Indovina Kit: esempi di setup ibridi pt.2

In questo episodio vedremo due kit molto diversi da loro, sia per il genere che per gli obiettivi di utilizzo.

Tra tutti i batteristi esistenti ed esistiti, pochi hanno saputo commistionare l’acustico con l’elettronico, e Pat Mastelotto è colui che a mio parere ha trovato la ricetta perfetta, talmente perfetta che l’ho soprannominato “l’alchimista della musica”.

Pat Mastelotto

La sua naturale propensione verso la tecnologia è nata dal fatto che all’inizio della sua carriera non era in grado (parole sue) di andare a metronomo! Era negato. Per lui l’unico modo per suonare a tempo era farlo su delle basi, ritmiche o melodiche, e questo lo portò a imparare a programmare tastiere e Drum Machine per poter suonare i brani a tempo con i suoi vari progetti. Le basi però erano così efficienti che sono divenute parte integrante dei brani, e questo ha portato Pat a sviluppare sequenze sempre più complesse che venivano azionate al momento giusto mediante un Multipad. Tra le sue diverse configurazioni di set-up troviamo anche un Ipad, per l’utilizzo di campioni, trigger ed effetti di Glicth. Inoltre, nei King Crimson molto spesso Mastelotto lavora con dei loop, azionati e disattivati attraverso un Cymbal Pad. Infine non possono mancare i classici Handsonic della Roland e il Korg Wavedrum, per essere sicuri di non rimanere mai a corto di suoni percussivi.

Il secondo artista che ho voluto prendere in considerazione è il meno noto Josh Dion, un one-man-band che suona la batteria, canta e suona le tastiere, tutto rigorosamente insieme.

Josh Dion

Questo batterista infatti ha rinunciato all’utilizzo della mano destra per poterla impegnare suonando un Synth (il Mopho di Dave Smith Instruments) e questo ha comportato un notevole sviluppo del braccio sinistro e del piede sinistro, utilizzato molte volte per tenere il pattern di charleston. Questa soluzione, oltre ad essere tecnicamente complessa a livello d’indipendenza degli arti, comporta a un notevole sforzo cognitivo per poter gestire tanti elementi diversi contemporaneamente. Come con Danny Carey, anche con Josh abbiamo visto quanto la batteria può essere oggetto di contaminazione e come le sue possibilità possano essere espanse utilizzando qualsiasi elemento estraneo, addirittura strumenti melodici come sintetizzatori e tastiere.

In ambito metal, la tecnologia è venuta in soccorso ai batteristi per uniformare i colpi che in velocità rischiano di perdere di potenza e precisione: questo grazie ai trigger. I trigger sono dei trasduttori che rilevano le vibrazioni delle pelli e le convertono in un segnale elettrico, il quale viene utilizzato per il lancio di un campione presente su una centralina. La diffusione dell’utilizzo di questa di tecnologia risale agli anni ’90, quando il metal si è diramato in sottogeneri molto estremi in termini di velocità e potenza. L’approccio della tecnica del Blast Beat divenne più meticoloso ed essa venne portata all’estremo; questo portò ad una naturale riduzione del volume dei colpi e, in alcuni casi, anche ad una piccola dose d’imprecisione. Grazie ai trigger queste problematiche potevano essere risolte: lavorando con i layer di velocity è possibile far sì che tutti i colpi del batterista risultino sempre uguali.

drum trigger

Nel panorama musicale moderno purtroppo l’ibridazione della batteria si limita spesso all’aggiunta di Multipad per la riproduzione di campioni o sequenze e di trigger che possono aggiungere suoni diversi a quello prodotto dai fusti. Nonostante questa sia una soluzione che permette di estendere la propria creatività, penso rimanga un modo riduttivo di utilizzare la tecnologia a disposizione. Gli esempi presentati in questi due articoli dimostrano come l’elettronica possa aprire al batterista un mondo sonoro infinito che gli da la possibilità di diventare un artista completo, capace di creare texture complesse e suggestive, invece di limitarsi al semplice spettacolo che molte volte gira attorno al setup ibrido.

PS. Se vuoi approfondire l’argomento partecipa al workshop dedicato che si terrà presso lo studio di registrazione AltreFrequenze di Brescia!


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Il bigino dell’ARRANGIATORE: 
come si ELABORA una parte per lo studio di registrazione

Lavorando con uno studio di registrazione, un produttore, un editore (o la propria band) il primo passo per immergersi nell’elaborazione di un brano è capire esattamente qual è la direzione musicale – ed editoriale – dell’opera. Una volta tracciata la rotta si può partire.

Da compositore e polistrumentista il mio approccio è sempre diverso: può capitare di lavorare ad elaborazioni orchestrali, trascrizioni per piccoli gruppi, arrangiamenti per band o produzioni elettroniche; mondi diversi, ma sempre di musica si tratta e quindi l’importante è acquisire una metodologia di lavoro.

Spesso mettere mano allo strumento per cui devo scrivere mi permette di avere bene in mente quali sono le difficoltà di scrittura ed il genere a cui devo attenermi, altre volte sono già sicuro di cosa andrò a fare e lavorerò subito alla partitura.

Sono tanti i parametri di cui tenere conto per un intero arrangiamento o per una parte di un mix preesistente, quindi avere la comodità del riscontro sulla carta è importante.
La partitura ci permette di capire cosa accade in ogni momento del brano per gestire il materiale musicale e gli interventi che vogliamo aggiungere. Sebbene sia quasi caduta in disuso, resta una risorsa importantissima; non pensate che le grosse produzioni che ascoltate abitualmente non ne facciano uso: un conto è quello che si racconta, un altro è come si lavora.

La scrittura musicale deve affiancarsi ad un preciso lavoro di analisi: questo è il nucleo del metodo.
Analizzare un brano significa scomporlo nelle sue principali caratteristiche musicali: ritmo, armonia, forma e stile.
Individuare il tempo metronomico e la suddivisione di battuta sono le prime cose da fare per ottenere informazioni sul ritmo.
L’analisi armonica mostra il percorso del discorso musicale: i punti di minima e massima tensione, ed il rapporto tra le parti; informazioni importanti anche per i batteristi.
Eh sì, non dovete essere intonati, ma siete parte integrante del dialogo musicale!

Identificare la forma serve a comprendere la macrostruttura del brano; il susseguirsi dei momenti musicali aggiunge informazioni al percorso ritmico-armonico.
Lo stile infine influenza la scelta della scrittura e dello strumento: si tratta dell’ultimo dettaglio necessario per presentare un lavoro curato e minuzioso.

A questi elementi principali si aggiungono le accortezze per ogni strumento. Ancora una volta l’organologia, lo studio dell’orchestrazione e la teoria musicale sono d’aiuto per lavorare al meglio. Ogni parte scritta va verificata allo strumento.

L’ultimo passo è la realizzazione.
Che sia in studio, a casa propria, con strumenti reali o VST e MIDI, la registrazione deve essere l’ultimo passo di un percorso ben congegnato: bisogna arrivare alla ripresa con la versione definitiva del lavoro e le idee chiare; questo assicura efficienza e rapidità.

Arjen Lucassen, polistrumentista e compositore olandese, genio del Progressive

L’importante per l’arrangiamento sono lo studio e l’esercizio. Studiare l’armonia – in tutte le sue declinazioni, classica, moderna, jazzistica, perfino dodecafonica – è il primo passo per gestire tanto una linea melodica quanto un insieme di strumenti. Allo studio dei manuali vanno affiancati degli ascolti attenti ed un lavoro di trascrizione: questi sono gli elementi per affinare le proprie capacità di analisi. 

Esercitarsi allo strumento – o agli strumenti; questo è il mio caso – è importante ai fini della registrazione tanto quanto della facilità di scrittura dell’arrangiamento; ma vale al pena di esercitarsi anche sull’elaborazione: prendere un brano edito che conosciamo bene e cambiarne lo stile, il ritmo, o ancora le armonie e la struttura sono esperimenti divertenti che ci permettono di essere sempre più consapevoli del lavoro di scrittura.
Poi se esce una schifezza ci saremo fatti due risate!

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Indovina Kit: esempi di setup ibridi pt.1

Qualche settimana fa, nell’articolo “Esorcismo: demonizzare l’elettronica non ti rende un musicista più puro, ho parlato di come le nuove tecnologie hanno influenzato il panorama musicale e di come personalmente mi hanno portato a rivedere il mio modo di suonare. Oggi vi voglio sottoporre alcuni esempi famosi e secondo me più emblematici di ibridazione, che possono essere d’ispirazione per i vostri prossimi esperimenti.

Tra i primi ad utilizzare l’elettronica in maniera massiccia troviamo Bill Bruford, conosciuto per essere stato il batterista degli Yes e dei King Crimson. La sua carriera musicale è sempre stata un continuo divenire, una sperimentazione continua, sia a livello tecnico sia a livello di strumentazione. Negli ottanta si presentò al pubblico con un’astronave esagonale capace di generare suoni percussivi bizzarri e inconcepibili se non sotto l’uso di sostanze stupefacenti; era l’avvento delle Simmons Drums. Questa particolare batteria elettronica era in tutto e per tutto un sintetizzatore percussivo; per spiegarvi la differenza senza annoiarvi troppo vi basti pensare che le batterie elettroniche tradizionali sfruttano campioni registrati che, posti in vari layer di dinamica, vengono azionati dal pad e gestiti da centralina; la Simmons invece sfruttava la combinazione di onda sinusoidale, rumore, filtro e ADSR (acronimo di Attack, Decay, Sustain, Release) per generare suoni che possono ricordare una cassa o un rullante, il tutto sempre gestito da una centralina.

Durante la sua continua sperimentazione Bill passò dall’utilizzo esclusivo della Simmons Drums alla gestione di un vero e proprio muro di pad alle sue spalle, sino a un’ibridazione che prevedeva solo i piatti e il rullante acustici, a volte aggiungendo la cassa acustica. Questo gli permetteva di avere un’illimitata varietà sonora, generando suoni percussivi originali, oppure generando delle vere e proprie melodie grazie alla possibilità d’intonazione di questi pad, opportunamente programmati.

Passiamo ora a un altro batterista che non ha bisogno di presentazioni: Danny Carey. Nel suo mastodontico kit troviamo alcuni elementi che vale la pena prendere in considerazione. I primi e sicuramente i più particolari sono i Mandala Drum, dei sofisticatissimi MIDI Pad che necessitano di un software o di una centralina per la gestione delle informazioni da loro generate. I suoi 7 pad vengono collegati ad un USB hub per dirigere tutto ad un unico computer, su cui vengono utilizzati i programmi Battery e/o Ableton per poter dar loro voce, unitamente ad una scheda audio dedicata per far fronte a possibili problemi di latenza. I Mandala vengono da lui usati per richiamare percussioni, soprattutto Tabla.

Sempre in ambito percussivo, giusto per aggiungere un pizzico di varietà in più, abbiamo l’Handsonic della Roland e il Wavedrum della Korg, entrambi sintetizzatori percussivi molto sofisticati e sensibili alla dinamica.

A rendere il suo kit ancora più particolare è l’utilizzo di un sintetizzatore, talvolta un modulare, per poter eseguire parti melodiche o bordoni: un ottimo ingrediente per poter farcire i propri soli di batteria, in modo da creare un’architettura sonora più complessa e suggestiva.

Con Danny Carey abbiamo visto come elementi che non riguardano la batteria e le percussioni possano entrare far parte del nostro setup. Come dico sempre, l’unico limite è la nostra creatività e se non possiamo fare una cosa è solo perché non ci abbiamo ancora pensato.

Nella prossima puntata vedremo i setup di Pat Mastelotto e Josh Dion, una breve riflessione sui trigger nel metal e l’utilizzo dei Multipad più balsonati, restate sintonizzati.


PS. Cogli l’occasione e partecipa al workshop gratuito “Enter the Matrix – l’elettronica nella musica moderna” che si terrà sabato 11 maggio, dalle 14:30 alle 17:30, presso lo studio di registrazione AltreFrequenze di Brescia!

Scopri tutte le info qui: workshop – “Enter the matrix”


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Oggi le COMICHE: quando il PROGRESSO MUSICALE inciampa e cade di faccia.

In un precedente articolo abbiamo visto come le tecnologie musicali si siano evolute fino ad oggi. In questa rubrica parleremo di alcuni retroscena curiosi che costellano questo percorso.

Come prima cosa vi invitiamo a fare una ricerca sui predecessori del vostro strumento: nel corso della storia ci sono state soluzioni e aneddoti talmente strampalati da non poter essere dimenticati. Abbiamo selezionato i più curiosi e divertenti, se ne conoscete altri saremo felici di leggerli nei commenti!

Nel XVI secolo il musicista e compositore italiano Giulio Caccini inventa la Tiorba, un antenato della chitarra. Nell’era del non-internet il nostro pioniere viaggia per l’Europa, Tiorba in spalla, per promuovere lo strumento; ed è in uno di questi viaggi che si consuma la commedia.

Sbarcato in Gran Bretagna, il musicista si trova placcato dalle milizie, incarcerato per sei mesi e processato.
Che avesse dei precedenti? Macchè!
La Tiorba è chiamata anche Chitarrone perché è una bestia che va da 1,40 mt di lunghezza in su, con un certo peso ed ingombro; al solo vederla i soldati inglesi temettero che fosse un’arma per attentare alla vita dei reali, e quindi sequestrarono lo strumento, incarcerarono il Caccini, e fecero esaminare il pericolosissimo oggetto, ignari della novità.
La storia ha un lieto fine per Caccini: scarcerato proseguirà il suo tour promozionale, ma la Tiorba cadrà in disuso.

Lynda Sayce alle prese con la Tiorba

Il mio amico e collega Mattia Danesi ha lavorato ad un articolo sul doppio pedale, elemento amato ed odiato dai batteristi, spesso legato alla letteratura heavy ma con una genesi curiosa.

Nel 1939 Luigi Paulino Alfredo Francesco Antonio Balassoni, conosciuto come Louie Bellson (grazie al cielo), si chiede se valga la pena di portare tutti i rudimenti della batteria anche ai piedi, ma i gesti sbilanciati di cassa e charleston non sono d’aiuto. Nel repertorio orchestrale classico capitano figurazioni di colpi ravvicinati o rullate alla grancassa, quindi perché non riproporre l’effetto sul drumset?

Presto fatto: due casse con due pedali indipendenti. Il risultato è nuovo, ardito, tanto da far dire agli altri batteristi suoi contemporanei che non avrà seguito, insomma un impiccio inutile.
Come no…

Louie Bellson e la sua batteria con doppia cassa

Ora invece immaginate di essere pronti per il soundcheck del vostro primo concerto in Giappone, con i fan avidissimi di sentirvi sfrecciare sui tasti bianchi e neri di una parete modulare targata Moog. Accendete il modulare per suonare ma… PANICO! Il sintetizzatore non resta accordato!
Chiamate il produttore, e per telefono vi informa che il problema è la deriva termica, perché in Giappone fa troppo caldo e le componenti non reggono le temperature! Il consiglio è di prendere quanti più ventilatori potete e direzionali sul retro del sintetizzatore e sperare che funzioni.

Che fate? Ci credete?
Keith Emerson ha deciso di ascoltare il consiglio di Robert Moog, ed ha fatto bene, perché questo ha assicurato una performance sensazionale, e l’esperienza del musicista ha permesso di ovviare al problema con soluzioni all’avanguardia.

Robert Moog a sinistra, Keith Emerson a destra, ed alle loro spalle un modulare Moog


Questi sono solo alcuni degli aneddoti curiosi legati allo sviluppo tecnico degli strumenti, perché è la ricerca che rende viva l’arte, e – incarcerazioni a parte – è nel provare divertendosi che nasce l’inaspettato, il nuovo.


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L’evoluzione della batteria in poco più di un secolo

Pochi strumenti musicali possono vantarsi di aver avuto un’evoluzione così repentina come la batteria, un’evoluzione che ha radicalmente cambiato sia la forma dello strumento sia l’approccio con cui viene suonata. Ed è proprio sulle modalità di esecuzione che mi vorrei soffermare.

Inizialmente la batteria accompagnava i brani in maniera molto timida su rullante e wood block, dobbiamo quindi aspettare gli anni 30-40 del ‘900 per cominciare a vedere i primi virtuosismi. Spostando il baricentro dell’accompagnamento sul ride e i piatti in generale che mantenevano l’ostinato scandito dalla cassa, il rullante colorava seguendo gli accenti dei fraseggi melodici e i tom fungevano da variazioni timbriche degli accenti. Non posso non citare Max Roach e Gene Krupa come i simboli di questa nuova fase. L’arrivo di Elvin Jones contribuì poi a contaminare la batteria con ritmi africani, dando vita a nuovi groove e nuove tecniche. Da qui in poi l’evoluzione divenne estremamente rapida.

Il rock sposta ancora il baricentro del ritmo e la cassa si distacca dal ruolo di semplice ostinato e diventa un elemento di spicco; velocità e potenza sono le parole d’ordine. John Bonham e Ian Paice sono le due colonne che rappresentano appieno questa fase.

Con l’arrivo di Billy Cobham e l’album Spectrum incomincia il Rinascimento della batteria nonché la nascita della Fusion. Da semplice accompagnatore, il batterista diviene parte integrante del brano con fill, incastri e groove studiati matematicamente, divenendo quasi più importanti rispetto al tema melodico; senza contare il fatto che Billy ha alzato l’asticella della preparazione tecnica a livelli che sino ad allora erano impensabili.

Questa nuova ventata di freschezza portò all’attenzione del vasto pubblico la musica colta e una maggiore diffusione del Progressive Rock, i canoni batteristici vennero portati all’estremo dando vita a un’intensa ricerca sonora e ritmica. Figlia di questa filosofia è la Black Page di Frank Zappa, che considero la composizione batteristica più bella della storia. In questo periodo la batteria divenne un vero e proprio strumento melodico.

Negli anni ’80, con l’avvento dell’Hard Rock e del Metal, la potenza e la velocità aumentano e l’utilizzo della cassa diviene sempre più persistente grazie anche all’avvento del doppio pedale (con Dave Lombardo come uno dei massimi esponenti). Parallelamente a ciò la ricerca sonora continuava anche grazie alla nascita delle batterie elettroniche Simmons; Bill Bruford fu un pioniere e le integrò nel suo set acustico, arrivando addirittura a sostituirlo. Invito chi non lo conoscesse a fare una ricerca su questo grande batterista, forse il più grande innovatore dello strumento.

Bill Bruford

Dopo gli anni ’80 abbiamo uno spostamento dell’asticella sempre più in alto grazie a personaggi come Mike Portnoy, che oltre a un drumming esplosivo e creativo dimostra come la batteria pensata melodicamente possa portare a soluzioni inconcepibili. Successivamente troviamo Danny Carey, colui che più di tutti ha saputo sintetizzare la storia dello strumento, portando al massimo la preparazione tecnica e la sperimentazione sonora con un massiccio utilizzo di un setup ibrido.

Detto questo non resta che chiedersi: quale sarà la nuova frontiera? Io un’idea ce l’avrei…

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