fabbrica dell’artista americana al quale è ispirato, i campioni che lo compongono provengono infatti dal pianoforte a coda Neo Yamaha C3 di proprietà di Alicia Keys. Se è riuscito a soddisfare i suoi standard professionali come può non essere una valida scelta anche per noi?

  • Abbey Road Drummer (Native Instruments): questa serie di librerie “ti permette di viaggiare nel tempo” (cit. N.I.), grazie a una serie completa di kit con sonorità che vanno dal 1930 ad oggi. Se programmate con attenzione, non chiedendo allo strumento eccessivi virtuosismi, possono ricreare la magia di una vera batteria registrata nello studio più famoso del mondo. Molto utili sono l’Advanced Mixer Section e la Groove Library che permettono di creare il suono più adatto ad ogni tipo progetto grazie ad una vasta gamma di effetti (dal saturatore del nastro ai riverberi) e utili preset.

 

  • Urban 808 (The Producers Choice): in produzioni che necessitano di suoni percussivi elettronici, una classica Roland 808 non può mancare. Questa libreria emula a tutti gli effetti la rinomata drum machine, sfruttando tutta la versatilità offerta dalla DAW. Partendo dai campionamenti più puliti fino ad arrivare a preset più distorti e compressi, sono disponibili suoni davvero affascinanti (e pronti all’uso!).

  • Scarbee Bass (Native Instruments): è come avere a disposizione un arsenale con tutti i più famosi bassi elettrici: Music Man, Rickenbacker, Fender Precision e Jazz Bass. È possibile scegliere come suonare (dita, plettro oppure slap), e aggiustare il suono con effetti come la saturazione del nastro, l’equalizzatore e il compressore. Si dice che lo strumento più importante in una arrangiamento sia il basso… beh qui c’è l’imbarazzo della scelta.

  • Session Strings (Native Instruments): la qualità di una intera sezione di archi pronti all’uso con una semplicità disarmante e un’estrema flessibilità. Campionati per trasmettere tutto il feeling del legno e delle corde reali dello strumento classico, ma consentendo di soddisfare le esigenze di creazione delle sonorità per le produzioni più ricercate. Riproduce magnificamente anche la transizione tra le note, aggiungendo un tocco veramente umano a qualsiasi digi-creazione.

  • Exhale (Output): un instrument molto particolare che trasforma campionamenti vocali in altri suoni ed effetti. I campioni hanno caratteristiche atmosferiche e percussive, con molti preset che suonano più come synth che come voci. Se state cercando una sonorità speciale per il vostro prossimo brano, questa potrebbe essere la soluzione che fa al caso vostro.

 

Inutile sottolineare che ogni “producer” (scusate le virgolette ma, in ambito musicale, questa termine ha preso ormai troppe sfaccettature) ha un proprio stile e quindi sarà particolarmente dedito ai suoi abituali strumenti di lavoro.
Se è, però, un pò di sana sperimentazione quella che state cercando vi consigliamo caldamente di giocare con questi virtual instruments, decisamente affascinanti e tutti da scoprire (o forse ri-scoprire)!

 

Un Disco d’Oro può essere mixato tutto In The Box?

 

Innanzitutto partiamo dalla definizione: mixare In The Box significa processare tutti i file audio in digitale tramite una Digital Audio Workstation (come ad esempio Avid Pro Tools o Apple Logic Pro), senza mai passare il segnale in uno strumento analogico. Insomma, non si usa un banco come un SSL o un Neve (valore di mercato per 48 canali circa 80k) ma semplicemente un PC (prezzo del nuovo a partire da 1k).

Postazione di produzione In The Box

Alcuni brani famosi mixati ITB? Happy di Pharrell Williams, Request Line dei Blackeyed Peas ft. Macy Gray, Alabo di Enrique Iglesias, Miss Independent di Kelly Clarkson.

Nella storia della discografia sono diversi i grandi fonici che hanno svolto lavori destinati al mainstream completamente In The Box, uno fra tutti il Sig. Andrew Scheps che, durante un intervista a Pensado’s Place (#218), dichiara di lavorare ormai 100% in questa modalità, soprattutto per la sua versatilità a fronte di modifiche post-mix finale.

[Esatto.. esiste una fine del mix, ed esiste un mix post mix finale, come se schiarire leggermente un tom portasse al Disco d’Oro.]

Quali sono i vantaggi del mix In The Box ?

1- Velocità di Recall. I clienti, come appena anticipato, richiedono spesso modifiche e revisioni successive alla chiusura del mix. Soddisfare queste richieste diventa scomodo per chi lavora in analogico: un banco tiene in memoria le impostazioni dei setup, ma ripristinarle significa muovere un potenziometro alla volta finché, con precisione, tutto è tornato nella posizione salvata in precedenza. Insomma, su un banco con 48 canali, per circa 30 potenziometri per canale… non è semplice quanto cliccare “Apri -> Recenti” in una Workstation.

Solid State Logic console a 56 canali

2- Facilità di condivisione project. Una DAW (Digital Audio Workstation) permette a diverse persone di mettere mano alla stessa sessione in diverse fasi del lavoro, agendo sugli stessi plug-in e settaggi da postazioni di lavoro sparse ovunque per il mondo. Basta inviarsi il file del progetto. Così, ad esempio, è possibile far lavorare il miglior fonico di mastering sul proprio prodotto semplicemente inviandogli una mail con allegato.

3- Costanza. Le macchine analogiche, a differenza di quelle digitali, utilizzate in momenti diversi possono rispondere in modo diverso. Scheps, parlando di un’esperienza passata, dice: “…ci siamo accorti che i mix esportati nel pomeriggio presentavano alcune differenze rispetto agli stessi mix esportati la mattina. In quella zona di Los Angeles, in determinati orari, c’era qualcosa nella rete elettrica che causava una caduta di tensione e quindi le macchine analogiche suonavano peggio”. Pensate quando può essere sconveniente mantenere il banco fermo 5 ore per aspettare l’orario giusto per esportare!

La qualità dell’analogico è unica nel suo genere? Beh, parlando con Russell Cottier, Scheps ha palesato che ormai la qualità del processamento digitale ha sostanzialmente raggiunto quella dell’analogico. Vero o falso? Difficile contraddire proprio lui, ma se avete un’opinione a riguardo siamo curiosi di leggerla nei commenti qui sotto.

Andrew Scheps al Punkerpad West Recording Studio

Bisogna comunque sottolineare che la gestione delle idee durante il mix analogico può essere trasferita sul digitale solo se si ha piena consapevolezza di ciò che portava ad essere efficace l’operazione fatta sull’analogico. Per essere più chiari: se sul banco analogico è possibile saturare leggermente un suono per renderlo più ricco spingendo il gain, lo stesso si può fare in digitale, ma solo se si conosce il procedimento in grado di replicare fedelmente il risultato. Insomma non tutte le distorsioni sono uguali, ci sono dei principi alla base che vanno rispettati, sia che si lavori su un banco che su un controller.

 

Softube Console 1 – Punto di incontro tra Workflow analogico e flessibilità digitale

Apriamo una parentesi veloce:  un tempo i fonici facevano passare i suoni all’interno di molte macchine connesse tra loro che formavano la catena di processamento (compressori, EQ etc). Il problema principale con cui dovevano interfacciarsi era il rumore di fondo (in gergo “fruscio”), presente sia nella catena di registrazione che nella riproduzione del nastro su cui si effettuava l’incisione. Ciò implicava che manipolare il timbro o la dinamica del segnale proveniente dal supporto magnetico avrebbe rischiato di accentuare maggiormente il rumore di fondo presente nel segnale stesso (insomma, per quanto tu lo possa coprire col bianchetto, un errore di scrittura su un foglio bianco si vedrà sempre, e se esageri col bianchetto finirà  per vedersi ancora di più). Nonostante la tecnologia attuale abbia ridotto notevolmente il problema, la maggior parte dei fonici, ancora oggi, ritiene che buona parte del lavoro debba essere fatto durante la registrazione, per creare e raggiungere fin da subito il suono desiderato e affrontare il processo di mix partendo già dai giusti presupposti, senza bisogno di compromessi.

Di sicuro uno dei vantaggi dell’analogico è che avendo davanti un gruppo di fader e potenziometri sempre pronti all’uso e sempre disposti nello stessa modo, il lavoro è immediato e veloce. È impossibile essere così immediati anche in digitale, ma ci sono degli escamotage che permettono di velocizzare il workflow per essere ugualmente efficienti, ad esempio: nominare e colorare le tracce, ordinarle sempre allo stesso modo per individuarle immediatamente nella sessione, preparare dei template per il routing che permettano di avere assegnato agli stessi bus sempre l’effetto o il processamento corrispondente ed infine usare gli shortcut.

Sessione di Logic Pro X

Insomma, lavorare bene (e fare il Disco d’Oro ovviamente) In The Box è possibile ed alla luce dei passi da gigante fatti dalla tecnologia negli ultimi anni possiamo dire che scegliere l’analogico piuttosto che il digitale è per lo più una scelta di stile. In entrambi i casi bisogna comunque adottare qualche accorgimento proveniente dal secolo scorso che conserva fedelmente la sua efficacia, ed avere una grande consapevolezza di ciò che si sta maneggiando.  Di sicuro un ruolo importante lo ricopre l’idea che sta alla base di ogni prodotto, unitamente alla capacità e competenza del fonico di ottenere quello che vuole con i propri strumenti, in modo da soddisfare a pieno qualsiasi esigenza artistica.

 

Ecco perché i dischi non si fanno in casa

Mauro Pagani (polistrumentista, compositore, titolare dello studio “Officine Meccaniche” di Milano), in un’intervista a Videoradio Channel, a proposito della discografia moderna dice: “se si produce merce nata per durare poco e pensata per un mercato effimero, durerà poco e non rimarrà”. Noi aggiungiamo, con rispettosa cautela, che di solito la durata è di meno di un anno.

Mauro Pagani

Con queste poche parole, un’icona della musica italiana, riassume ciò che ormai risulta palese nel panorama discografico e, senza nascondere una crescente preoccupazione, potremmo dire che noi tutti operatori del settore avvertiamo il dovere di fare qualcosa prima che sia irrimediabilmente troppo tardi. Ma cosa può essere fatto?

Le etichette (emergenti e major) oggi si prefissano l’obiettivo di lavorare SOLO con progetti che abbiamo carattere e qualità, e dopo qualche mese il primo lavoro viene concluso con un “beh dai ci sta, non è poi così male”. False promesse iniziali o semplicemente illusioni da settore in caduta libera? Non sappiamo la risposta ma di sicuro sappiamo che la maggior parte dei musicisti oggi sceglie di sviluppare i propri progetti discografici in autonomia, cercando qualcuno che gli presti lo studiolo in taverna (tutto sommato attrezzato) e qualcun altro che gli giri il contatto di quel tale che lavora in un’agenzia di comunicazione.. obiettivo: 100000 visualizzazioni su youtube che porteranno ovviamente ad almeno 10 date distribuite sul territorio nazionale. No. Prima bisogna pagare lo studio pro per farsi fare il mastering (“pagherò più per il mastering che per tutto il processo rec + mix ma almeno suonerà bene” cit.) e poi bisognerà pagare l’agenzia che presenterà il nuovo disco con 1000 mail x 1000 euro.

“Ok, ora ho un album e sono un professionista.” No, ancora.

[Che poi… c’è questo genere emergente chiamato Trap (emergente per modo di dire dato che nasce negli anni ’90 in USA) che pare essere molto apprezzato dai teenager. Va beh, non saprei come continuare questo commento… facciamo così: ascoltate un pò di roba su Spotify, guardate i numeri che fanno e vedrete che il commento vi nascerà spontaneo dal cuore. Spoiler: le voci sono la componente migliore.]

Ma tornando a noi.. in quanti sanno che ruolo ha, nel dettaglio, un arrangiatore? In quanti conoscono a fondo le responsabilità di un produttore artistico?

Noi abbiamo parlato con Franco Testa, bassista e compositore (tra i tanti ha lavorato con Celentano, Mina, De Gregori), nonché assiduo frequentatore di studi di registrazione di qualità per progetti di qualità, e non ci è voluto molto per capire che il livello sul quale si costruiva la musica fino a qualche anno fa era semplicemente un altro.

Alcuni dei lavori di Franco Testa

“Si, nella storia gli One-Hit Wonder (così nell’industria musicale viene definito un artista o un gruppo noto al grande pubblico per un solo singolo) sono esistiti, ma si tratta di fenomeni rari tanto quanto lo è una vincita alla lotteria, un colpo fortunato insomma..

Eh già, siamo d’accordo, insomma non vogliamo sparare a zero su tutti i grandi artisti che, nella loro semestrale carriera,  hanno fatto la hit trimestrale dell’estate, però insomma un pò di modestia… gli Artisti sono altri.

Tra le cose che più ci hanno colpito è stato il netto contrasto tra le 5k parole spese sulla discografia da 10k autori improvvisati ogni giorno, rispetto alle 5 parole spese da Franco: “nel processo di produzione di un brano c’è la dittatura, il produttore artistico interpreta, l’arrangiatore compone, il musicista esegue. Punto. Si va bene poi si è tutti amici quindi qualche confronto c’è, ma non si discute mai, i ruoli sono definiti molto chiaramente“.

Essì, è questo il mondo discografico pro, e per fortuna! Stavamo iniziando a pensare che non servisse più studiare armonia e composizione, pare che agli artisti di oggi le hit vengano tra una cocktail e l’altro. Notare che la a è ancora minuscola.

Franco Testa con Gino Paoli

Tornando a cose serie, abbiamo chiesto a Franco: “Cosa fa la differenza in un brano? Cosa lo rende evergreen?”, e lui risponde: “Tutto l’insieme dei suoi componenti, come in tutte le cose fatte a regola d’arte. Prendendo l’esempio di una batteria, è importante la qualità dello strumento (fusti, accordatura, pelli, piatti e bacchette), è importante come viene suonata (la mano del batterista e il buon gusto insomma) ed è importante la struttura del brano (intro, outro, strofe, ritornelli, composizione sonora e arrangiamenti). Se pecca una di queste cose, anche le altre saranno penalizzate. Certo un disco porterà sempre con sé le sonorità caratteristiche del periodo in cui è stato prodotto, ma solo curando tutto, e bene, si ottengono contenuti senza data di scadenza.”

Franco Testa al contrabbasso

Concludendo, è l’industria musicale in declino o sono gli artisti veri che mancano? Beh è vero sia che le case discografiche chiedono una certa cosa per consumarla più facilmente e velocemente, ed anche che dal punto di vista artistico siamo in un periodo culturale povero, fatto di contenuti per lo più effimeri. C’è dell’ironia certo, l’Arte è arte, come si può definirla effimera se è frutto dell’emozione umana?

 

Beh in ogni caso volevamo schiarire le idee dei più novelli nel settore, che probabilmente vedono il “successo” talmente a portata di mano (tra social, talent, youtube etc) da potersi fare delle idee sbagliate. Per fare un disco che duri nel tempo (ed evitare la svendita personale di fine carriera+depressione annessa) serve consapevolezza e la professionalità di diverse persone, ognuna con competenze specifiche ed esperienza. Sappiamo anche che da qualche parte bisognerà pur iniziare, quindi ben vengano gli artisti emergenti, ma almeno con le idee chiare.

 

1brano x 2mix = 2brani

 

“In occasione del ventesimo anno di pubblicazione dell’album “Nevermind”‘ dei NIRVANA, la Universal Music  presenta una re-release che conterrà materiale mai sentito prima come b-side, mix alternativi, sessioni radio, rarità in studio e registrazioni dal vivo e un intero concerto tenuto a Seattle nel 1991.”

Ecco la versione originale di “Smells like teen spirit”, ed ecco quella  alternativa !

Con questo incipit hanno aperto, ormai qualche anno fa (precisamente nel 2011), diverse riviste musicali e siti dedicati al grunge (ma non solo), palesando tra le righe qualcosa che spesso viene dato per scontato. Non sappiamo quanti di voi lettori abbiano mai ascoltato questa re-release dei Nirvana, ma vi assicuriamo che le differenze tra l’originale e il mix alternativo sono rilevanti. Da ciò abbiamo preso spunto ed abbiamo deciso di mostrare, in questo articolo, come sia possibile cambiare l’impatto di un brano adottando alcuni accorgimenti semplici, e molto efficaci, durante il mix.

Prenderemo in analisi due diversi mix del brano “Il mondo dei pensieri” dall’album Il Corponauta del gruppo prog Il Paradiso degli Orchi, realizzati da due fonici diversi (rispettivamente Giorgio Reboldi dello studio AltreFrequenze di Brescia e Roberto Vigo dello studio Zerodieci di Genova – ringraziamo entrambi per la collaborazione).

 

MIX 1

Questa versione del brano è stata mixata in modalità ibrida analogico/digitale, svolgendo parte del processamento su Pro Tools e parte con outboard e banco analogico. Per rendere più strong il brano è stato privilegiato l’impatto sonoro rispetto alla definizione dei singoli suoni. In generale si è lavorato con attenzione sui suoni distorti, valorizzandoli o addirittura distorcendo elementi che originariamente non lo erano. In questa versione sono state enfatizzate le chitarre soprattutto nella parte media, saturati la voce e il basso con un overdrive e valorizzato il solo di synth durante lo strumentale (sia nell’equalizzazione che nel livello) per la sua caratteristica di aggressività. Per ottenere la sonorità desiderata è stata inserita un’ulteriore distorsione parallela sul master per arricchirlo di armoniche.

 

MIX 2

Il mix si presenta nitido e preciso, con suoni che occupano uno spazio ben definito e la voce risulta chiara e leggermente in fuori rispetto alla componente strumentale (come spesso accade nei mix “all’italiana”). Abbiamo quindi una voce “più avanti” e arricchita da un effetto di modulazione, i piatti della batteria sono più chiari e nel timbro dei tom è stato valorizzato l’attacco. Le chitarre hanno un’enfasi maggiore sulle frequenze medio alte che ne valorizza la componente più pulita, facendole emergere maggiormente nella parte strumentale anche per un diverso bilanciamento rispetto al livello del synth.

 

Ecco quindi dimostrato come, con un po’  di attenzione, sensibilità e dedizione verso i dettagli, si possano confezionare brani vestendoli di abiti diversi, anche se provenienti tutti dallo stesso gomitolo. Ovviamente non esiste un mix giusto e uno sbagliato, le interpretazioni che vengono date dai fonici rispettano da un lato la loro stessa sensibilità verso quel brano o addirittura verso l’intero progetto e dall’altro le linee guida che la band ed il produttore artistico forniscono per esprimere al meglio ciò che quel prodotto vuole comunicare.

 

 

Da registrazione in home studio a mix in pro studio (esempi audio)

Nelle vesti di Studio di Registrazione Professionale capita di lavorare sia su prodotti incisi nelle nostre sale di ripresa, sia su una vasta gamma di stems (o tracce) provenienti da una vasta gamma di brutti posti nel mondo. Ovviamente noi non abbiamo paura di niente.

Partendo dal presupposto che ci sono persone del tutto in grado di fornire una registrazione fatta come si deve, bisogna essere consapevoli che sono la minoranza, e da ciò la nascita di questo articolo: daremo qualche dritta utile a far un buon lavoro di registrazione at Home e anche una breve dimostrazione di come può diventare una traccia home dopo un trattamento pro in studio.

Registrazione

In una sala non professionale un grosso problema è rappresentato da componenti sonore indesiderate riprese dai microfoni, provenienti da risonanze e riflessioni del suono su superfici non ottimizzate acusticamente. Per quanto ricoperto da cartoni di uova, sarà comunque meglio che un ambiente sgradevole non “parli” nella vostra incisione.

Migliore è la qualità della ripresa e più semplice sarà fare un ottimo mix. Se volete approfondire l’argomento registrazione vi invito a leggere questo nostro articolo: 5 classici errori di registrazione in home studio .

 

Mix

  • Il basso viene molto spesso registrato direttamente dall’uscita dello strumento. Per ottenere un suono più ricco ed efficace nel mix è possibile eseguire un Reamping, ovvero inviare il segnale acquisito in precedenza ad un amplificatore per basso mediante un apposito collegamento, predisporre i microfoni e registrare il suono emesso dagli altoparlanti. Questo processo è il nostro preferito e, onestamente, conserva in sé anche un po’ di nobiltà. Esistono anche altre tecniche per ottenere lo stesso tipo di risultato, come l’utilizzo di simulatori di amplificatori oppure di distorsioni armoniche opportunamente miscelate al suono originale.

Originale:

Processato:

  • Come si sente dal primo audio qui sotto, la ripresa di prossimità, nonostante sia utilizzata come soluzione a problematiche di ambiente, può portare con se delle spiacevoli conseguenze, ovvero un’eccessiva enfatizzazione delle basse frequenze, causata da quello che viene appunto nominato effetto prossimità. Durante il mix una buona gestione del low end permette di rendere più definito il suono di ciascuno strumento, evitando il mascheramento e la concentrazione di eccessiva energia sulle basse frequenze.

Sulle nostre chitarre, dopo aver equilibrato la parte bassa, ci sembrava che il suono fosse ancora un po’ troppo scuro. Per renderlo più aperto abbiamo recuperato armoniche usando un harmonic exciter.

Se necessario, un buon denoiser aiuta sempre laddove ci siano fastidiosi rumori di fondo!

Originale:

Processato:

  • Una problematica che si può riscontrare sulla batteria è una scarsa simmetria degli overhead, ovvero i microfoni dedicati alla ripresa dei piatti e del kit nel suo insieme. Nel primo audio qui di seguito la cassa ha una posizione abbastanza centrale, mentre il rullante è decentrato verso destra. Di per sé come posizione sarebbe ragionevole, soprattutto pensando a come solitamente vengono disposti gli elementi che compongono il kit, ma in fase di ripresa dovrebbe essere compensata da un adeguato posizionamento dei microfoni per fare in modo che, sia la cassa che il rullante, possano risultare centrali così come vuole la tradizione dei mix pop e rock. In questo caso, quindi, abbiamo dovuto restringere e ricentrare l’immagine stereofonica degli overhead, nonché filtrarne la parte bassa, per fare in modo che sia cassa che rullante risultino il più possibile centrali. Questa posizione nel complesso poi verrà definita più compiutamente una volta aggiunto il suono proveniente dai microfoni dedicati alla ripresa di ciascuno di questi elementi.

Originale:

Processato:

Mix finale:

Dopo questi step intermedi nei quali vi abbiamo mostrato, o meglio fatto sentire, quali accorgimenti si possono applicare in fase di mix, vi forniamo un ascolto complessivo così da poter comprendere davvero fino a dove si può arrivare partendo da una registrazione fatta a casa. Ovviamente non vi possiamo svelare tutti i segreti, effetti e magie fatte sulle tracce, ma se volete venire a trovarci saremo ben felici di lavorare al massimo anche per il vostro disco! 😉

Originale:

Processato:

 

Grazie per aver letto il nostro articolo. Se hai domande o chiarimenti non esitare a contattarci, risponde il nostro fonico!!