Lavorare con il TURNISTA: a cosa deve essere pronto il COMPOSITORE

John Cage: uno dei compositori più significativi e controversi del secolo scorso.

Fin dall’inizio la storia della Musica ha visto importanti collaborazioni tra compositori e musicisti; se Luciano Berio aveva Cathy Berberian e Severino Gazzelloni, e Zappa riteneva essenziale Terry Bozzio nella sua Musica, oggi altrettanto fanno Steven Wilson con Craig Blundell e Nick Beggs; l’eccentrico Gaultier Serre (Igorrr) con Sylvain Bouvier e Laure Le Prounenec; e come loro tanti altri di cui si sa tanto o poco.

Collaborazioni del genere – incontri unici ed inaspettati – nascono da un vero e proprio atto di fede del compositore che trova un musicista a cui affidare la propria creazione, e dall’altrettanto meraviglioso e spericolato abbandono del musicista che è pronto a mettere in discussione la sua visione dello strumento per accrescere il proprio bagaglio di conoscenze.
Le lunghe giornate nello studio di registrazione, tuttavia, non funzionano sempre così.
Il compositore lavora spesso con i turnisti: professionisti dello strumento con i quali il lavoro deve essere rapido e mirato. Una comunicazione efficace ed un rispetto dei ruoli sono i due pilastri essenziali per cooperare al meglio.

Il compositore ha un ruolo attivo nella “messa in musica” e non si può limitare a scrivere e a dare ordini: deve conoscere in modo approfondito l’organologia e la meccanica di quanti più strumenti possibile: in questo modo potrà intervenire laddove il musicista dovesse essere in difficoltà e trasformarsi in un vero e proprio astrolabio per destreggiarsi nella partitura.

Nel corso di uno dei miei ultimi lavori, mi è stato richiesto di scrivere per arpa; uno strumento meraviglioso ed angelico… o almeno così pare. Diffidate dei luoghi comuni: la verità è che l’arpa è lo strumento del demonio!
Scrivere per arpa richiede una conoscenza molto approfondita di tutte le limitazioni meccaniche e tecniche dello strumento, riguardanti la sua costruzione e l’interazione col musicista.

Durante la stesura ho lavorato con un’arpista – una musicista davvero straordinaria – che se da una parte mi ha svelato l’universo dietro al proprio strumento (e mi ha consigliato appositi manuali per documentarmi), dall’altra si è ritrovata rinchiusa nelle sue abitudini strumentali.
Per aggirare questo ostacolo ho deciso di spiegarle esattamente quali movimenti richiedevo per i passaggi più ostici, e le motivazioni espressive di tali gesti musicali non convenzionali.
Nonostante un momento di perplessità iniziale, ha saputo cogliere i miei spunti e realizzare quanto scritto in partitura con sicurezza: l’esecuzione è stata mozzafiato!

La parte importante del lavoro del compositore e del musicista sta nella scoperta: c’è sempre qualcosa di nuovo ed inaspettato in una collaborazione, per quanto breve possa essere.
Ed una ordinaria giornata in studio potrebbe diventare l’inizio di una grande avventura.


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Lavorare con il compositore: a cosa deve essere pronto il turnista.

Quanti di voi musicisti ricordano le prime esperienze con i propri gruppi? La sala prove, le ore passate a rivedere la struttura dei brani perché qualcuno non ha avuto il tempo di guardarsele a casa per via della verifica di matematica da preparare. Che bei momenti!

In ambito professionale però, se si lavora come turnista, tutto ciò è assolutamente da evitare.

La mia carriera musicale si è svolta prevalentemente come esecutore per compositori, e questo esige un’ottima preparazione tecnica: maggiori sono le conoscenze del compositore, maggiore è lo studio richiesto. Può sembrare un’ovvietà, ma un batterista che voglia fare di questo la sua professione deve essere preparato ad ogni genere, e la sua versatilità sonora – nonché la sua capacità di adattamento – deve essere molto ampia.
Ma attenzione: il compositore nella maggior parte dei casi non è un batterista! Questo porta a una serie di problematiche che è giusto prendere in considerazione.

La prima cosa da fare è cercare di trovare un linguaggio comune, tale da poter permettere ad entrambe le parti di comunicare in maniera efficace. Quante volte ci siamo sentiti dire: “ehi, fammi un tempo tipo tum cha tum-tum cha”, oppure: ”ehi, secondo me ci starebbe un passaggio tipo tum tum tum tum e finisci sul crash”.

Ragazzi, facciamo un minuto di silenzio…

Ovviamente non è necessario che facciate un corso di rudimenti e di stili ad ogni compositore che incontrate, però cercate di capire quali sono le sue conoscenze e i suoi riferimenti e di conseguenza adattate il vostro linguaggio, altrimenti rischiate di avere inutili discussioni semplicemente per l’utilizzo di termini diversi.

Un altro problema in cui potreste imbattervi è l’impossibilità tecnica di poter eseguire alcune parti: ebbene sì signori compositori, non siete perfetti. Questa non è una scusa per non imparare parti complesse, non fate i pigri! Può capitare che ci venga richiesto di eseguire un suono che non è propriamente riconducibile ad un elemento della batteria, e qui è necessario far valere l’esperienza allo strumento per trovare una soluzione!

Qualche anno fa mi è capitato di dover registrare un brano per un artista che voleva un rullante sporco che sembrasse elettronico. Sappiamo bene che non esiste rullante acustico con comportamenti simili a quelli delle drum machine, dunque mi sono ingegnato con un trucchetto che molti grandi batteristi adottano: ho preso un piccolo splash e l’ho appoggiato sul rullante, ho aggiunto uno straccio attorno al cerchio che appoggiasse sul bordo della pelle in modo da asciugare il suono ed ho allentato la cordiera per avere più componente di rumore da elaborare in fase di mix. In questo modo sono riuscito a soddisfare pienamente la richiesta che mi era stata fatta.

C’è da dire che, al di la di richieste che aleggiano nella fantascienza, dovremmo essere noi i primi a vedere le difficoltà come una sfida per poterci migliorare e diventare ogni giorno dei professionisti sempre più competenti. Mai lasciarsi andare di fronte agli ostacoli!

Questo percorso mi ha permesso di crescere tecnicamente, avvicinandomi a generi dove solitamente la batteria non è contemplata, ottenendo risultati sorprendenti ed interessanti.
Auguro ad ogni lettore che suona o si sta avvicinando alla batteria di voler intraprendere questa strada in cui non si smette mai di imparare ed ogni lavoro è sempre qualcosa di nuovo.

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Esorcismo: demonizzare l’elettronica non ti rende un musicista più puro

Siamo oramai nel XXI secolo, eppure molti miei colleghi continuano a guardare con smorfia di disapprovazione le nuove tecnologie: utilizzo di PC, batterie elettroniche, drum machine, sampler, sequenze e via dicendo. La motivazione principale è: “si sente che sono finte”, e: “insomma, suonare con il computer non comunica nessuna emozione”. Beh, in questo articolo vorrei dimostrare che non è così, per cui consiglio ai più conservatori di armarsi di una Bibbia e suonare subito il proprio strumento (rigorosamente acustico) per scacciare ogni forma di eresia.

Per poter spiegare le mie posizioni basta prendere un qualsiasi album degli ultimi vent’anni (o forse anche più vecchi) di un qualsiasi genere musicale, metterlo nel lettore ed ascoltarlo. Ancora prima dell’artisticità e della bellezza della musica ascoltata, salterà all’orecchio la produzione dettagliata che sta dietro ogni singolo istante: dalla scelta dei suoni alla scelta dello strumento freddamente calcolata. E non solo, perché anche le melodie, i testi, i groove devono essere perfetti ed impeccabili, per cui il 70-80% del lavoro sarà controllato e corretto digitalmente dal computer. Sembra una sciocchezza, ma già solo questo comporta una massiccia contaminazione di ciò che ascoltiamo, tale da confondere (almeno al pubblico medio) ciò che è il suono reale e ciò che è un costrutto artificiale.

Avendo quindi messo in dubbio il nostro senso dell’udito o perlomeno la nostra percezione uditiva, ora entriamo nel succo del discorso. Dopo aver passato qualche anno a lavorare con attrezzatura elettronica di varia natura, vi posso dire che non voglio più tornare indietro: l’infinità di soluzioni a cui puoi accedere, nonché la quantità di combinazioni sonore limitate solo alla fantasia del momento, sono due aspetti che non si possono non desiderare. Diciamo pure che ho venduto l’anima al diavolo.

Da batterista, anche della batteria elettronica non posso che essere soddisfatto, sia per la praticità durante la fase di studio, sia per il pieno controllo dei volumi e dell’EQ di ogni singolo pad. Inoltre, non è assolutamente vero che la batteria elettronica è troppo finta rispetto alla tradizionale: dagli anni ottanta sono passati quasi quarant’anni, la sua tecnologia è migliorata in maniera esponenziale e adesso, oltre ad essere diventata una degna sostituta della sorella acustica, è riuscita ad ottenere una propria identità divenendo uno strumento a sé stante.

Visto che ho citato lo studio e la pratica vi do un consiglio: con l’ausilio di un qualsiasi software musicale, potete mettere in loop qualsiasi fonte audio, e se anziché il classico play-along prendessimo una frase estrapolata da un film o da una serie tv, o una sequenza di suoni come anche il rumore del traffico? Potremmo creare una base su cui noi batteristi potremmo esercitarci, ottenendo molte volte tempi dispari o accenti non convenzionali, in modo da poter lavorare su nuove soluzioni ritmiche. pensateci e poi diteci com’è andata.

Per darvi un’idea su come si crea un set ibrido mi permetto di descrivere il mio set-up completo: oltre alla batteria acustica (talvolta sostuita da quella elettronica) ho un MultiPad per poter azionare samples e/o sequenze; una Drum Machine per rendere più corposa la sezione ritmica, come se fosse un percussionista aggiunto; un sintetizzatore monofonico per linee di basso o per lanciare ulteriori sequenze melodiche; una molla con un microfono a contatto collegata a un multi-effetto; talvolta aggiungo altri pad singoli per avere ulteriori suoni.

Screenshot dello strumento virtuale XLN Audio Addictive Drums 2.

Non mi sento in colpa a preparare i suoni su PC, a preferire soluzioni elettroniche anziché la classica batteria, perché la Musica è anche ricerca e sperimentazione continua, ed è anche questo atteggiamento che la mantiene viva dopo millenni.

Per farvi un’idea delle potenzialità dei setup ibridi vi consiglio di ascoltare i lavori di Danny Carey sia nei Tool che negli Zaum, di Bill Bruford e Pat Mastelotto nei King Crimson, i progetti Paris Monster e Pinn Panelle, ma ovviamente di esempi ce ne sono a migliaia!

PS. Se vuoi approfondire l’argomento partecipa al workshop dedicato che si terrà presso lo studio di registrazione AltreFrequenze di Brescia!


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Lo show business è diverso, non sbagliato

Facendo un’indagine veloce è molto facile trovare milioni di opinioni negative riguardo lo stato attuale del mondo musicale.

Tralasciamo per un attimo le competenze artistiche e le capacità musicali: la discografia fa parte dello show business, quindi è intrattenimento, proprio come lo sono L’isola dei famosi, Le iene, i palinsesti delle radio e Spotify. Ok, qualcosina di “informazione” c’è, sparso qua e là, ma si parla di una percentuale piuttosto bassa.

Il fatto è che, per molti artisti, la musica nasce da un disagio, da una necessità, da una cosa dentro che non si può spiegare e che ha radici nel profondo dell’animo. Sentirsi affiancare alle veline nelle vesti di intrattenitori non è poi così gratificante quanto può esserlo sentirsi affiancati a Bob Dylan nelle vesti di genio musicale. Eppure, anche lui fa intrattenimento.

Ci sono delle differenze, però, tra i protagonisti del passato e quelli odierni. A livello economico si può dire che i big di una volta facevano, in proporzione, molti più soldi di quelli che vengono fatti oggi. E ne venivano spesi anche molti di più per fare un concerto o un tour. Parliamoci chiaro: nulla di più normale. Solo 70 anni fa la radio iniziava a diffondersi, e seguì a ruota la televisione. Oltretutto si usciva da un periodo difficile per la popolazione mondiale (ben 2 guerre globali in 25 anni, in un periodo in cui la gente era davvero chiamata alle armi) e la voglia di novità e di benessere era molta. La musica esisteva già, ovviamente, ma la sua diffusione in ogni casa permise agli artisti di diventare delle vere icone. D’altronde non c’erano molte alternative: o la loro musica o il calcio o la zappa/catena di montaggio.

Oggi non è più cosi. I fan possono scegliere cosa ascoltare, dove e quando. La scelta è cosi ampia che a volte è quasi una prigione e, infatti, stiamo arrivando al punto di regalare la nostra attenzione a fenomeni mediatici decisamente discutibili, giustificati dalla loro “originalità”, a scapito di chi crea contenuti davvero utili e interessanti.

Ci sono video Youtube virali come quello del ragazzo koreano che mangia (tanto, ma proprio tanto) e conta circa 6.245.144 di visualizzazioni… oppure quello del bambino che gioca con un fidget spinner (ha solo 8 anni) e che conta circa 21.643.376 di visualizzazioni. Si potrebbe andare avanti e la lista si farebbe via via più “curiosa”!

Insomma, oggi la gente cerca qualcosa che è difficile da categorizzare. Cioè, se chiedi a qualcuno quando gli interessa guardare un tipo che mangia, di sicuro risponde “perché mai dovrei guardarlo?” eppure poi i numeri cantano.

Spiegarsi il fenomeno che ha portato lo show business ad essere guidato dall’immagine (in ogni sua forma) è abbastanza semplice: il nostro cervello ragiona per immagini. Nel momento stesso in cui pensiamo a qualcosa, lo stiamo vedendo (anche solo mentalmente).

Ecco perché ha spopolato facilmente MTV. I videoclip davano un volto e una storia alle canzoni e, di conseguenza, il nostro cervello non aveva più bisogno di inventarsi nulla. Immagini pronte da associare a quella melodia, a quell’artista e a quelle emozioni. E da lì poi veniva alimentato il bisogno di appartenenza al gruppo di pari e quindi si sono alimentate le mode e di conseguenza i cloni e così via. Si è arrivati perfino ad abituarsi solo a ciò che si vede o sente in tv/radio, tanto da non riconoscere più la versione “reale” delle cose. Vedi l’articolo: Ci siamo abituati (troppo) alla musica registrata.

Quello che la maggior parte dei player nel mondo musicale dimentica è che, in quanto settore dell’intrattenimento, anche i cantanti devono saper giocare con l’originalità. Non basta più saper cantare o suonare, ci sono troppe persone al mondo capaci di farlo. Oggi quante belle voci si possono trovare su Youtube? Cioè, non fraintendeteci, il piacere di ascoltare un bel suono (proveniente da qualsiasi strumento) resta una delle più gradevoli sensazioni conosciute all’essere umano, ma questo dipende anche (o meglio soprattutto) dalle associazioni fatte (anche inconsciamente) dal nostro cervello. Qui approfondiamo l’argomento: La musica è droga per il nostro cervello.

Quindi va bene la bella voce, ma non bastaCerto, su una popolazione di circa 7 miliardi di persone, una fan base di qualche milione non è rappresentativa dell’interesse collettivo globale, infatti gran parte delle visualizzazioni online sono date da un pubblico che va dai 7 ai 25 anni. Il fatto è che pubblicare un video su Youtube fatto col cellulare costa veramente poco e, azzeccato il contenuto, può raggiungere tante persone in pochissimo tempo. È per questo che gli artisti di oggi si impegnano cosi tanto a fare le stories su Instagram: se ognuna viene vista da 250mila persone in 24 ore (su una fan base di 3 milioni) significa che gli sponsor non tarderanno ad arrivare e che, in cambio di contenuti costanti, porteranno soldi costanti (e non pochi!).

Tutti coloro che credono ancora nello stand da 15mila euro alla Fiera dell’Artigianato (convinti sia una mossa da top player del settore) solo perché, in 10 giorni, ci passano 3 milioni di persone dovrebbero forse rivedere l’esponenzialità del loro business? Il ROI è davvero così alto? Non è che la maggior parte delle affluenze sono famiglie che la vedono come un’alternativa simpatica al parco giochi sotto casa o al giro in centro?

Insomma, tornando alla musica, c’è poco da opporsi al sistema discografico perché, volente o nolente, è guidato da meccanismi economici. Lo show business deve intrattenere e, più persone intrattiene, più sta funzionando bene, giusto?

Viene da chiedersi se valga la pena costruirsi una carriera basata sul concetto di “musica come arte” quando di veramente artistico, nello show business, ci sono solamente i nuovi modi per fare soldi.

 

 

Come sedurre un’etichetta discografica

Che tu sia un cantante solista con un progetto acustico o un metallaro con un album indemoniato, il quesito è sempre lo stesso: come trovo un’etichetta che creda me?

Ogni giorno, nel mondo, un gruppo musicale esulta per aver finito di registrare il suo primo EP, mentre un altro gruppo si deprime per l’apparente decisione del mondo discografico di chiudergli tutte le porte in faccia senza nemmeno una mail di notifica.

Già, perché ormai è difficile pure farsi rispondere a una mail. Uno passa anni a studiare uno strumento, a selezionare gli elementi con cui costruire un progetto, a discutere su accordi, battute, parti vocali, a creare musica inedita e a cercare date nei locali fin quando, alla fine, nessuno ti risponde alle mail.

Ma è possibile racchiudere tutte le ambizioni di una vita in una mail?

Ultimamente ci ha chiesto un’opinione a riguardo un’artista che, sfornato il suo primo EP autoprodotto, voleva un consiglio su come presentarsi a quell’etichetta inglese tanto ambita dai musicisti del suo genere. Il nostro consiglio finale, studiata la situazione, è stato quello di recarsi alla sede della società  (a Londra) e fermare sfrontatamente un membro del team per infilargli il disco tra i denti. Di certo cosi avrebbe lasciato un segno nella sua memoria (e nella dentiera). Un metodo abbastanza old school, ma col suo fascino.

La verità è che non esiste un metodo GIUSTO per farsi notare da una realtà discografica. Sarà anche perché di realtà discografiche, oggi, ne esistono tante. Ci sono quelle storiche, le major, che stanno in cima all’Olimpo a dettare le regole del gioco e ci sono le indipendenti (di varie dimensioni) che fanno il grosso del lavoro sporco per un millesimo degli ascolti.

Per quanto riguarda gli artisti, abbiamo già parlato delle loro responsabilità nell’articolo Ecco perché non basta fare buona musica con l’intento di ragguagliarli su ciò che è necessario fare per ritagliarsi uno spazio nel mondo musicale odierno, sempre più guidato dal web marketing.

A tal proposito verrebbe da formulare una domanda/risposta al quesito iniziale in questi termini: se, voi artisti, foste i titolari di una casa discografica, cosa vorreste trovare in un emergente?

Prima di tutto il prodotto: contattare un’etichetta è un passo importante per la propria carriera quindi è meglio non giocarsela con i primi inediti ma guadagnare consapevolezza di se stessi e della propria musica prima di sottoporsi all’attenzione di qualcuno di importante. La prima impressione, è decisiva.

Diretta conseguenza di ciò, l’immagine: nessuno ormai può negare l’importanza della presentazione. Ricercare il proprio look e fare delle scelte per caratterizzare la propria presenza scenica è fondamentale. Paradossalmente la maggior parte degli artisti emergenti non prende decisioni a riguardo. Se credete ancora che i grandi del passato non curassero l’immagine, credete male.

Diretta conseguenza 2, la comunicazione: i profili social sono il biglietto da visita per eccellenza, soprattutto nel mondo dell’intrattenimento. Non basta utilizzarli come vetrina per pubblicizzare l’uscita dell’album; i fans acquistano le persone prima dei dischi.

Diretta conseguenza 3, la dinamicità: farsi notare da una bella realtà discografica è più semplice se, prima, si è già stati notati da tante altre persone. Nonostante i compensi per la musica live siano davvero ridicoli (ben accetti gli sfoghi degli artisti nei commenti), vale la pena conoscere a fondo le dinamiche della propria nicchia di mercato e  poi programmare un calendario di date e una serie di eventi ai quali esclamare “noi ci siamo”! All’inizio sarà difficile ma individuato il proprio pubblico il grosso è fatto.

Insomma, tralasciando le competenze in economia e marketing che dovrebbe avere un professionista del settore, ci sono degli elementi che, di sicuro, renderebbero un progetto molto appetibile al mondo (dell’economia) musicale.

Tornando quindi nelle vesti del discografico la scelta pare ora più semplice: investo su un artista emergente X che mi offre un EP interessante o su un artista emergente Y che mi offre un EP interessante e una fan base da 200k potenziali clienti già innamorati?